Ritorno ad Alessandria

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Spinto dalla mia maniacale propensione alle corrispondenze tra il mondo interiore della lettura e il ritmo di climi e stagioni (non che interessi a chicchessia, ma tanto per spiegarmi: non avrete mai il dubbio piacere di vedermi, spiaggiato come un globicefalo lungo un qualsiasi litorale, mediterraneo o pacifico che sia, con in mano un romanzo di Dickens, di George Eliot o di Jane Austen, essendo le loro opere letture rigorosamente autunno/inverno; né mi sorprenderete a divorare un Conrad seduto in poltrona mentre fuori imperversa la stagione fredda), sto centellinando, al ritmo di uno all’anno, gli straordinari romanzi del Quartetto di Alessandria dell’immenso e sottovalutato Lawrence Durrell.images
Giunto, nella calura dello scorso luglio, al secondo libro, il vertiginoso Balthazar, sono rimasto catturato, al di là delle meraviglie sparse in ogni pagina, del senso struggente di un passato perduto e impossibile da recuperare e della sapienza della costruzione romanzesca, dall’insistenza di Durrell, che era anche un poeta niente affatto trascurabile, sugli elenchi dei nomi dei suoi personaggi, che a più riprese diventano musica, suono, poesia (appunto) grazie al loro stesso accostamento, in una litania di esotismi mai fini a se stessi e di evocazioni di storie, segreti, passati, destini racchiusi nelle loro poche sillabe incatenate dalla pura sapienza compositiva e affabulatoria di un grande narratore.
Ho voluto prendere questi nomi snocciolati da Durrell nelle sue pagine e comporvi intorno una poesia sullo struggimento della memoria e del passato perduto, che se già era uno dei temi fondanti del Quartetto, ora, a distanza di quasi un secolo e con gli sconvolgimenti in atto in un mondo così tragicamente diverso da quello che Durrell ha vissuto e descritto, diventa quasi grido. Ho così immaginato Lawrence Durrell che fa ritorno nell’Alessandria d’Egitto dei nostri giorni, e di fronte all’orrore di ciò che è diventata cerca di aggrapparsi proprio a quei nomi, che già al momento della sua scrittura erano ricordo di un tempo andato, e che ora sono ormai diventati un disperato esorcismo.


 

Jamais de la Vie – il suo profumo gli ritorna
ai sensi mentre il pensiero è più forte di lui,
squarcia l’illusione e si impone, opprimente:
mai nella vita avrebbe immaginato impoverita
a questo punto la città delle cinque flotte,
il sogno malato di febbre e assediato dal deserto,
“città principessa e mignotta” ma sempre plurima
e cangiante, sfuggente, prepotente di licenze
e punizioni: dove le figure coperte dai domino neri
a proteggere rischio e tradimento, piacere anonimo
o riconosciuto all’istante dal tocco, dal calore,
dal fremito di dita apposte o abbandonate,
dove le dune morbide e umane dei corpi
sulle sabbie di Sidi Bishr, dove i tavoli assediati
di settenari e pentametri alessandrini del Pastroudis,
dove gli odori aspri e spossati di urina
e gelsomino appassito…

Dove Athena Trasha, Toto de Brunel, Da Capo
e Randidi, il conte Banubula e il general Cerroni,
dove Tony Umbada e Claude Amaril, Pozzo di Borgo,
Djambolat Bey e Baldassaro Trivizani, Dmitri Randidi
e Delphine de Francueil, Onophrious Papas e Phipps,
Gaston Phipps, Pia dei Tolomei e Pierre Balbz, dove
Dante Borromeo e Jacques de Guéry, Nessim Hosnani –
dove l’inconsapevole poesia della città-madre violata?

“Tutti se ne andranno, per sempre”: ha sapore di desolato
presagio la frase del suo narratore: la città che rivede non visto
è greve e immobile come le acque salmastre del Maryut,
priva di vita come il deserto che l’assedia.
Justine la polena vi sarebbe annegata, lei usa
a tutte le correnti, vinta più da stagnanza che da flutto,
e forse il solo Narouz dal gesto fanatico
avrebbe motivo di esistere, il labbro squarciato
esposto a sfida prima del gesto, dello scoppio
che cancella ogni memoria di ciò che è stato, che non è.

Costellazioni assenti

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Alla fine è successo: anche l’autore a pezzi ha dovuto accettare l’empia, bifronte realtà dell’abbandono della sua patria di sogno ed elezione e del rientro in quella di nascita e realtà quotidiana, con il solito corollario di somatizzazioni e rimpianti. Ed è proprio a mo’ di antidoto che ho scelto di riprendere le mie dubbie esternazioni con la poesia che apre una breve serie di liriche recenti, riunite sotto il titolo collettivo di Esilienza. Il termine, che non troverete su alcun vocabolario, è un autoctono impasto di resilienza, parola che negli ultimi tempi va molto di moda, ed esilio; e vorrebbe rendere conto di quella speciale condizione di doppia dis/appartenenza che è propria dell’esule mentale, di chi si sente sempre e comunque altro rispetto al luogo in cui si trova, sballottato dalla sua psicologia frattale, corpo estraneo alla realtà in cui si trova ma forse principalmente a se stesso.
Niente di drammatico, si badi; c’è un che di dolce, nel naufragare in questo mare di correnti alterne e combattute, e certo non ci si dimentica che ci sono esilii ben peggiori, purtroppo assurti ormai a cronaca quotidiana. Ma tant’è: il poeta non può che registrare ciò che il suo mondo interiore gli propone e a volte impone, per poi offrirne il risultato al lettore, vittima incolpevole e a volte inspiegabilmente bendisposta.
Ed ecco, allora, la prima delle poesie della mia Esilienza, dove l’autore a pezzi, scoperto che l’esimio Camille Flammarion, astronomo ed editore francese di fine Ottocento, definì Orione “la California del cielo”, s’illude di poter trovare, nel suo pellegrinaggio estivo all’Ovest del mondo, la costellazione che ha accompagnato per tutto l’inverno il suo cocente “sognando California”; salvo poi ricordare che Orione è visibile solo nei cieli invernali, e provarne il senso di vuoto che si accompagna alla sua condizione di esule mentale.

1.

Trascorri il tempo nelle tue sinapsi,
da gennaio a maggio quando è più visibile
anche all’occhio rivolto a se stesso,
vagando lungo le linee di Orione,
California celeste secondo fonti meno parziali
della tua, salutandone le stelle
come vecchie conoscenze dal carattere incostante
e prono all’implosione: Betelgeuse la femmina in mezzo,
Bellatrix la guerriera, Rigel brillante blu-bianca,
e la cintura a suggerire un girovita
che la città dell’insegna in collina
premierebbe con un contratto da tre film –
e quando sfidi Oceano e Crono e sbarchi a Occidente
non dovrebbe destare sorpresa il non vederla
nel cielo d’estate: ne calpesti la copia terrestre,
dovresti saperti accontentare:
ma la cifra dell’esule mentale è la mancanza,
quella fetta di mondo in assenza,
ciò che credi sempre di trovare ma che perdi,
che rimpiangi.

Un’epica, intima America

resizeCi eravamo lasciati parlando di indiani d’America e della carica poetica e obliqua del bisonte, e un lietissimo evento mi dà la possibilità di tornare sull’argomento senza correre il rischio di ammorbare i miei lettori: è finalmente uscita l’ultima, splendida raccolta poetica dell’amica Patrizia Villani, intitolata (come già annunciato) Sulle tracce dell’America ed edita da Moretti & Vitali.
Più o meno un anno fa, pubblicando su queste stesse pagine il mio poemetto L’ultima preghiera di Aparicio sulle tracce del coguaro e il “controcanto” di Patrizia, Sogno e preghiera di Presencia, raccontavo la storia di come Califia fosse nato da un lavoro poetico cominciato anni prima come una sorta di “call and response” tra me e Patrizia (questo è il link che rimanda curiosi e completisti a quell’articolo).
E qui mi tolgo la paradossale soddisfazione di citare me stesso, contando sul fatto che la hybris insita in un simile gesto sia giustificata, e in parte mitigata, dall’intenzione di segnalare e omaggiare il gran lavoro poetico di una collega e amica: “L’idea iniziale” scriveva l’autore a pezzi, “era quella di compiere un percorso parallelo sulle tracce dell’America, spinti e motivati da una comunanza tanto culturale quanto biografica. Poi, come accade spesso in viaggio e in poesia, le nostre strade (di scrittura, non certo di amicizia) si divisero, portando alla nascita di due raccolte separate.”

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Bene: dopo Califia, ora tocca a Sulle tracce dell’America. E spetta ai versi narranti, epici e al tempo stesso intimi di Patrizia Villani farci viaggiare in un sogno e in un mito che sono sì comuni a tutti, ma che da un lontano che è in fondo, wendersianamente, “così vicino” ciascuno di noi può guardare, discernere, scomporre e ricomporre secondo le proprie sensibilità umane, culturali, psicologiche.
E così la visione di Patrizia Villani del nativo d’America, com’è espressa nel magnifico poemetto Epopea indiana, si alimenta tanto di storia quanto di riflessione, tanto di epica quanto di elegia, tanto di rabbia quanto di rimpianto. Ho scelto di pubblicare, per offrire un assaggio di questa raccolta di versi che sferzano come i venti delle praterie e ronzano come i cavi tesi dei grandi ponti newyorkesi, il secondo “canto” del poemetto, dove in una trentina di versi l’autrice riesce a far vivere e respirare lo spirito della tribù, il coraggio crudele del guerriero, la nobiltà della caccia al sacro bisonte (appunto) e il semplice, struggente ritmo della terra e dei giorni — un ritmo purtroppo destinato a perdersi nel silenzio.

E a proposito di silenzio… con questa magnifica poesia l’autore a pezzi si ritira per l’estate a occidente di se stesso, e in un soprassalto di memoria scolastica rimanda tutti a settembre.
Ci vediamo lì.


Patrizia Villani
Epopea indiana
(da Sulle tracce dell’America, Moretti & Vitali, 2016)

“It does not require many words
to speak the truth.”
Rolling Thunder, Nez Percé

2.

La tribù è la vita, nata dallo spirito
della terra madre, soffio indelebile
inciso nel cuore e nel cervello
con il sacro coltello affilato,
immagini che in noi respirano
dall’inizio del creato, linguaggio
degli antenati le ali della volontà
e gli artigli del coraggio, sapienza
di visioni primordiali in albe lattiginose
o nella notte nera che porta spiriti
animali e totem per la nostra identità
e la redenzione, unica guida
per navigare il fiume profondo e scuro
verso il solo estuario che conosceremo.

Sentiamo il confine come un brivido
immergendoci nel vento luminoso
che accarezza l’erba e profuma le stagioni
prima della pittura sulle facce e i corpi
con il rosso del sangue da versare,
tributo giallo e bruno della madre terra
verde e nero ombra della foresta densa,
prima di montare sui destrieri dipinti
e nell’azzurro immenso e fluttuante del cielo
impugnare la lancia, pronti l’arco e le frecce
cavalcare a caccia del bisonte sacro, e forse
una morte onorevole per i lupi solitari
del mondo nuovo, qui nelle grandi pianure
dove nessuno sopravvive alla tribù.

 

 

 

 

 

 

 

 

Bisontiade

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Mi è sempre piaciuto, il bisonte americano, con quel suo corpo assurdo che sfida le leggi di grazia e geometria e quel suo testone barbuto e capelluto da santone un po’ strafatto. L’ho sempre trovato un animale poetico, simbolo tragico di una sconfitta – quella dei nativi che lo cacciavano e se ne nutrivano – di cui è stato, non certo per colpa sua, una delle cause. Ha rischiato l’estinzione per calcolo umano e imperialistico, questo bestione buono che fino all’arrivo dell’Uomo Bianco era padrone delle praterie, e ora vive, come il popolo che per secoli aveva sfamato, un’esistenza ridotta al minimo e umiliata dal ricordo genetico delle libertà di un tempo.
La visione di un piccolo branco in cattività, nel Golden Gate Park di San Francisco, mi ha ispirato questa poesia di Califia, un verso della quale – l’unico in inglese – cita letteralmente una frase che un guerriero Crow disse al generale Crook per giustificare lo sterminio sistematico delle mandrie. Ai tempi (si parla del 1876) i Crow, così come gli Shoshone, avevano formato una di quelle malaugurate alleanze con le giubbe blu allo scopo di sbaragliare i loro nemici storici, i Sioux – laddove si dimostra che non tutti i nativi americani erano guerrieri nobili e senza paura, e che i cretini esistevano anche tra loro.
Ahimè, il piano alla lunga funzionò, pur nel suo semplicistico massimalismo, e la scomparsa del bisonte fu una delle maggiori iatture che colpirono le tribù cacciatrici, insieme al vaiolo (per gentile concessione delle coperte infettate distribuite dall’uomo bianco) e al trasferimento forzato in zone totalmente aliene alle abitudini e all’organizzazione sociale delle comunità originarie.
Storia triste, e conseguente senso di colpa galoppante nel bianco europeo, che queste cose le ha lette sui libri senza viverle sulla sua pelle e che quindi, in teoria, dovrebbe esimersi dal dire la sua. Ma – secondo ahimè – alla poesia non si comanda, e men che meno alla coscienza dell’autore a pezzi, che quando c’è da sentirsi a pezzi per qualcosa o qualcuno non si tira indietro.
Di qui la poesia che sbuffa e galoppa poche righe più in basso, portando in sé, oltre a una memoria storica che che è, come dire, indotta, anche una memoria generazionale più modesta (non certo per qualità, tengo a dirlo): quella di uno dei capolavori del Principe, al secolo Francesco de Gregori, che in Bufalo Bill riassume mirabilmente, in un paio di versi, decenni di storia americana: Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi/la locomotiva ha la strada segnata/il bufalo può scartare di lato e cadere. (E sento già le vocette intubate delle obiezioni e dei distinguo: Ma è poesia? E se non lo è, che cos’è? Risposta: E chissenefrega?)

 


 

Se venite in pace: quanta storia nascondono
due semplici lettere in sequenza, sembra dire lo sguardo
scuro e rassegnato del bisonte esposto alle visite innocenti
nella colpa di chi vede soltanto un bestione sbilanciato
e un muso barbuto da innocuo saggio a pagamento,
di chi dimentica che il bisonte può scartare
e cadere, e che la sua sorte fu decisa
non da chi lo cacciava con rispetto
scoccando la freccia nel momento,
ma dalle lunghe canne dei fucili, dalle mitraglie,
dalle gragnole di proiettili e intenzioni.

“Better kill the buffalo than have him feed the Sioux”
­– meglio per chi? mi chiede il capobranco avvicinandosi alla rete
del Golden Gate Park, e alle sue spalle il ponte
sembra prendersi gioco, nelle sue promesse tinte
dell’arancio dell’alba e del tramonto, delle nostalgie
di genti strane e coraggiose a cavallo
che ci avrebbero nobilmente scotennati
per poi dedicarsi a Fratello Bisonte.
Ma non è il brivido di uno stato di natura
che mi specchia nel suo occhio d’acqua triste:
è un tremito di gelo che mi prende
al pensiero delle cariche dei Custer contro i branchi,
delle coperte piegate in quattro a celare i germi del vaiolo,
dell’inganno nei gesti e nei trattati, nei calumet fumati
– delle lente, barcollanti colonne dell’esilio.

Ossi di famiglia

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Sempre patologicamente sintonizzato sui temi dell’espatrio e dell’io scisso, quell'”esiliato in sé” che è l’autore a pezzi è solito aggirarsi in quell’universo fantastico che è il mondo della poesia in rete, dove a ogni inane emissione di versi (proprio nel senso di “suoni inarticolati”, non di “unità strutturale di un componimento poetico”) corrisponde una delizia uguale e contraria, in cerca di gioielli preziosi da leggere, godere e magari, per gentile concessione dei loro autori, tradurre e riproporre, possibilmente senza ridurli a patacche prive di valore, ai selezionati lettori di queste pagine.
È stato proprio nel corso di una di queste deambulazioni virtuali che sono incappato, nel magnifico web magazine americano Narrative, in una poesia e in una poetessa che mi hanno molto colpito.
Julia Kolchinsky Dalbach, che ringrazio pubblicamente per avermi gentilmente concesso questa intrusione poetica (vedi sopra) e di cui segnalo (sui web magazine Split Lip e Hermeneutic Chaos Journal) tre altre belle poesie nell’originale inglese e con il valore aggiunto della sua lettura leggermente rauca e seducente, è una giovane rifugiata ebrea arrivata negli Stati Uniti nel 1993 da Dnepropetrovsk, Ucraina (che nome!).
Non sta a me cercare di “introdurre” i suoi versi, situati alla giusta distanza tra confessione e illuminazione visionaria; basti dire che sembrano permeati da quel sottile velo di sofferenza sospesa, quasi trattenuta, quasi imbarazzata, che accomuna tutti gli esiliati, combattuti tra ricordo, rimorso e incredula gioia.
Buona lettura  – e grazie, Julia, per questi e gli altri tuoi versi.


Family Portrait as a Collection of Bones

My dog collects bones, buries them
in couch cushions as though in
the earth, returning to find them

whole and uneaten by worms.
My husband collects bruises, counts
how many rise above the skin, how wide

the purpling icebergs spread. He collects
bass strings, forms them into hanging loops,
bronzing nooses. My father collects

words, reading everything and hiding
sunflower seeds in his pockets
so he can chew and smile without having

to speak. He collects centuries and kingdoms
in a cyberworld where he is warrior and lord
and matters. My mother, she collects

collecting, keeps my room a mausoleum, missing
only the body. Grandfather collects replicas
of himself: a chess player, a head of hair,

a lesson of how to clean the countertop
with baking soda and a steady hand.
Grandmother collects children

and grandchildren, buries their worry deep
inside her chest as though it were
the earth. She tells me not to look

for bones, that collection amounts
to very little and the man who collected
millions of light bulbs

still died
in a museum of glass, outlived
by his assembled light.


Ritratto di famiglia come collezione di ossa

Il mio cane colleziona ossi, li seppellisce
nei cuscini del divano come se
ve li sotterrasse, per poi tornare e trovarli

interi e non consumati dai vermi.
Mio marito fa collezione di lividi, tiene il conto
di quelli che gonfiano la pelle, di quanto

si espandono gli iceberg violacei. Colleziona
corde di basso, vi forma nodi scorsoi,
cappi bronzati. Mio padre colleziona

parole, leggendo di tutto e nascondendosi
in tasca semi di girasole
da sgranocchiare senza dover

parlare. Fa collezione di secoli e regni
in un cybermondo dove lui è guerriero e signore
e conta qualcosa. Mia madre, lei colleziona

l’accumulo, conserva la mia stanza come un mausoleo
in cui manca solo il corpo. Il nonno colleziona repliche
di sé: uno scacchista, una testa capelluta,

una lezione su come pulire il banco
con bicarbonato e mano ferma.
La nonna fa collezione di figli

e nipoti, ne seppellisce le ansie
nel petto come se ve le sotterrasse.
Mi dice di non cercare

le ossa, dice che accumulare significa
ben poco e che l’uomo che collezionò
milioni di lampadine

morì lo stesso
in un museo di vetro, lasciando
la sua raccolta di luce.

Le acque implacabili del Mito

Senza titolo

I confess: di recente sono rimasto infastidito e rattristato dall’ennesimo trucco del mercato discografico per sfruttare la (sacrosanta) aura mitologica che si è creata intorno al grande Jeff Buckley dopo la sua tragica morte per annegamento nel Mississippi. Per sottrarmi alla mano lunga dell’industria della morte in rock, mi guardo bene dal nominare l’album e inserire il link (cosa dovremmo aspettarci in futuro, le registrazioni di Jeff che canticchia mentre si rade la mattina? Un’antologia dei suoi messaggi telefonici?).
Ma qui, nel mio piccolo, voglio rendergli un minimo di giustizia poetica con una lirica di Califia.
La poesia prende spunto da un tuffo nelle gelide acque del Pacifico, ma subito dopo trasporta il lettore bendisposto alle brevi vicende terrene di Jeff e di suo padre Tim, vedendo i loro passaggi sulla Terra come repentine e lancinanti zampate del Mito, provando a restituire alle loro morti assurde quanto meno la dimensione artistica della Tragedia e al tempo stesso celebrando con il dovuto, rispettoso stupore la potenza a volte distruttiva del Grande Fiume Americano – The Big Muddy, Ol’ Man River, quel Mississippi il cui nome originario, misi-ziibi, di origini Ojibwe o Algonquin, significa proprio “Grande Fiume”.
E visto che di canto si parla, ho pensato di premiare gli sparsi lettori dell’autore a pezzi con le due canzoni, di padre e figlio, da cui sono tratti i versi citati in epigrafe: Song to the Siren di Tim e Nightmares by the Sea di Jeff.
Canzoni che non a caso hanno a che vedere con il Mare, con le Acque, con il Mito.


 

I am puzzled as the newborn child
I am troubled at the tide
Tim Buckley

 Stay with me under these waves tonight
Jeff Buckley

 

È così freddo l’oceano da risvegliarti a te stesso,
così trasparente da mostrare l’ombra delle tue mani
blupalmate come una reliqua di diversa creatura,
corpo più complesso e anima più semplice
o forse puro capriccio di una dea riottosa
nascosta fra le rocce e decisa ad arcaica vendetta:
questa è una terra in cui potrebbe aver scelto di rinascere,
destinazione di un trasloco dalle sue isole ormai profanate.
Ma a volte sono sufficienti due bracciate, due calci
alle tue spalle come a volerti liberare di una grinfia,
per riemergere altrove, nei dintorni non più solo reali
di una Memphis che non appartiene a un solo mito,
nell’inimmaginabile corrente del Padre delle Acque
in cui Jeff figlio di Tim si tuffò verso il suo destino
di Icaro a rovescio e smise di intonare il suo alleluia.
A volte basta lasciarsi ghermire un solo istante
da questa forza gelida e incosciente per sentire
il richiamo la violenza l’ossessione
delle acque che tagliano il grande paese,
l’alimentano.

 

Absolutely Sweet Françoise

Francoise Hardy

(Photo by Reg Lancaster/Express/Getty Images)

Spinto dal recente acquisto delle ristampe in CD dei primi cinque album della meravigliosa Françoise Hardy, ed ebbro di vertiginosi ricordi di primi amori impossibili e per questo tanto più dolci (a proposito di vertigini, guardate il video di F.H. che canta Tous Les Garçons Et Les Filles in un luna park parigino: sono cose belle), sono andato a rileggermi la poesia che l’invaghito Bob Dylan le dedicò nel lontano 1964, “nascondendola”, come faceva ai tempi, sulla retrocopertina del suo quarto album, Another Side of Bob Dylan (quello di Chimes of Freedom e di It Ain’t Me, Babe).

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Non contento di rileggerla, l’ho anche tradotta; e non contento di averla tradotta, ho deciso di dedicarle un pezzo dell’autore a pezzi, alimentando, già lo so, le annose polemiche sulla distinzione fra canzone e poesia e sulla statura – appunto – poetica del buon Robert Allen Zimmerman.
Ma tant’é: a mio modesto parere si tratta di degnissima poesia, ovviamente satura di mosse beat e figlia dei suoi tempi; ma soprattutto è poesia la sua materia prima, quella Parigi (o parigi, con la minuscola, per rispettare i dettami dylaniani) di studenti della Sorbona e amanti pre-Pont Neuf, di pelle e motociclette, di vecchi baffuti e cappelli di paglia “da ambasciatori” – e a maggior ragione è poesia (o Poesia, per rispettare i dettami del mio amore cinquantenne) la sua dedicataria, Françoise Madeleine Hardy.
Perché, per citare le francesissime liner notes di uno degli album appena ristampati, Françoise est l’image même de la poesie…

 

for françoise hardy

at the seine’s edge
a giant shadow
of notre dame
seeks t’ grab my foot
sorbonne students
whirl by on thin bicycles
swirlin’ lifelike colors of leather spin
the breeze yawns food
far from the bellies
of erhard meetin’ johnson
piles of lovers
fishing
kissing
lay themselves on their books. boats.
old men
clothed in curly mustaches
float on the benches
blankets of tourists
in bright red nylon shirts
with straw hats of ambassadors
(cannot hear nixon’s
dawg bark now)
will sail away
as the sun goes down
the doors of the river are open
I must remember that
I too play the guitar
it’s easy t’ stand here
more lovers pass
on motorcycles
roped together
from the walls of the water then
I look across t’ what they call
the right bank
an’ envy
your
trumpet
player

 

per françoise hardy

sulla riva della senna
un’ombra gigante
di notre dame
cerca di afferrarmi un piede
studenti della sorbona
mi turbinano attorno su snelle biciclette
vortici di pelli colorate e come vive roteano
la brezza sbadiglia cibo
lontano dalle pance
di erhard che incontra johnson
mucchi di amanti
pescano
si baciano
si stendono sui loro libri. barche.
vecchi vestiti di baffi arricciati
galleggiano sulle panchine
distese di turisti
in vivaci camicie rosse di nylon
con pagliette di ambasciatori
(ora non sento abbaiare
il cane di nixon)
veleggeranno via
al tramonto del sole
le porte del fiume sono aperte
mi devo ricordare
che suono anch’io la chitarra
è facile starsene qui
altri amanti passano
su motociclette
legate in cordata
dalle pareti dell’acqua poi
guardo quella che chiamano
riva destra
e invidio
il tuo
trombettista

 

L’esule mentale

Magritte-UomoAlloSpecchio

(René Magritte, “La reproduction interdite”, 1937)

Da poco ridisceso dalla nuvoletta di soddisfazione e autocelebrazione che mi ha fatto aleggiare per qualche giorno a diversi metri da terra dopo che la prestigiosa rivista Atelier ha pubblicato, nella sua versione online, tre mie poesie inedite, mi guardavo intorno nella speranza di trovare qualche altra scusa per mostrarmi ancora più enfio di quanto già non appaia nell’inclemente primissimo piano di quella pagina (visitatela per crederci).
Ed ecco che l’idea si è presentata, allettante e dotata di una sua innegabile logica interna e di una punta di giustizia poetica: visto che le tre poesie inedite pubblicate da Atelier fanno parte di una piccola silloge di cinque componimenti, munita di coerenza tematica ed espressiva e finanche di titolo omnicomprensivo, Esilienza, perché non pubblicare i due pezzi mancanti sull’autore a pezzi?
Detto fatto: le due poesie che potete leggere di seguito sono gli anelli mancanti della mini-silloge, per la precisione (e per soddisfare l’indole ossessiva dell’autore) la prima e l’ultima. Ad accomunarle tutte è l’idea dell’esilio e dell’espatrio, che è stato anche l’ombrello tematico sotto la cui egida si è svolta la rassegna RESPIROPOETICO 2015, organizzata a Milano per BookCity 2015 dal vulcanico Daniele Pignatelli (regista, videoartista, milanista, agitatore) e da yours truly.
Ma nel caso di Esilienza, titolo che vorrebbe creare un incrocio tra l’ironico e l’immaginifico di “esilio” e “resilienza” (un po’ come, per chi se li ricorda nei loro lontani Caroselli, gli animali misti dei mitici “Amici di Gioele” Biscolussi, che tra l’altro somiglia molto a un certo cognome…), l’esilio/espatrio è tutto mentale, e appartiene a chi, ancora una volta letteralmente “autore a pezzi”, vive lo spaesamento costante dettato dall’avere non una ma due patrie (nel mio caso Milano e la Southern California), e dal sentirsi leggermente “fuori luogo” in ciascuno dei casi. Salvo poi, perché la vita non è altro che questo, accettare il senso di disappartenenza come condizione stessa della propria appartenenza a se stessi.


 

Da Esilienza (2016)

1.

Trascorri il tempo nelle tue sinapsi,
da gennaio a maggio quando è più visibile
anche all’occhio rivolto a se stesso,
vagando lungo le linee di Orione,
California celeste secondo fonti meno parziali
della tua, salutandone le stelle
come vecchie conoscenze dal carattere incostante
e prono all’implosione: Betelgeuse la femmina in mezzo,
Bellatrix la guerriera, Rigel brillante blu-bianca,
e la cintura a suggerire un girovita
che la città dell’insegna in collina
premierebbe con un contratto da tre film –
e quando sfidi Oceano e Crono e sbarchi a Occidente
non dovrebbe destare sorpresa il non vederla
nel cielo d’estate: ne calpesti la copia terrestre,
dovresti saperti accontentare:
ma la cifra dell’esule mentale è la mancanza,
quella fetta di mondo in assenza,
ciò che credi sempre di trovare ma che perdi,
che rimpiangi.

 

5.

È un qui che non è tuo, questo
che sospiri per mesi e afferri
per la coda dell’estate, ogni volta
rischiando che reagisca alla presa
e sguaini artigli di lince nativa:
ti appartiene meno ancora che a coloro
che l’hanno tolto da sotto i piedi coriacei
le pelli stese
i fuochi accesi
i sacri sudori
gli inquieti palomino
di Chumash
Hupa
Mojave
Ohlone
Shasta
Paiute:
e punge ancora la vergogna
come terminale di tortura applicato a parti molli,
esposte alla repressione più crudele,
quella di te stesso su te stesso:
con questo risveglio, dopo un’altra notte di sonno
così lieve che il ghigno lontano dell’opossum
pareva ruggito nell’orecchio medio,
celebra l’esule mentale il suo ritorno.

 

L’ars poetica del surf

Surfing-Salsa-Brava-wave-in-Puerto-Viejo

La mia fascinazione per il surf come dimensione eroica e semidivina (nel senso che pertiene alla categoria mai estinta dei semidei, specie quando a praticarlo sono le semidee, altrimenti e beachboysianamente note come California Girls) di comunione con le forze di Oceano e abile, furbesca estrazione/sfruttamento delle sue ondivaghe energie a scopi mistico/ricreativi, è nota ai miei molti amici e ai miei sparsi lettori. Gli amici, a differenza dei lettori, si sono dovuti anche sorbire, e a più riprese, i catastrofici e neofantozziani racconti dei miei vani tentativi di conquista delle onde precedenti la conclusione  esistenziale che se certuni sono fatti per cavalcare il mare, certaltri sono fatti semplicemente per scriverne – e farebbero meglio a non dimenticarlo mai, specialmente con l’accumularsi inesorabile di anni, acciacchi, kilogrammi.
E visto che è di scrittura che stiamo parlando, la fonte della poesia che state per leggere, e che riguarda appunto l’ars poetica del surf, non è (manco a dirlo) un’impresa dell’autore a pezzi, bensì un libro. 51Liod9lwLL
Si chiama In search of Captain Zero, è stato scritto da Allan C. Weisbecker, lui sì scrittore/surfista, che le tremila figlie di Oceano e Teti l’abbiano in gloria, ed è un fantastico viaggio, tra memoir, gonzo journalism e Bildungsroman, di ricerca matta e disperatissima in cui l’autore si getta a capofitto nel tentativo di ritrovare e salvare il suo migliore amico. Il problema è che il suo migliore amico non è un amico normale, ma un problematico reduce del Vietnam, trafficante di marijuana e cavaliere delle onde scomparso in un retiro (che ha ben poco di buen) in quel di Puerto Viejo, Costa Rica, sede della mitica Salsa Brava, che non è un condimento speziato bensì un’onda mostruosa, quella che gli iniziati chiamano barrel wave e che ai non iniziati ricorda un’enorme, azzurra canna di fucile in cui il minuscolo surfista appare come un mero proiettile umano, e come tale viene spesso maltrattato e proiettato ed esploso.
E così, tra mistica del gesto acquatico, riflessioni mitopoetiche e comprensibili strizze di origine ittica (il Padrone di Casa e l’Uomo in Grigio sono due soprannomi dello squalo che nella loro forma originale inglese, The Landlord e The Man in Gray, fanno parte del gergo dei surfisti), ecco a voi i versi apocrifi di Capitan Zero.
Tubular, man. Totally gnarly.


 

Dal diario di bordo di Capitan Zero

“All I really knew was that I had found the perfect place on a perfect wave,
and I had remained there endlessly. Forever.”
A.C. Weisbecker, In Search of Captain Zero

Il gesto disteso, alternato, disteso bocconi su questi
due metri di prodigio equilibristico, di immergere
prima un braccio e poi l’altro nell’oceano non rende
giustizia al mistero del momento, alla mancanza
passeggera di fiato, al rapido pugno ma deciso
a stringere la bocca dello stomaco che accarezza
la mia longboard come non fosse materia impenetrabile
ma tessuto mobile e cangiante, permeabile: troppo densa
la nebbia del primo mattino, fitta come pioggia
sospesa al microscopio, troppo opaca la distesa di dune
di questo deserto liquido in attesa della serie,
regolare di numero ma non di forme e dimensioni,
che segna e permette il passaggio di energia che è il segreto,
la consegna delle chiavi del mondo di cui pochi hanno copie.

E quando arrivo, e mi levo a cavallo della tavola
cercando nella media distanza il panorama giusto,
mi rendo conto anche oggi che il dove raggiunto
è una linea che non c’è ma che viene lo stesso superata,
oltre la quale si rischia di incontrare il Padrone di Casa,
l’Uomo in Grigio, il tiburon famelico e istintivo
che non distingue fra umano e pinnipede, riducendoli
entrambi a pasto con poche, trascurabili varianti digestive.

La forma del mio mezzo e sostegno, così longilinea
e regolare, affusolata, silenziosa come in attesa
di diventare preda, e con quelle due estranee appendici
penzolanti – le mie gambe – a muovere l’acqua in modi
invitanti appena sotto il tetto lucente dell’aria,
deve sembrargli la risposta a bisogno e desiderio,
una destinazione obbligata risolta in virata, allungo,
guizzo di caudale. In questo sento fratelli i figli
di Dedalo e Apollo: il mio magnete non è l’astro
ma la parete blu di Salsa Brava, e forse il mio gesto
ha meno conseguenze sui cieli e sulle terre d’Africa,
ma lo spirito è quello: la bracciata verso il muro liquido
montante pari al battito d’ali pennute, al colpo di verga
sui fianchi del tiro divino: la sensazione non tanto
quella della sfida, quanto di una comunione trovata
soltanto in certe, a certe condizioni.

È l’equilibrio perfetto nel mondo che cerchiamo, compagni
di un diffuso equipaggio senza nave, custodi di certi ricordi:
Gerry Lopez a Pipeline, inverno del ’69,
Jock Sutherland a Waimea, tinto di sole arancione a notte fonda
– o ancora, e soltanto, e fieramente,
della ripetizione di questo paradosso rituale:
quello di cavalcare non mare, non acqua,
ma energia.

Malibu, luglio 2015

 

Versi indagatori

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Non sapevo niente di Deryn Rees-Jones fino al giorno in cui, mosso a curiosità sul tema della fantomatica poesia noir dalle magnifiche vertigini del poemetto Immram di Paul Muldoon, non scoprii sul Web il nome di questa poetessa liverpudliana, accostato a quelli di comprovati giganti del verso anglosassone come Sean O’Brien, David Harsent e Robin Robertson. reesjones

Acquistai all’istante, con il riflesso scattante che accomuna la belva famelica all’ossessivo-compulsivo, il libro della Rees-Jones di cui si parlava, Quiver, una sorta di poema noir (appunto) in cui la voce poetante è sospettata dell’omicidio dell’ex amante del marito e contemporaneamente si dibatte in una crisi da pagina bianca ancora più lancinante del vago senso di colpa che aleggia su di lei.
Tra vuoti esistenziali, silenzi creativi, atmosfere piovose e concrete invadenze di piedipiatti ostinati, ecco dunque i distici neri di Deryn Rees-Jones, in originale e nella mia (in)fedele versione.


Senza titolo

Deryn Rees-Jones

Tail

He’s watched me for two days, this plainclothes policeman
with uncertain eyes, a paunch, a greying crop:

he’s familiar, now, with that over-the-shoulder, don’t-
hurt-me look, the way I throw is to the middle-distance,

unaware, on visits to the library, friends,
how space between us is now documented, marked.

He marvels at my knack of disappearing into doors,
how with a half-turn of the head

I can transform the everyday so swiftly,
silk handkerchiefs pulled from a folded palm,

a dove emerging from a hat. The outline of my frame,
now scattered in a mist of dust and light,

reminds him of the fingerprints he took, rolling each finger
across the page; fingers, he saw, still strained with ink

sitting beside me in the church to send the body off.
And my black Nissan

is quiet as a hearse, neither ghost nor echo,
the stretch of my shadow his only hope

as he follows me like a train of thought
through light-slicked, empty streets.

 

Copyright © Deryn Rees-Jones 2004

From Quiver, Seren, 2004

 

Pedinamento

 Mi osserva da due giorni, questo poliziotto in borghese
con sguardo incerto, pancia, capelli corti brizzolati:

gli è familiare, ormai, la mia occhiata da sopra la spalla, come
a dire “non farmi del male”, fissando un punto a mezza distanza,

ignara, durante le visite in biblioteca o da amici,
di quanto lo spazio tra noi sia ormai documentato, segnato.

Si meraviglia della mia abilità di scomparire nelle porte,
di come con una mezza rotazione della testa

riesca a trasformare il quotidiano in modo così repentino,
fazzoletti di seta sfilati da una mano chiusa,

una colomba che emerge da un cilindro. La mia figura,
ora diffusa in una foschia di polvere e luce,

gli ricorda le impronte digitali che mi ha preso, facendo ruotare
ogni dito sul foglio; dita che ha visto ancora macchiate d’inchiostro

seduto in chiesa al mio fianco a dare l’estremo saluto al corpo.
E la mia Nissan nera

è silenziosa come un carro funebre, né spettro né eco,
l’allungarsi della mia ombra la sua sola speranza

mentre mi segue come un filo di pensieri
lungo strade deserte e viscide di luci.

 

Traduzione: Copyright © Stefano Bortolussi 2016