Autore: stebortolo

Poeta, romanziere, traduttore.

CALIFORNIA BURNING: AN EXORCISM

171206065901-31-california-fire-1205-exlarge-169California is burning again, this time a little too close to home for comfort, and what is one to do, if not try a feeble, possibly inane exorcism in poetry?

 
Burn the scars of this earth that runs to sea,
and the questions seem to be more scorching
than the flames: having to do with the whys,
the hows, the whens and the wherefores.

But maybe all this makes little or no sense
to the firemen who fly over the burning expanse
and glimpse the shadowy outline of their wings
gingerly skimming this black-magic carpet

as if afraid of burning themselves;
maybe this cyclic curse of stubble and coal
that the earth inherits is part and condition

of its own returning, the day after;
and the ashes give cover to the quiet dreams
of a land that westers but never surrenders.


CALIFORNIA BURNING: UN ESORCISMO

La California brucia di nuovo, questa volta pericolosamente vicino a casa, e cosa può fare l’autore a pezzi se non offrire un fragile, forse vacuo esorcismo?
Questa la versione italiana:

 

Bruciano le ferite della terra che conducono al mare,
e le domande sembrano farsi più brucianti
delle fiamme: riguardano i perché,
i come, i quando e i percome.

Ma forse tutto questo ha poco senso
per chi sorvola la distesa di fuoco
scorgendo in basso l’ombra delle ali
che scorre leggera su questo tappeto di magia nera

quasi avesse paura di scottarsi;
forse questa ciclica sciagura di stoppie e carbone
che la terra eredita è parte, condizione

del suo ripresentarsi, il giorno dopo;
forse le ceneri coprono i quieti sogni
di una terra che tramonta ma non si arrende mai.

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TRADURRE, FORSE SOGNARE…

Era il 2015 quando l’editore Frassinelli mi coinvolse nell’illuminato progetto di pubblicare in Italia un autore americano da noi pressoché sconosciuto di nome Don Carpenter, Carpenterche in patria, grazie agli sforzi e all’intelligenza critica di Jonathan Lethem, stava mietendo un bel successo postumo. Carpenter infatti, nato all’inizio degli anni Trenta a Berkeley, era morto suicida nel 1995, lasciando dietro di sé una nutrita serie di romanzi di solida e ispirata fattura. L’idea, a cui aderii subito con entusiasmo, era quella di proporre Carpenter come uno di quei “maestri nascosti” che l’America ci ha ormai abituati a (ri)scoprire con una certa regolarità: John Williams, Richard Yates, Chuck Kinder, James Salter sono i nomi più recenti che vengono in mente.
A questi autori Carpenter non ha nulla da invidiare: coevo della Beat Generation, amico personale di alcuni dei suoi maggiori esponenti, il nostro non ne aveva mai condiviso le dispersività un po’ velleitarie, preferendo puntare su solide trame, su personaggi intagliati in tutte le loro bellezze & brutture (tanto per concedermi un vezzo Beat), sulla cara, vecchia ricostruzione di ambienti, vezzi, more sociali e via classicheggiando. Il tutto, però, adattato a un’era, quella che va dagli anni Cinquanta agli Ottanta, dove il mondo, e gli USA soprattutto, mutavano a velocità vertiginosa, portando sulla scena nuovi linguaggi, nuovi costumi e nuove ossessioni (sex, drugs & rock’n’roll!).
Il mio (i nostro) lavoro su Carpenter partì con il suo ultimo libro, “I venerdì da Enrico’s”, lasciato incompleto dall’autore ed editato e “ripulito” dallo stesso Lethem: una magnifica storia, toccante, drammatica ma in certi momenti anche spassosa (com’è la vita stessa), di scrittori di vario successo e talento. Il secondo, gigantesco passo è stato la “Hollywood Trilogy”, tre romanzi ambientati a Hollywood (che Carpenter conosceva bene), da me tradotti uno dopo l’altro in una magica full immersion in quella Tana del Bianconiglio che è sempre stata Hollywood. E per dirla con un altro mito personale, i lisergici Grateful Dead: what a long, strange trip it’s been.
Chi mi conosce sa (e gli altri tanto vale che lo scoprano adesso) quanto, per motivi sia biografici che generazionali, la California torreggi nel mio immaginario; facile dipingersi, dunque, il miscuglio di gioia e trepidazione che provai nel cimentarmi con un romanzo come La Sceneggiatura, il terzo e più corposo capitolo della trilogia, dove nelle prime due righe già comparivano le parole magiche “Mulholland” e “Laurel Canyon”.
Ora “La Sceneggiatura” (titolo originale “Turnaround”) esce come primo volume singolo della trilogia (ma i completisti non temano, gli altri sono già in programma), ed è per me una rinnovata gioia presentarvi, come potrei fare con un trio di amici, i suoi principali protagonisti: il giovane, illuso sceneggiatore Jerry Rexford, il produttore di successo (ma anche no) Alexander “Boss” Hellstrom e il capriccioso, strafatto auteur Rick Heidelberg. Intorno a loro si muovono però decine di magnifici comprimari, tra cui qualche personaggio (anche importante) proveniente dagli altri due libri, a formare un quadro psichedelico e folle, ma sempre magnificamente raccontato da un autore con i piedi ben saldi per terra, della Hollywood degli anni Settanta, quella degli Easy Riders e dei Raging Bulls (dal fondamentale saggio di Peter Biskind): una Hollywood che aveva sì perduto la dimensione di grande Fabbrica dei Sogni della sua età classica, quel magico paradosso che riusciva a far convivere la dittatura dei Grandi Produttori e le visioni dei registi e sceneggiatori al loro servizio (quattro nomi su tutti: Billy Wilder, Howard Hawks, Preston Sturges, John Ford), ma che al suo posto, in un regime di pullulante anarchia, dava spazio a spiriti liberi e selvaggi come i Peckinpah, i Coppola, i Polanski, gli Altman e compagnia filmante.
“La Sceneggiatura” assume quindi, per il suo modesto traduttore milanese, le dimensioni del Mito, della Proiezione (a vari livelli): e se a questo si aggiunge che la vicenda narrata ruota intorno a un adattamento/remake de La signora nel lago di Chandler…
In poche parole: che cosa si può chiedere di più a un lavoro?
E per voi fortunati che incontrate questo libro per la prima volta: che cosa si può chiedere di più a una lettura?

Billy & Coyote è vivo e lotta insieme a noi

cover

Ci siamo!
Dopo innumerevoli peripezie editoriali è in uscita il mio nuovo romanzo, “Billy & Coyote”, grazie alla visionaria lungimiranza (nota anche come benemerita incoscienza) delle Edizioni Effigi.
“Di che si tratta?” si chiederanno coloro che non ho già ammorbato con le mie antipazioni su queste stesse pagine (mi rivolgo a entrambi).
Presto detto: B&C è la storia dell’incontro tra Billy Wilder, mio maestro e nume ispiratore, e il trickster Coyote, la divinità indiana della trasgressione e del travestimento, avvenuto nella Hollywood degli anni Trenta.
L’incontro mi si è rivelato in un sogno sciamanico causato dalla concomitanza tra la 178ma visione di “Frutto proibito” e un’indigestione di fave di cioccolato extrafondente, quindi ha tutti i crismi dell’autenticità storica.
È un libro in cui le note, di probabile origine tricksteriana, sono importanti (e irriverenti) quanto la storia.
È una commedia romantica per gli innamorati del cinema vero.
È stato prodotto da Netflix (questo non è vero, ma fa tanto cool.)
Quello che è vero è che lo potete già acquistare, con un lauto sconto del 15%, sul sito dell’editore (qui), prossimamente su Amazon e da gennaio in libreria.
Che aspettate, dunque? Come direbbe BW: Uno, due, tre!

PLANTIGRADO REDUX

18297222_1703806679757946_537292431_oIl 3 maggio 2017 (ma climaticamente poteva anche essere il 3 novembre) i Chiostri dell’Umanitaria di Milano hanno visto l’uscita del Plantigrado dalle pagine di Califia e I labili confini e la sua calata tra il pubblico, che ha reagito con scarso spavento e buona tolleranza alla lettura integrale dei due poemetti.
Tenendo fede al suo nome, l’autore a pezzi ve ne regala qui alcuni brani, in cui lui stesso, tra accendini Zippo, Panama, fiaschette da whiskey piene di sciroppo per la tosse (causa maltempo), microfoni testardi, musiche noir e maschere di cartone, cerca di dare vita, gesti e parole a un personaggio che spera lo accompagnerà a lungo.
Buona multipla visione.

 

 

“I LABILI CONFINI” alla prova del pubblico

 

 

E così è passata anche questa Giornata della Poesia, un po’ pretestuosa come tutte le Giornate con l’iniziale maiuscola, ma in fondo una bella occasione per “far arrivare” la poesia alla gente. Noi (la formazione in campo, a parte l’autore a pezzi nonché autore del libro presentato, era completata da Andrea Cati, editore, ideatore e istigatore di Interno Poesia, e Duska Kovacevic, poetessa e fine lettrice di origini e dolci accenti balcanici) abbiamo voluto far parlare la poesia, piuttosto che parlarne.
La serata si è svolta alla Libreria Feltrinelli di Via Manzoni a Milano, che ringraziamo ancora, e il pubblico ha mostrato di gradire. Forse ha mentito spudoratamente, ma l’impressione non era quella. Qui, per gli assenti, i ritardatari, i distratti e i workaholics, una piccola playlist video dei momenti poeticamente salienti…

 

 

 

#StefanoBortolussi #ILabiliConfini

Una bellissima recensione de “I labili confini” a opera di Carlo Tosetti su Poetarum Silva. Oggi l’autore a pezzi si è leggermente ricomposto…

Poetarum Silva

Stefano Bortolussi, I labili confini, Interno Poesia, 2016

recensione di Carlo Tosetti

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Stefano Bortolussi, I labili confiniStefano Bortolussi, scrittore, poeta e traduttore, dopo Califia (Jaca Book 2014), ritorna nell’amata terra di California (Califia è il nome dato alla California da Cortés) con I labili confini (Interno Poesia Editore, 2016).
Il libro è diviso in due sezioni: la prima, La scelta del plantigrado (un noir in versi) è un atipico poema in ottave, nel quale il protagonista – detective – accetta l’incarico di ritrovare una ragazza scomparsa, tale Gazelle.
La seconda sezione, Di altri spiriti guida, è composta da sei poesie, che trattano di sei animali “in odor di sciamanesimo” (la Velella Velella è una colonia di idrozoi della famiglia Porpitidae), mantenendo l’intero libro immerso nell’atmosfera del culto dei nativi, scintilla e linfa anche al susseguirsi degli eventi narrati nella prima parte.

Lungi da me smentire lo stesso autore, ma la sottotitolazione…

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Featured Poetry: Against Naming by Julia Kolchinsky Dasbach

jkd-head-shot-color-photo-cred-ekaterina-izmestieva-3Dal sito letterario New South, della Georgia State University, un’altra splendida poesia di Julia Kolchinsky Dasbach, questa volta in originale, con una breve ma affascinante intervista con una delle nuove voci più belle della poesia americana.
E a proposito di voci: cliccando sul solito triangolo Play, potete sentire Julia stessa che legge i suoi versi.

Sorgente: Featured Poetry: Against Naming by Julia Kolchinsky Dasbach

Amato cinema

Movie Marquee For

Passati gli Oscar e  gabbato come sempre il Cinema maiuscolo, mi permetto di rimandare con l’immagine a un capolavoro di quelli veri (leggi: un film che si finge lieve ma che dice molto più di quello che racconta) e di tradurre una bella poesia di Kate Northrop, poetessa americana nata nel ’69, sulla magia dell’ingresso in sala, dello spegnimento progressivo delle luci, dell’accensione altrettanto dolce della visione e della passione mentre fuori gli elementi procedono indifferenti a svolgere il loro cosmico mandato.
Una doverosa precisazione: non conoscendo l’autrice e le sue intenzioni, mi sono concesso in traduzione una libertà che appartiene a ogni lettore di poesia: quella di traslare il dettato del verso (in specifico, il genere di quei due “Lovely One” e di quel singolo, commosso “Loveliest”), riconducendolo per mano alla mia esperienza e ai miei afflati. In realtà (anche se non è detto), nella poesia l’autrice potrebbe rivolgersi a un “lui” e non a una “lei”, come invece fa nella mia versione. I miei sparsi lettori si sentano quindi liberi di riportare il tutto ai propri sentimentali trasporti, che è poi uno dei segreti del leggere poesia.

kate-northrop

Kate Northrop

The Film

Come, let’s go in.
The ticket-taker
has shyly grinned
and it’s almost time,
Lovely One.
Let’s go in.

The wind tonight’s too wild.
The sky too deep,
too thin. Already it’s time.
The lights have dimmed.
Come, Loveliest.
Let’s go in

and know these bodies
we do not have to own, passing
quietly as dreams, as snow.
Already leaves are falling
and music begins.
Lovely One,

it’s time.
Let’s go in.

© 2007 Kate Northrop

Il film

Vieni, entriamo.
La maschera
ha fatto un timido sorriso
ed è quasi ora,
Amata Mia.
Entriamo.

Il vento stasera è troppo furioso.
Il cielo troppo scuro,
troppo rado. È già ora.
Le luci si sono affievolite.
Vieni, Amatissima.
Entriamo

e incontriamo questi corpi
che non dobbiamo possedere, che passano
silenziosi come sogni, come neve.
Già cadono le foglie
e la musica comincia.
Amata Mia,

è ora.
Entriamo.

Di altri spiriti guida. Poesie di Stefano Bortolussi, da I labili confini (Interno Poesia, 2016)

Qualche pezzo sparso dell’autore a pezzi sul prezioso blog Nuove Finzioni. La poesia che gira intorno, per dirla con Fossati.

Nuove Finzioni

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CALYPTE ANNA

 Quanto spesso batte le ali il portento

di natura calando ogni mattina alla fontana

di pietre riprodotte e carezzate di muschio

e ignaro prendendole per vere

nell’ombra indecisa della pergola:

solo i pensieri più guizzanti e selettivi

frullano piumati davanti al raggio vago

dello sguardo diretto, per cambiare, verso l’altro.

È il dono, tra i molti, del mattino

sul lembo occidentale del tragitto,

la sorpresa sperata che si fa realtà

quando i passi indecisi si fermano,

per forza calma ma decisa di marea,

alla vista della schiuma.

*

VELELLLA VELELLA

 Migliaia di vele trasparenti sono sparse

sulla sabbia lappata dall’oceano

o disposte in file ordinate come dalla mano

di bambino divino e sfuggente, troppo piccolo

o forse gigantesco al punto da negare la visione

completa e razionale, l’osservazione in sé conclusa

di chi senza sapere assiste.

Nelle pareti della mareggiata che le ha consegnate

alle nostre attenzioni…

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Il plantigrado insiste a farsi del male

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Per la serie “Quando un personaggio ha la meglio sul suo autore”: dopo avere scritto di lui in Califia, con il poemetto L’innato autolesionismo del plantigrado che volendo potete rileggere anche su questo blog (per la precisione qui), lo stanco, ciondolante detective d’albergo trasformato in orso dai potenti di Hollywood ha affondato di nuovo zanne e artigli nel mio volubile immaginario e ha ruggito il suo desiderio di tornare. Il risultato è un poema di 35 pagine, che compone l’intera prima parte della mia nuova raccolta di poesie, I labili confini, pubblicato di recente da Interno Poesia (lo trovate in libreria e sui grandi bazaar dell’e-commerce, ma ancora più semplice è ordinarlo qui sul sito dell’Editore). cover
Di seguito, per gentile concessione dell’Editore, ne trovate una sapida anticipazione, ma se volete sapere come va a finire la nera avventura del plantigrado, e magari leggere le poesie della seconda sezione del libro (che, bando a pelosette modestie, Roberto Mussapi ha definito “composizioni di non comune potenza, lucentezza, nell’opera di un poeta italiano di oggi intatto da ogni minimalismo o sentimentalismo”) dovrete fare il nobile gesto di ordinare il libro, cedendo al molto meno nobile ricatto  dell’autore a pezzi.
So che nessuno me l’ha chiesto, ma secondo me ne vale la pena.


 

LA SCELTA DEL PLANTIGRADO
– Un noir in versi –

Le sventurate imprese che di seguito si cantano
hanno un inizio che non è di queste pagine:
affonda le radici in terra di Califia
e nel libro che le è proprio, e narra
l’innato autolesionismo del plantigrado
che da detective e spione d’albergo
negli spenti corridoi del Marmont,
irretito da una rossa di miele d’acacia,

prese troppo sul serio il proprio incarico
in cerca delle storie smarrite da chi era uso
a possederle e le ritrovò dove
loro,
i suoi mandanti in ville e grattacieli,
non avevano mai pensato di cercarle:
diffuse dal vento del deserto, inghiottite
dall’oceano, assorbite dalla terra assetata
di rinascita – in una parola: dappertutto

 tranne che negli uffici in cui le avrebbero volute,
stanche e rinchiuse e pronte all’uso.
A scoperta più dolente non sarebbe potuto arrivare,
né rapporto più offensivo presentare,
nella città di ombre e apparenze: il nostro
orso d’albergo, forse malato d’illusione
oltre che dei suoi soliti tormenti, lo scoprì
a spese della propria letterale umanità,

già labile di suo, e non fece in tempo
a maledirsi per il peccato di superbia
che si ritrovò orso vero e proprio, bandito
oltrecollina insieme alla rossa strumentale
che, ormai disciolta in miele, era costretto
a ingollare in eterno – o almeno finché
lo spettacolo non fosse giunto a noia
ai suoi autori e distaccati spettatori.

Ma in terra di finali a piacimento
può essere che una trama si sciolga inusitata:

I.

Il santone in posizione di riposo mi guardava
con un misto di orgoglio soddisfatto e timore
di una delle metamorfosi spontanee
e più imprevedibili di un giro di vento
con cui ero assurto a fama scabrosa nella pace
del rifugio di meditazione in collina:
non ero ancora del tutto guarito, se da condanna
a forma animale da loro comminata è davvero

possibile guarire – in libertà condizionata
dall’esistenza quadrupede e ruggente
facevo spola tra dentatura cariata
e zanna gialla, unghia trascurata
e artiglio curvo, andatura oscillante
e passo rilassato in dirittura, mutando
spesso quando meno lo volevo e almeno
una volta seminando il panico in seduta
alla presenza di colui che con un misto
audace di trascendenza, percosse, funghi
magici, stimolazioni di amigdala e ippocampo
e farmaci d’assalto era riuscito a ridurre
di molto la mia natura ursina, riportandola
a tratto generale di carattere e tendenza
a ringhio e borbottio – se non, come dicevo,
nei momenti che chiamare inopinati è un eufemismo

in cui Natura tornava alla carica, fin troppo
generosa di bava e succhi vitali di altre,
più oscure gestazioni: allora era ognuno
per se stesso e dio per nessuno, e saluti cari
ai precetti del santone, forse il primo
e più lesto a rifugiarsi sui rami bassi
dell’eucalipto a lui sacro, senza pensare
a tendere la mano ai suoi discepoli.

Ma erano ormai settimane che non ruzzolavo
nella forra incolta e melmosa di foia
e istinti primevi, e se clinicamente
il risultato era il ritorno di compagnie
poco rimpiante (sciatica, Tourette, disturbo
bipolare) a circondare il cespuglio di guai
di natura metamorfica, nonché il pentimento
di avere prosciugato, coatto per condanna,

i dolci succhi della rossa di miele d’acacia,
dal punto di vista leggermente aereo
del santone ero un uomo, a volte un poco orso,
ma “non più pernicioso di agente hollywoodiano”.
(Cicatrici sparse di biografia pre-mistica,
in tale giudizio lontano da nirvana?
Shrapnel di oscuri ricordi della città di lustrini?
La sua risposta: “Sono guaritore, non guarito”.)

II.

Ed è così che con l’assenso del saggio e saldo
salato di fattura giunge il giorno del distacco
dalla tana a pagamento: vuoto di fondi
e pieno di punti di domanda sulla frase
da lui scelta a mo’ di congedo compio
i primi passi umani fuori dal ranch
sulle colline di Simi, provando un brivido
che al mio arrivo ursino mi eludeva:

siamo fin troppo vicini, lo si sente,
a quello che è stato altro rifugio ad altri
tipi di ferocia, evocata da parole che paiono
inventate (Spahn, Squeaky, Helter Skelter)
e che mi fanno scomodamente ripensare
a quelle finali del santone: un “Va’ e uccidi”
emesso a mezza voce, forse a ironico commento
sul mio doppio, spero con intento metaforico.

III.

In realtà alla prima tappa, anche se volessi
– o cedessi incolpevole a richiamo di ferocia –
non inciderei molto sul cadente stato delle cose:
il reperto mobile che si erge tra banco e parete
specchiata del bar potrebbe dare significato nuovo,
esistenziale sì ma in prima battuta esiziale,
al termine “Old Fashioned”: ordinandolo mi pare
di esalare qualcosa compreso nel vuoto di senso

tra omaggio e oltraggio, impressione confermata
da gemito e smorfia con cui lui si accinge
a miscelare whiskey angostura scorza e sudore
per produrre il peggior cocktail a ovest
della foresta di Los Padres (tracce quadrupedi,
maledizione, in questa coordinata di misurazione).
“Senza lavoro?” gracchia da sotto la lapide precoce,
divinando la mia condizione come se solo così

sarei potuto entrare in un simile locale
e ordinare tale malinconica miscela. “Centrato
e affondato” rispondo ancora chino sul liquido
ambrato che riporta ricordi di altre vertigini
e lappate (“Red, temo il momento in cui di te
non resterà nulla” pensavo immergendo il muso
nel suo miele; “Siamo ciò che siamo, non quello
che eravamo” avvertivo muta la risposta.)

Lui si muove in orizzontale dietro il banco
con fare da orso metallico di fiera ambulante,
e per un istante fuggitivo credo di vedere
qualcosa di comune dietro gli occhi, ma è solo
l’illusione del mutante. Il vecchio è vecchio,
punto e basta, e si muove come può. E adesso
crolla la testa come marionetta rimasta
senza fili, o forse venuta a noia al suo padrone:

“Ascoltami bene” dice, “perché potrei avere
una proposta su misura” emette con raucedine,
e io lo fisso con occhi a veneziana, per una volta
rimpiangendo di non saper essere feroce a comando,
quando ci sono pretese e arroganze da sgonfiare.
“Come fai, come sai, come puoi conoscere
quello che fa o non fa al caso mio?” mugugno,
confuso dal mio stesso uso della parola caso

che pessimi ricordi sembra raccogliere, frullare
e sputare all’intorno come schegge di case
da tornado. Lui: “Cosa credi?” dice, “hai piedipiatti
stampato in piena fronte”. Se solo sapessi, penso
riandando con parte della mente alla mia natura
stessa di plantigrado, ma poi mi sforzo
di rispondere nella tradizione dettata dal mestiere,
una spruzzata di bitters nel cocktail di spirito:

“Prediligo la pratica privata”, con strizzata d’occhio
a deragliare su binari di commento esistenziale.
Lui mi lancia uno sguardo di sbieco che sembra
mossa marziale da tanto è guizzante alla partenza
ma che si stanca prima dell’arrivo, vanificando
l’intenzione volitiva: “Ho una nipote” mormora
come a evocare pentimento, “o meglio l’avevo,
visto che nessuno da mesi l’ha più vista”.

Mosso a vibrazione dal suo nuovo tono,
o forse da un ribollio più umano di passaggio
nell’estuario inquieto delle mie nature,
gli chiedo se la scomparsa possieda la dubbia
distinzione di rispondere a un nome, a tratti
personali, a descrizione. “È nata Gabrielle”
risponde lui versando con trasporto,
“ma da sempre tutti la chiamano Gazelle.”

Primo vagito pre-senziente del detective:
per quale motivo il nomignolo zoomorfo?
L’antico barista mi legge come libro e volta
pagina del suo: “Ha linee e movenze
di cerbiatta, gambe di giraffa, occhi grigi
di lince boschiva, pelle come manto di visone.
Tutto quello che ci vuole, niente di meno,
per finire nelle fauci spalancate dei leoni”.

Titillato da un tale profluvio di animalità,
per un istante tentenno tra quattro e due zampe;
ma il successivo è invaso dal pensiero,
lungi dal festoso, che qui tutti i casi, con speciale
accento su quelli persi alla partenza, portano
alla città di luci e ombre, alle curve impreviste
delle strade nei canyon, alle ville abbarbicate
sui versanti tra carezze di eucalipti e cacti spinosi,

alle stanze buie dove il sogno si interrompe
come fotogramma sciolto e accartocciato
e l’incubo assume le sembianze di dio di risata,
di canto, avventura o amore romantico,
mostrando il suo volto, quello vero, alla vittima
di turno, incantata e sedotta a umiliare
corpo e spirito in eterno, o fino alla comparsa
di una nuova candidata alla rovina.

(Illustrazione: Noir Bear by emir0)