Ritorno ad Alessandria

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Spinto dalla mia maniacale propensione alle corrispondenze tra il mondo interiore della lettura e il ritmo di climi e stagioni (non che interessi a chicchessia, ma tanto per spiegarmi: non avrete mai il dubbio piacere di vedermi, spiaggiato come un globicefalo lungo un qualsiasi litorale, mediterraneo o pacifico che sia, con in mano un romanzo di Dickens, di George Eliot o di Jane Austen, essendo le loro opere letture rigorosamente autunno/inverno; né mi sorprenderete a divorare un Conrad seduto in poltrona mentre fuori imperversa la stagione fredda), sto centellinando, al ritmo di uno all’anno, gli straordinari romanzi del Quartetto di Alessandria dell’immenso e sottovalutato Lawrence Durrell.images
Giunto, nella calura dello scorso luglio, al secondo libro, il vertiginoso Balthazar, sono rimasto catturato, al di là delle meraviglie sparse in ogni pagina, del senso struggente di un passato perduto e impossibile da recuperare e della sapienza della costruzione romanzesca, dall’insistenza di Durrell, che era anche un poeta niente affatto trascurabile, sugli elenchi dei nomi dei suoi personaggi, che a più riprese diventano musica, suono, poesia (appunto) grazie al loro stesso accostamento, in una litania di esotismi mai fini a se stessi e di evocazioni di storie, segreti, passati, destini racchiusi nelle loro poche sillabe incatenate dalla pura sapienza compositiva e affabulatoria di un grande narratore.
Ho voluto prendere questi nomi snocciolati da Durrell nelle sue pagine e comporvi intorno una poesia sullo struggimento della memoria e del passato perduto, che se già era uno dei temi fondanti del Quartetto, ora, a distanza di quasi un secolo e con gli sconvolgimenti in atto in un mondo così tragicamente diverso da quello che Durrell ha vissuto e descritto, diventa quasi grido. Ho così immaginato Lawrence Durrell che fa ritorno nell’Alessandria d’Egitto dei nostri giorni, e di fronte all’orrore di ciò che è diventata cerca di aggrapparsi proprio a quei nomi, che già al momento della sua scrittura erano ricordo di un tempo andato, e che ora sono ormai diventati un disperato esorcismo.


 

Jamais de la Vie – il suo profumo gli ritorna
ai sensi mentre il pensiero è più forte di lui,
squarcia l’illusione e si impone, opprimente:
mai nella vita avrebbe immaginato impoverita
a questo punto la città delle cinque flotte,
il sogno malato di febbre e assediato dal deserto,
“città principessa e mignotta” ma sempre plurima
e cangiante, sfuggente, prepotente di licenze
e punizioni: dove le figure coperte dai domino neri
a proteggere rischio e tradimento, piacere anonimo
o riconosciuto all’istante dal tocco, dal calore,
dal fremito di dita apposte o abbandonate,
dove le dune morbide e umane dei corpi
sulle sabbie di Sidi Bishr, dove i tavoli assediati
di settenari e pentametri alessandrini del Pastroudis,
dove gli odori aspri e spossati di urina
e gelsomino appassito…

Dove Athena Trasha, Toto de Brunel, Da Capo
e Randidi, il conte Banubula e il general Cerroni,
dove Tony Umbada e Claude Amaril, Pozzo di Borgo,
Djambolat Bey e Baldassaro Trivizani, Dmitri Randidi
e Delphine de Francueil, Onophrious Papas e Phipps,
Gaston Phipps, Pia dei Tolomei e Pierre Balbz, dove
Dante Borromeo e Jacques de Guéry, Nessim Hosnani –
dove l’inconsapevole poesia della città-madre violata?

“Tutti se ne andranno, per sempre”: ha sapore di desolato
presagio la frase del suo narratore: la città che rivede non visto
è greve e immobile come le acque salmastre del Maryut,
priva di vita come il deserto che l’assedia.
Justine la polena vi sarebbe annegata, lei usa
a tutte le correnti, vinta più da stagnanza che da flutto,
e forse il solo Narouz dal gesto fanatico
avrebbe motivo di esistere, il labbro squarciato
esposto a sfida prima del gesto, dello scoppio
che cancella ogni memoria di ciò che è stato, che non è.

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