Mese: ottobre 2016

Visioni nel buio

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Conoscevo John Burnside come autore di lividi, corruschi romanzi a metà strada tra il noir e il metafisico, ma non come poeta.
johnburnsideQuesta traduzione è il mio modesto tentativo di rendere omaggio a una scoperta per me importante e in certi casi (o forse sarebbe più preciso dire per certi versi) fulminante. Ho ritrovato, nelle sue poesie, certe mie ossessioni e ispirazioni, prima tra tutte quella di un universo naturale, in primo luogo animale, che è sempre messaggero di qualcosa di altro rispetto alla dimensione della vita quotidiana, sia essa vissuta o sognata. In questo Burnside si inscrive nella grande foresta della poesia scozzese contemporanea, popolata di illuminazioni e improvvise visitazioni di un mondo che vive e respira appena dietro, o accanto, a quello umano. Penso a grandi poeti come Robin Robinson o Kenneth White, che mappano per noi un universo molteplice e multidimensione, dove le superfici sono sempre finti specchi che se su un lato riflettono noi che guardiamo, dietro nascondono una dimensione altrettanto viva, una realtà sorpresa dalla poesia nell’inquietante, a volte minaccioso sforzo di osservarci, forse di parlarci.

 

John Burnside

ANIMALS
for Allison Funk

There are nights when we cannot name
the animals that flit across our headlights

even on moonlit journeys, when the road
is eerie and still

and we smell the water long before
the coast road, or those lamps across the bay,

they cross our path, unnameable and bright
as any in the sudden heat of Eden.

Mostly, it’s rabbit, or fox, though we’ve sometimes caught
a glimpse of powder blue, or Chinese white,

or chanced upon a mystery of eyes
and passed the last few miles in wonderment.

It’s like the time our only neighbour died
on Echo Road,

leaving her house unoccupied for months,
a darkness at the far end of the track

that set itself apart,
the empty stairwell brooding in the heat,

the blank rooms filling with scats
and the dreams of mice.

In time, we came to think that house contained
a presence: we could see it from the yard

shifting from room to room in the autumn rain
and we thought it was watching us: a kindred shape

more animal than ghost.
They say, if you dream an animal, it means

“the self” – that mess of memory and fear
that wants, remembers, understands, denies,

and even now, we sometimes wake from dreams
of moving from room to room, with its scent on our hands

and a slickness of musk and fur
on our sleep-washed skins,

though what I sense in this, and cannot tell
is not the continuity we understand

as self, but life, beyond the life we live
on purpose: one broad presence that proceeds

by craft and guesswork,
shadowing our love.

© 2006 John Burnside
(from John Burnside: Selected Poems, Cape Poetry, Jonathan Cape 2006)


 

John Burnside

ANIMALI
per Allison Funk

Ci sono sere in cui non sappiamo nominare
gli animali che guizzano davanti ai nostri fari

anche nei viaggi sotto la luna piena, quando la strada
è misteriosa e quieta

e sentiamo l’odore dell’acqua ben prima
della litoranea, o quei lampioni sull’altro lato della baia

ci passano davanti, innominabili e luminosi
come al calore improvviso dell’Eden.

Sono più che altro conigli, o volpi, anche se a volte abbiamo
intravisto una macchia blu cobalto, o color biacca,

o abbiamo incrociato un mistero di occhi
e percorso le ultime miglia in preda a meraviglia.

È come quando morì la nostra sola vicina
di Echo Road,

lasciando la casa disabitata per mesi,
un buio in fondo al sentiero

che si stagliava netto,
la tromba vuota delle scale che covava nel caldo,

le stanze vuote che si riempivano di escrementi
e sogni di topi.

Col tempo ci facemmo l’idea che la casa
contenesse una presenza: potevamo vederla dal giardino

muoversi di stanza in stanza nella pioggia d’autunno
e pensavamo che ci osservasse: una forma affine

più animale che spettro.
Dicono che in sogno un animale significhi

“l’Io” – quel miscuglio di memoria e paura
che vuole, ricorda, capisce, nega,

e ancora adesso a volte ci destiamo dopo aver sognato
di passare di stanza in stanza, con il suo odore sulle mani

e un viscidume di muschio e pelo
sulle nostre pelli dilavate dal sonno,

anche se quello che avverto e non posso dire
non è la continuità che intendiamo

come l’Io, ma vita, oltre la vita che viviamo
di proposito: una presenza diffusa che procede

per destrezza e intuizione,
adombrando il nostro amore.

Traduzione: © 2016 Stefano Bortolussi

 

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Ritorno ad Alessandria

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Spinto dalla mia maniacale propensione alle corrispondenze tra il mondo interiore della lettura e il ritmo di climi e stagioni (non che interessi a chicchessia, ma tanto per spiegarmi: non avrete mai il dubbio piacere di vedermi, spiaggiato come un globicefalo lungo un qualsiasi litorale, mediterraneo o pacifico che sia, con in mano un romanzo di Dickens, di George Eliot o di Jane Austen, essendo le loro opere letture rigorosamente autunno/inverno; né mi sorprenderete a divorare un Conrad seduto in poltrona mentre fuori imperversa la stagione fredda), sto centellinando, al ritmo di uno all’anno, gli straordinari romanzi del Quartetto di Alessandria dell’immenso e sottovalutato Lawrence Durrell.images
Giunto, nella calura dello scorso luglio, al secondo libro, il vertiginoso Balthazar, sono rimasto catturato, al di là delle meraviglie sparse in ogni pagina, del senso struggente di un passato perduto e impossibile da recuperare e della sapienza della costruzione romanzesca, dall’insistenza di Durrell, che era anche un poeta niente affatto trascurabile, sugli elenchi dei nomi dei suoi personaggi, che a più riprese diventano musica, suono, poesia (appunto) grazie al loro stesso accostamento, in una litania di esotismi mai fini a se stessi e di evocazioni di storie, segreti, passati, destini racchiusi nelle loro poche sillabe incatenate dalla pura sapienza compositiva e affabulatoria di un grande narratore.
Ho voluto prendere questi nomi snocciolati da Durrell nelle sue pagine e comporvi intorno una poesia sullo struggimento della memoria e del passato perduto, che se già era uno dei temi fondanti del Quartetto, ora, a distanza di quasi un secolo e con gli sconvolgimenti in atto in un mondo così tragicamente diverso da quello che Durrell ha vissuto e descritto, diventa quasi grido. Ho così immaginato Lawrence Durrell che fa ritorno nell’Alessandria d’Egitto dei nostri giorni, e di fronte all’orrore di ciò che è diventata cerca di aggrapparsi proprio a quei nomi, che già al momento della sua scrittura erano ricordo di un tempo andato, e che ora sono ormai diventati un disperato esorcismo.


 

Jamais de la Vie – il suo profumo gli ritorna
ai sensi mentre il pensiero è più forte di lui,
squarcia l’illusione e si impone, opprimente:
mai nella vita avrebbe immaginato impoverita
a questo punto la città delle cinque flotte,
il sogno malato di febbre e assediato dal deserto,
“città principessa e mignotta” ma sempre plurima
e cangiante, sfuggente, prepotente di licenze
e punizioni: dove le figure coperte dai domino neri
a proteggere rischio e tradimento, piacere anonimo
o riconosciuto all’istante dal tocco, dal calore,
dal fremito di dita apposte o abbandonate,
dove le dune morbide e umane dei corpi
sulle sabbie di Sidi Bishr, dove i tavoli assediati
di settenari e pentametri alessandrini del Pastroudis,
dove gli odori aspri e spossati di urina
e gelsomino appassito…

Dove Athena Trasha, Toto de Brunel, Da Capo
e Randidi, il conte Banubula e il general Cerroni,
dove Tony Umbada e Claude Amaril, Pozzo di Borgo,
Djambolat Bey e Baldassaro Trivizani, Dmitri Randidi
e Delphine de Francueil, Onophrious Papas e Phipps,
Gaston Phipps, Pia dei Tolomei e Pierre Balbz, dove
Dante Borromeo e Jacques de Guéry, Nessim Hosnani –
dove l’inconsapevole poesia della città-madre violata?

“Tutti se ne andranno, per sempre”: ha sapore di desolato
presagio la frase del suo narratore: la città che rivede non visto
è greve e immobile come le acque salmastre del Maryut,
priva di vita come il deserto che l’assedia.
Justine la polena vi sarebbe annegata, lei usa
a tutte le correnti, vinta più da stagnanza che da flutto,
e forse il solo Narouz dal gesto fanatico
avrebbe motivo di esistere, il labbro squarciato
esposto a sfida prima del gesto, dello scoppio
che cancella ogni memoria di ciò che è stato, che non è.