Bisontiade

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Mi è sempre piaciuto, il bisonte americano, con quel suo corpo assurdo che sfida le leggi di grazia e geometria e quel suo testone barbuto e capelluto da santone un po’ strafatto. L’ho sempre trovato un animale poetico, simbolo tragico di una sconfitta – quella dei nativi che lo cacciavano e se ne nutrivano – di cui è stato, non certo per colpa sua, una delle cause. Ha rischiato l’estinzione per calcolo umano e imperialistico, questo bestione buono che fino all’arrivo dell’Uomo Bianco era padrone delle praterie, e ora vive, come il popolo che per secoli aveva sfamato, un’esistenza ridotta al minimo e umiliata dal ricordo genetico delle libertà di un tempo.
La visione di un piccolo branco in cattività, nel Golden Gate Park di San Francisco, mi ha ispirato questa poesia di Califia, un verso della quale – l’unico in inglese – cita letteralmente una frase che un guerriero Crow disse al generale Crook per giustificare lo sterminio sistematico delle mandrie. Ai tempi (si parla del 1876) i Crow, così come gli Shoshone, avevano formato una di quelle malaugurate alleanze con le giubbe blu allo scopo di sbaragliare i loro nemici storici, i Sioux – laddove si dimostra che non tutti i nativi americani erano guerrieri nobili e senza paura, e che i cretini esistevano anche tra loro.
Ahimè, il piano alla lunga funzionò, pur nel suo semplicistico massimalismo, e la scomparsa del bisonte fu una delle maggiori iatture che colpirono le tribù cacciatrici, insieme al vaiolo (per gentile concessione delle coperte infettate distribuite dall’uomo bianco) e al trasferimento forzato in zone totalmente aliene alle abitudini e all’organizzazione sociale delle comunità originarie.
Storia triste, e conseguente senso di colpa galoppante nel bianco europeo, che queste cose le ha lette sui libri senza viverle sulla sua pelle e che quindi, in teoria, dovrebbe esimersi dal dire la sua. Ma – secondo ahimè – alla poesia non si comanda, e men che meno alla coscienza dell’autore a pezzi, che quando c’è da sentirsi a pezzi per qualcosa o qualcuno non si tira indietro.
Di qui la poesia che sbuffa e galoppa poche righe più in basso, portando in sé, oltre a una memoria storica che che è, come dire, indotta, anche una memoria generazionale più modesta (non certo per qualità, tengo a dirlo): quella di uno dei capolavori del Principe, al secolo Francesco de Gregori, che in Bufalo Bill riassume mirabilmente, in un paio di versi, decenni di storia americana: Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi/la locomotiva ha la strada segnata/il bufalo può scartare di lato e cadere. (E sento già le vocette intubate delle obiezioni e dei distinguo: Ma è poesia? E se non lo è, che cos’è? Risposta: E chissenefrega?)

 


 

Se venite in pace: quanta storia nascondono
due semplici lettere in sequenza, sembra dire lo sguardo
scuro e rassegnato del bisonte esposto alle visite innocenti
nella colpa di chi vede soltanto un bestione sbilanciato
e un muso barbuto da innocuo saggio a pagamento,
di chi dimentica che il bisonte può scartare
e cadere, e che la sua sorte fu decisa
non da chi lo cacciava con rispetto
scoccando la freccia nel momento,
ma dalle lunghe canne dei fucili, dalle mitraglie,
dalle gragnole di proiettili e intenzioni.

“Better kill the buffalo than have him feed the Sioux”
­– meglio per chi? mi chiede il capobranco avvicinandosi alla rete
del Golden Gate Park, e alle sue spalle il ponte
sembra prendersi gioco, nelle sue promesse tinte
dell’arancio dell’alba e del tramonto, delle nostalgie
di genti strane e coraggiose a cavallo
che ci avrebbero nobilmente scotennati
per poi dedicarsi a Fratello Bisonte.
Ma non è il brivido di uno stato di natura
che mi specchia nel suo occhio d’acqua triste:
è un tremito di gelo che mi prende
al pensiero delle cariche dei Custer contro i branchi,
delle coperte piegate in quattro a celare i germi del vaiolo,
dell’inganno nei gesti e nei trattati, nei calumet fumati
– delle lente, barcollanti colonne dell’esilio.

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