Mese: maggio 2016

Le acque implacabili del Mito

Senza titolo

I confess: di recente sono rimasto infastidito e rattristato dall’ennesimo trucco del mercato discografico per sfruttare la (sacrosanta) aura mitologica che si è creata intorno al grande Jeff Buckley dopo la sua tragica morte per annegamento nel Mississippi. Per sottrarmi alla mano lunga dell’industria della morte in rock, mi guardo bene dal nominare l’album e inserire il link (cosa dovremmo aspettarci in futuro, le registrazioni di Jeff che canticchia mentre si rade la mattina? Un’antologia dei suoi messaggi telefonici?).
Ma qui, nel mio piccolo, voglio rendergli un minimo di giustizia poetica con una lirica di Califia.
La poesia prende spunto da un tuffo nelle gelide acque del Pacifico, ma subito dopo trasporta il lettore bendisposto alle brevi vicende terrene di Jeff e di suo padre Tim, vedendo i loro passaggi sulla Terra come repentine e lancinanti zampate del Mito, provando a restituire alle loro morti assurde quanto meno la dimensione artistica della Tragedia e al tempo stesso celebrando con il dovuto, rispettoso stupore la potenza a volte distruttiva del Grande Fiume Americano – The Big Muddy, Ol’ Man River, quel Mississippi il cui nome originario, misi-ziibi, di origini Ojibwe o Algonquin, significa proprio “Grande Fiume”.
E visto che di canto si parla, ho pensato di premiare gli sparsi lettori dell’autore a pezzi con le due canzoni, di padre e figlio, da cui sono tratti i versi citati in epigrafe: Song to the Siren di Tim e Nightmares by the Sea di Jeff.
Canzoni che non a caso hanno a che vedere con il Mare, con le Acque, con il Mito.


 

I am puzzled as the newborn child
I am troubled at the tide
Tim Buckley

 Stay with me under these waves tonight
Jeff Buckley

 

È così freddo l’oceano da risvegliarti a te stesso,
così trasparente da mostrare l’ombra delle tue mani
blupalmate come una reliqua di diversa creatura,
corpo più complesso e anima più semplice
o forse puro capriccio di una dea riottosa
nascosta fra le rocce e decisa ad arcaica vendetta:
questa è una terra in cui potrebbe aver scelto di rinascere,
destinazione di un trasloco dalle sue isole ormai profanate.
Ma a volte sono sufficienti due bracciate, due calci
alle tue spalle come a volerti liberare di una grinfia,
per riemergere altrove, nei dintorni non più solo reali
di una Memphis che non appartiene a un solo mito,
nell’inimmaginabile corrente del Padre delle Acque
in cui Jeff figlio di Tim si tuffò verso il suo destino
di Icaro a rovescio e smise di intonare il suo alleluia.
A volte basta lasciarsi ghermire un solo istante
da questa forza gelida e incosciente per sentire
il richiamo la violenza l’ossessione
delle acque che tagliano il grande paese,
l’alimentano.

 

Absolutely Sweet Françoise

Francoise Hardy

(Photo by Reg Lancaster/Express/Getty Images)

Spinto dal recente acquisto delle ristampe in CD dei primi cinque album della meravigliosa Françoise Hardy, ed ebbro di vertiginosi ricordi di primi amori impossibili e per questo tanto più dolci (a proposito di vertigini, guardate il video di F.H. che canta Tous Les Garçons Et Les Filles in un luna park parigino: sono cose belle), sono andato a rileggermi la poesia che l’invaghito Bob Dylan le dedicò nel lontano 1964, “nascondendola”, come faceva ai tempi, sulla retrocopertina del suo quarto album, Another Side of Bob Dylan (quello di Chimes of Freedom e di It Ain’t Me, Babe).

Bob_Dylan_-_Another_Side_of_Bob_Dylan

Non contento di rileggerla, l’ho anche tradotta; e non contento di averla tradotta, ho deciso di dedicarle un pezzo dell’autore a pezzi, alimentando, già lo so, le annose polemiche sulla distinzione fra canzone e poesia e sulla statura – appunto – poetica del buon Robert Allen Zimmerman.
Ma tant’é: a mio modesto parere si tratta di degnissima poesia, ovviamente satura di mosse beat e figlia dei suoi tempi; ma soprattutto è poesia la sua materia prima, quella Parigi (o parigi, con la minuscola, per rispettare i dettami dylaniani) di studenti della Sorbona e amanti pre-Pont Neuf, di pelle e motociclette, di vecchi baffuti e cappelli di paglia “da ambasciatori” – e a maggior ragione è poesia (o Poesia, per rispettare i dettami del mio amore cinquantenne) la sua dedicataria, Françoise Madeleine Hardy.
Perché, per citare le francesissime liner notes di uno degli album appena ristampati, Françoise est l’image même de la poesie…

 

for françoise hardy

at the seine’s edge
a giant shadow
of notre dame
seeks t’ grab my foot
sorbonne students
whirl by on thin bicycles
swirlin’ lifelike colors of leather spin
the breeze yawns food
far from the bellies
of erhard meetin’ johnson
piles of lovers
fishing
kissing
lay themselves on their books. boats.
old men
clothed in curly mustaches
float on the benches
blankets of tourists
in bright red nylon shirts
with straw hats of ambassadors
(cannot hear nixon’s
dawg bark now)
will sail away
as the sun goes down
the doors of the river are open
I must remember that
I too play the guitar
it’s easy t’ stand here
more lovers pass
on motorcycles
roped together
from the walls of the water then
I look across t’ what they call
the right bank
an’ envy
your
trumpet
player

 

per françoise hardy

sulla riva della senna
un’ombra gigante
di notre dame
cerca di afferrarmi un piede
studenti della sorbona
mi turbinano attorno su snelle biciclette
vortici di pelli colorate e come vive roteano
la brezza sbadiglia cibo
lontano dalle pance
di erhard che incontra johnson
mucchi di amanti
pescano
si baciano
si stendono sui loro libri. barche.
vecchi vestiti di baffi arricciati
galleggiano sulle panchine
distese di turisti
in vivaci camicie rosse di nylon
con pagliette di ambasciatori
(ora non sento abbaiare
il cane di nixon)
veleggeranno via
al tramonto del sole
le porte del fiume sono aperte
mi devo ricordare
che suono anch’io la chitarra
è facile starsene qui
altri amanti passano
su motociclette
legate in cordata
dalle pareti dell’acqua poi
guardo quella che chiamano
riva destra
e invidio
il tuo
trombettista