L’ars poetica del surf

Surfing-Salsa-Brava-wave-in-Puerto-Viejo

La mia fascinazione per il surf come dimensione eroica e semidivina (nel senso che pertiene alla categoria mai estinta dei semidei, specie quando a praticarlo sono le semidee, altrimenti e beachboysianamente note come California Girls) di comunione con le forze di Oceano e abile, furbesca estrazione/sfruttamento delle sue ondivaghe energie a scopi mistico/ricreativi, è nota ai miei molti amici e ai miei sparsi lettori. Gli amici, a differenza dei lettori, si sono dovuti anche sorbire, e a più riprese, i catastrofici e neofantozziani racconti dei miei vani tentativi di conquista delle onde precedenti la conclusione  esistenziale che se certuni sono fatti per cavalcare il mare, certaltri sono fatti semplicemente per scriverne – e farebbero meglio a non dimenticarlo mai, specialmente con l’accumularsi inesorabile di anni, acciacchi, kilogrammi.
E visto che è di scrittura che stiamo parlando, la fonte della poesia che state per leggere, e che riguarda appunto l’ars poetica del surf, non è (manco a dirlo) un’impresa dell’autore a pezzi, bensì un libro. 51Liod9lwLL
Si chiama In search of Captain Zero, è stato scritto da Allan C. Weisbecker, lui sì scrittore/surfista, che le tremila figlie di Oceano e Teti l’abbiano in gloria, ed è un fantastico viaggio, tra memoir, gonzo journalism e Bildungsroman, di ricerca matta e disperatissima in cui l’autore si getta a capofitto nel tentativo di ritrovare e salvare il suo migliore amico. Il problema è che il suo migliore amico non è un amico normale, ma un problematico reduce del Vietnam, trafficante di marijuana e cavaliere delle onde scomparso in un retiro (che ha ben poco di buen) in quel di Puerto Viejo, Costa Rica, sede della mitica Salsa Brava, che non è un condimento speziato bensì un’onda mostruosa, quella che gli iniziati chiamano barrel wave e che ai non iniziati ricorda un’enorme, azzurra canna di fucile in cui il minuscolo surfista appare come un mero proiettile umano, e come tale viene spesso maltrattato e proiettato ed esploso.
E così, tra mistica del gesto acquatico, riflessioni mitopoetiche e comprensibili strizze di origine ittica (il Padrone di Casa e l’Uomo in Grigio sono due soprannomi dello squalo che nella loro forma originale inglese, The Landlord e The Man in Gray, fanno parte del gergo dei surfisti), ecco a voi i versi apocrifi di Capitan Zero.
Tubular, man. Totally gnarly.


 

Dal diario di bordo di Capitan Zero

“All I really knew was that I had found the perfect place on a perfect wave,
and I had remained there endlessly. Forever.”
A.C. Weisbecker, In Search of Captain Zero

Il gesto disteso, alternato, disteso bocconi su questi
due metri di prodigio equilibristico, di immergere
prima un braccio e poi l’altro nell’oceano non rende
giustizia al mistero del momento, alla mancanza
passeggera di fiato, al rapido pugno ma deciso
a stringere la bocca dello stomaco che accarezza
la mia longboard come non fosse materia impenetrabile
ma tessuto mobile e cangiante, permeabile: troppo densa
la nebbia del primo mattino, fitta come pioggia
sospesa al microscopio, troppo opaca la distesa di dune
di questo deserto liquido in attesa della serie,
regolare di numero ma non di forme e dimensioni,
che segna e permette il passaggio di energia che è il segreto,
la consegna delle chiavi del mondo di cui pochi hanno copie.

E quando arrivo, e mi levo a cavallo della tavola
cercando nella media distanza il panorama giusto,
mi rendo conto anche oggi che il dove raggiunto
è una linea che non c’è ma che viene lo stesso superata,
oltre la quale si rischia di incontrare il Padrone di Casa,
l’Uomo in Grigio, il tiburon famelico e istintivo
che non distingue fra umano e pinnipede, riducendoli
entrambi a pasto con poche, trascurabili varianti digestive.

La forma del mio mezzo e sostegno, così longilinea
e regolare, affusolata, silenziosa come in attesa
di diventare preda, e con quelle due estranee appendici
penzolanti – le mie gambe – a muovere l’acqua in modi
invitanti appena sotto il tetto lucente dell’aria,
deve sembrargli la risposta a bisogno e desiderio,
una destinazione obbligata risolta in virata, allungo,
guizzo di caudale. In questo sento fratelli i figli
di Dedalo e Apollo: il mio magnete non è l’astro
ma la parete blu di Salsa Brava, e forse il mio gesto
ha meno conseguenze sui cieli e sulle terre d’Africa,
ma lo spirito è quello: la bracciata verso il muro liquido
montante pari al battito d’ali pennute, al colpo di verga
sui fianchi del tiro divino: la sensazione non tanto
quella della sfida, quanto di una comunione trovata
soltanto in certe, a certe condizioni.

È l’equilibrio perfetto nel mondo che cerchiamo, compagni
di un diffuso equipaggio senza nave, custodi di certi ricordi:
Gerry Lopez a Pipeline, inverno del ’69,
Jock Sutherland a Waimea, tinto di sole arancione a notte fonda
– o ancora, e soltanto, e fieramente,
della ripetizione di questo paradosso rituale:
quello di cavalcare non mare, non acqua,
ma energia.

Malibu, luglio 2015

 

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