Mese: aprile 2016

L’esule mentale

Magritte-UomoAlloSpecchio

(René Magritte, “La reproduction interdite”, 1937)

Da poco ridisceso dalla nuvoletta di soddisfazione e autocelebrazione che mi ha fatto aleggiare per qualche giorno a diversi metri da terra dopo che la prestigiosa rivista Atelier ha pubblicato, nella sua versione online, tre mie poesie inedite, mi guardavo intorno nella speranza di trovare qualche altra scusa per mostrarmi ancora più enfio di quanto già non appaia nell’inclemente primissimo piano di quella pagina (visitatela per crederci).
Ed ecco che l’idea si è presentata, allettante e dotata di una sua innegabile logica interna e di una punta di giustizia poetica: visto che le tre poesie inedite pubblicate da Atelier fanno parte di una piccola silloge di cinque componimenti, munita di coerenza tematica ed espressiva e finanche di titolo omnicomprensivo, Esilienza, perché non pubblicare i due pezzi mancanti sull’autore a pezzi?
Detto fatto: le due poesie che potete leggere di seguito sono gli anelli mancanti della mini-silloge, per la precisione (e per soddisfare l’indole ossessiva dell’autore) la prima e l’ultima. Ad accomunarle tutte è l’idea dell’esilio e dell’espatrio, che è stato anche l’ombrello tematico sotto la cui egida si è svolta la rassegna RESPIROPOETICO 2015, organizzata a Milano per BookCity 2015 dal vulcanico Daniele Pignatelli (regista, videoartista, milanista, agitatore) e da yours truly.
Ma nel caso di Esilienza, titolo che vorrebbe creare un incrocio tra l’ironico e l’immaginifico di “esilio” e “resilienza” (un po’ come, per chi se li ricorda nei loro lontani Caroselli, gli animali misti dei mitici “Amici di Gioele” Biscolussi, che tra l’altro somiglia molto a un certo cognome…), l’esilio/espatrio è tutto mentale, e appartiene a chi, ancora una volta letteralmente “autore a pezzi”, vive lo spaesamento costante dettato dall’avere non una ma due patrie (nel mio caso Milano e la Southern California), e dal sentirsi leggermente “fuori luogo” in ciascuno dei casi. Salvo poi, perché la vita non è altro che questo, accettare il senso di disappartenenza come condizione stessa della propria appartenenza a se stessi.


 

Da Esilienza (2016)

1.

Trascorri il tempo nelle tue sinapsi,
da gennaio a maggio quando è più visibile
anche all’occhio rivolto a se stesso,
vagando lungo le linee di Orione,
California celeste secondo fonti meno parziali
della tua, salutandone le stelle
come vecchie conoscenze dal carattere incostante
e prono all’implosione: Betelgeuse la femmina in mezzo,
Bellatrix la guerriera, Rigel brillante blu-bianca,
e la cintura a suggerire un girovita
che la città dell’insegna in collina
premierebbe con un contratto da tre film –
e quando sfidi Oceano e Crono e sbarchi a Occidente
non dovrebbe destare sorpresa il non vederla
nel cielo d’estate: ne calpesti la copia terrestre,
dovresti saperti accontentare:
ma la cifra dell’esule mentale è la mancanza,
quella fetta di mondo in assenza,
ciò che credi sempre di trovare ma che perdi,
che rimpiangi.

 

5.

È un qui che non è tuo, questo
che sospiri per mesi e afferri
per la coda dell’estate, ogni volta
rischiando che reagisca alla presa
e sguaini artigli di lince nativa:
ti appartiene meno ancora che a coloro
che l’hanno tolto da sotto i piedi coriacei
le pelli stese
i fuochi accesi
i sacri sudori
gli inquieti palomino
di Chumash
Hupa
Mojave
Ohlone
Shasta
Paiute:
e punge ancora la vergogna
come terminale di tortura applicato a parti molli,
esposte alla repressione più crudele,
quella di te stesso su te stesso:
con questo risveglio, dopo un’altra notte di sonno
così lieve che il ghigno lontano dell’opossum
pareva ruggito nell’orecchio medio,
celebra l’esule mentale il suo ritorno.

 

L’ars poetica del surf

Surfing-Salsa-Brava-wave-in-Puerto-Viejo

La mia fascinazione per il surf come dimensione eroica e semidivina (nel senso che pertiene alla categoria mai estinta dei semidei, specie quando a praticarlo sono le semidee, altrimenti e beachboysianamente note come California Girls) di comunione con le forze di Oceano e abile, furbesca estrazione/sfruttamento delle sue ondivaghe energie a scopi mistico/ricreativi, è nota ai miei molti amici e ai miei sparsi lettori. Gli amici, a differenza dei lettori, si sono dovuti anche sorbire, e a più riprese, i catastrofici e neofantozziani racconti dei miei vani tentativi di conquista delle onde precedenti la conclusione  esistenziale che se certuni sono fatti per cavalcare il mare, certaltri sono fatti semplicemente per scriverne – e farebbero meglio a non dimenticarlo mai, specialmente con l’accumularsi inesorabile di anni, acciacchi, kilogrammi.
E visto che è di scrittura che stiamo parlando, la fonte della poesia che state per leggere, e che riguarda appunto l’ars poetica del surf, non è (manco a dirlo) un’impresa dell’autore a pezzi, bensì un libro. 51Liod9lwLL
Si chiama In search of Captain Zero, è stato scritto da Allan C. Weisbecker, lui sì scrittore/surfista, che le tremila figlie di Oceano e Teti l’abbiano in gloria, ed è un fantastico viaggio, tra memoir, gonzo journalism e Bildungsroman, di ricerca matta e disperatissima in cui l’autore si getta a capofitto nel tentativo di ritrovare e salvare il suo migliore amico. Il problema è che il suo migliore amico non è un amico normale, ma un problematico reduce del Vietnam, trafficante di marijuana e cavaliere delle onde scomparso in un retiro (che ha ben poco di buen) in quel di Puerto Viejo, Costa Rica, sede della mitica Salsa Brava, che non è un condimento speziato bensì un’onda mostruosa, quella che gli iniziati chiamano barrel wave e che ai non iniziati ricorda un’enorme, azzurra canna di fucile in cui il minuscolo surfista appare come un mero proiettile umano, e come tale viene spesso maltrattato e proiettato ed esploso.
E così, tra mistica del gesto acquatico, riflessioni mitopoetiche e comprensibili strizze di origine ittica (il Padrone di Casa e l’Uomo in Grigio sono due soprannomi dello squalo che nella loro forma originale inglese, The Landlord e The Man in Gray, fanno parte del gergo dei surfisti), ecco a voi i versi apocrifi di Capitan Zero.
Tubular, man. Totally gnarly.


 

Dal diario di bordo di Capitan Zero

“All I really knew was that I had found the perfect place on a perfect wave,
and I had remained there endlessly. Forever.”
A.C. Weisbecker, In Search of Captain Zero

Il gesto disteso, alternato, disteso bocconi su questi
due metri di prodigio equilibristico, di immergere
prima un braccio e poi l’altro nell’oceano non rende
giustizia al mistero del momento, alla mancanza
passeggera di fiato, al rapido pugno ma deciso
a stringere la bocca dello stomaco che accarezza
la mia longboard come non fosse materia impenetrabile
ma tessuto mobile e cangiante, permeabile: troppo densa
la nebbia del primo mattino, fitta come pioggia
sospesa al microscopio, troppo opaca la distesa di dune
di questo deserto liquido in attesa della serie,
regolare di numero ma non di forme e dimensioni,
che segna e permette il passaggio di energia che è il segreto,
la consegna delle chiavi del mondo di cui pochi hanno copie.

E quando arrivo, e mi levo a cavallo della tavola
cercando nella media distanza il panorama giusto,
mi rendo conto anche oggi che il dove raggiunto
è una linea che non c’è ma che viene lo stesso superata,
oltre la quale si rischia di incontrare il Padrone di Casa,
l’Uomo in Grigio, il tiburon famelico e istintivo
che non distingue fra umano e pinnipede, riducendoli
entrambi a pasto con poche, trascurabili varianti digestive.

La forma del mio mezzo e sostegno, così longilinea
e regolare, affusolata, silenziosa come in attesa
di diventare preda, e con quelle due estranee appendici
penzolanti – le mie gambe – a muovere l’acqua in modi
invitanti appena sotto il tetto lucente dell’aria,
deve sembrargli la risposta a bisogno e desiderio,
una destinazione obbligata risolta in virata, allungo,
guizzo di caudale. In questo sento fratelli i figli
di Dedalo e Apollo: il mio magnete non è l’astro
ma la parete blu di Salsa Brava, e forse il mio gesto
ha meno conseguenze sui cieli e sulle terre d’Africa,
ma lo spirito è quello: la bracciata verso il muro liquido
montante pari al battito d’ali pennute, al colpo di verga
sui fianchi del tiro divino: la sensazione non tanto
quella della sfida, quanto di una comunione trovata
soltanto in certe, a certe condizioni.

È l’equilibrio perfetto nel mondo che cerchiamo, compagni
di un diffuso equipaggio senza nave, custodi di certi ricordi:
Gerry Lopez a Pipeline, inverno del ’69,
Jock Sutherland a Waimea, tinto di sole arancione a notte fonda
– o ancora, e soltanto, e fieramente,
della ripetizione di questo paradosso rituale:
quello di cavalcare non mare, non acqua,
ma energia.

Malibu, luglio 2015