Versi indagatori

rees-jones image

Non sapevo niente di Deryn Rees-Jones fino al giorno in cui, mosso a curiosità sul tema della fantomatica poesia noir dalle magnifiche vertigini del poemetto Immram di Paul Muldoon, non scoprii sul Web il nome di questa poetessa liverpudliana, accostato a quelli di comprovati giganti del verso anglosassone come Sean O’Brien, David Harsent e Robin Robertson. reesjones

Acquistai all’istante, con il riflesso scattante che accomuna la belva famelica all’ossessivo-compulsivo, il libro della Rees-Jones di cui si parlava, Quiver, una sorta di poema noir (appunto) in cui la voce poetante è sospettata dell’omicidio dell’ex amante del marito e contemporaneamente si dibatte in una crisi da pagina bianca ancora più lancinante del vago senso di colpa che aleggia su di lei.
Tra vuoti esistenziali, silenzi creativi, atmosfere piovose e concrete invadenze di piedipiatti ostinati, ecco dunque i distici neri di Deryn Rees-Jones, in originale e nella mia (in)fedele versione.


Senza titolo

Deryn Rees-Jones

Tail

He’s watched me for two days, this plainclothes policeman
with uncertain eyes, a paunch, a greying crop:

he’s familiar, now, with that over-the-shoulder, don’t-
hurt-me look, the way I throw is to the middle-distance,

unaware, on visits to the library, friends,
how space between us is now documented, marked.

He marvels at my knack of disappearing into doors,
how with a half-turn of the head

I can transform the everyday so swiftly,
silk handkerchiefs pulled from a folded palm,

a dove emerging from a hat. The outline of my frame,
now scattered in a mist of dust and light,

reminds him of the fingerprints he took, rolling each finger
across the page; fingers, he saw, still strained with ink

sitting beside me in the church to send the body off.
And my black Nissan

is quiet as a hearse, neither ghost nor echo,
the stretch of my shadow his only hope

as he follows me like a train of thought
through light-slicked, empty streets.

 

Copyright © Deryn Rees-Jones 2004

From Quiver, Seren, 2004

 

Pedinamento

 Mi osserva da due giorni, questo poliziotto in borghese
con sguardo incerto, pancia, capelli corti brizzolati:

gli è familiare, ormai, la mia occhiata da sopra la spalla, come
a dire “non farmi del male”, fissando un punto a mezza distanza,

ignara, durante le visite in biblioteca o da amici,
di quanto lo spazio tra noi sia ormai documentato, segnato.

Si meraviglia della mia abilità di scomparire nelle porte,
di come con una mezza rotazione della testa

riesca a trasformare il quotidiano in modo così repentino,
fazzoletti di seta sfilati da una mano chiusa,

una colomba che emerge da un cilindro. La mia figura,
ora diffusa in una foschia di polvere e luce,

gli ricorda le impronte digitali che mi ha preso, facendo ruotare
ogni dito sul foglio; dita che ha visto ancora macchiate d’inchiostro

seduto in chiesa al mio fianco a dare l’estremo saluto al corpo.
E la mia Nissan nera

è silenziosa come un carro funebre, né spettro né eco,
l’allungarsi della mia ombra la sua sola speranza

mentre mi segue come un filo di pensieri
lungo strade deserte e viscide di luci.

 

Traduzione: Copyright © Stefano Bortolussi 2016

 

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