Storie di appendici

sugimoto1-articleLarge

Tornato sui sentieri della poesia (non senza un ultimo pensiero e un augurio paterno a Billy & Coyote, il romanzo tuttora inedito di cui ho voluto anticipare qualche capitolo sparso: in bocca al lupo, strana creatura sestupede, Incompreso di babbo tuo!), il poemetto con cui mi piace celebrare la Giornata Mondiale della Poesia nasce da una visita al Museum of Natural History di New York e alla mia profonda fascinazione per i diorami, quei magici “quadri tridimensionali” che riproducono scene di vita naturale, spesso di una violenza agghiacciante e quindi tanto più amati dal fanciullo che è in noi (è un’attrazione, questa per i diorama, condivisa da Antonio Riccardi, che ne scrive in modo molto più colto e profondo nel suo Cosmo più servizi. Divagazioni su artisti, diorami, cimiteri e vecchie zie rimaste signorine (gran bel titolo, a proposito), edito da Sellerio (lo trovate qui).
L’idea alla base della poesia è che corna e palchi degli ungulati rimandino, se osservati con un certo spirito (e l’ossessivo-compulsivo che è in me corre subito a citare ancora Billy Wilder, quando in Frutto proibito fa dire a Su-Su: “Non puoi vederlo, se guardi senza crederci”…), ad altre storie, a visioni, epiche e narrazioni che nelle forme ossificate delle appendici degli animali il poeta vede riprodotte, tradotte, forse re-immaginate.
Detto questo, e fermandomi qui perché un autore, specialmente se a pezzi, non dovrebbe mai dilugarsi troppo su quello che ha scritto, non mi resta che augurarvi buona lettura – ma non prima di ricordare che la poesia che segue ha avuto l’onore di essere pubblicata sul magnifico Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea 3 di Raffaelli Editore, curato da Gianfranco Lauretano, Francesco Napoli e Walter Raffaelli (lo potete ordinare qui, e fossi in voi lo farei).


 

Cenni parziali di storia naturale

                                                                                         Museum of Natural History, New York

Nella sala invasa da corpi vivi, strilli, rincorse,
variante sicura di caverna primeva e non più ctonia,
alzando gli occhi appena abituati alla penombra
e volgendo l’attenzione al cerchio di scene isolate
come in un vecchio view master, i diorami
si mostrano in lenta processione, quasi accesi

uno dopo l’altro a offrirsi all’attenzione,
e la comprensione lenta prende forma simile in tutto
a un pensiero tranne che nella sua origine e fonte,
più carezza organica che moto mentale,
più allungo tattile che soffio di sophia, e segue
le linee che dalle fronti nascono e si levano decise,

rette, curve, a coppie chiuse e autosufficienti
o diramanti come famiglie estese di rami e discendenze:
sono qui mistero, sorpresa e commozione del mondo
– non nello squarcio sonoro della fiera, non nel muscolo
annodato della punta o in quello esplodente
del balzo letale, non nell’ultimo spettacolo

della fatale lotta quotidiana, non nella sopravvivenza
esibita, eseguita e in sé esaurita nel rosso
di zanne e di artigli, ma nel lavorìo di tempo
e stagioni, genomi e mutazioni, disegni e adattamenti
di quelle parti che sorgono dalle teste delle vittime
come pensieri ossificati dall’età: corna, palchi, appendici.

Sono storia e storie, raccontano e rispecchiano
in modo quasi identico, con differenze invisibili all’occhio
ma rivelate nel movimento del singolo nel branco,
nello scarto del corpo di cui sono stendardo,
carico retto fino alla consegna della fine, firma
apposta in testa nell’inchiostro indelebile del tempo.

orice

Se la differenza fra la coppia dell’orice beisa,
decisa nel puntare verso l’alto, e l’ordinanza
concessa all’orice dalle corna a scimitarra
è una semplice tendenza alla discesa
che parrebbe avere sapore di sconfitta, il racconto
narrato nelle ere è fatto di sangue e interiora

portate alla luce da affondi e sciabolate
di sopravvivenza, di incroci all’arma bianca
per la femmina dal sesso più florido e sbocciato,
di una nuova, sorpresa agilità nella macchia,
fuga e rifugio dalla fiera che obbedisce alla stessa
legge di natura che decide chi si nutre e di cosa.

alce

Se il palco dell’alce, alces alces per gli ossessivi
che non vivono la ripetizione come colpa, ricorda
mani aperte in offerta alle nuvole nere di neve,
o palme volte a ricevere come se i licheni
piovessero dal cielo invece di crescere a terra
esposti al ritmo in levare degli zoccoli,

wapiti

 

le appendici guizzanti del wapiti, cervo nobile
a cui il cacciatore Shawnee diede un nome
poco titolato (se è vero, come pare, che waapiti
si riferisce al candore del suo posteriore), sono fiamme,
lingue di un fuoco troppo vivo per essere fermato,
ricordi fossili di un fronte avanzante che divora.

elandkudu

 

Se si accostasse il corno dell’eland gigante a quello del kudu
si traccerebbe la stessa doppia storia, misteriosa,
di avvitamento, vortice, vertigine, quasi
le due specie condividessero un genoma espansivo,
pronto a mostrarsi a prima vista fuori del vetrino,
ergendosi contorto dal punto più alto della sua creazione.

 

chital1

Se astratto dal resto di sé, il cranio del “più bello dei cervi”,
il chital dal manto pomellato della macchia indiana,
rimanda all’istante a un’araldica nobile
e perfino crudele, estranea alle grazie del suo portatore
quasi quanto i quattro bracci piegati della croce greca
lo sono ora all’idea violata di “oggetto propizio”.

tameng

Se ridotti a dimensioni parassitiche, con un numero
di zampe pari ai dubbi su direzioni prese e possibili,
le curve del tameng potrebbero confondere
come un tracciato di sentieri perduti nella macchia,
interrotti da rocce, foreste e precipizi improvvisi
o esauriti perché stanchi di se stessi;

bighorn

se tornati a dimensioni naturali, di fronte
alla preoccupazione paterna del bighorn il pensiero
va all’evoluzione, nel doppio senso di mutazione
e movimento, di due appendici che sembrano partire
decise verso un dove che è un altrove per poi piegarsi
a una curiosità più immediata, rivolta solo a chi le guarda.

 

caribu

E se infine si volesse portare a conclusione
un viaggio che per definizione non ha termine,
non esiste palco migliore da cui farlo
di quello esteso e glorioso della renna, foresta
vellutata e portatile come a riprodurre in minore
il proprio mondo, rivelando a chi vede in trasparenza

segreti scambi e ininterrotti fra piani di un flusso continuo,
correnti che nutrono correnti, venti che intrecciano e rincorrono.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...