Billy & Coyote/4: quando il canide è in fiamme

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Il nuovo, croccante bocconcino da Billy & Coyote che l’autore a pezzi ha sottratto a se stesso per darlo in pasto ai suoi scelti lettori ha luogo nell’anno di grazia 1954. Ne sono trascorsi 12 da quando Billy Wilder ha diretto Frutto proibito, la sua prima regia americana, ed è stato un decennio abbondante di trionfi, delusioni e fulminazioni di genio, un decennio trascorso tutto all’interno del protettivo cancello della Paramount ed espresso quasi esclusivamente nel glorioso bianco e nero dell’epoca d’oro (unica eccezione il Technicolor pastello de Il valzer dell’imperatore, ma quello essendo un omaggio al musical/operetta il colore, un certo tipo di colore, era necessario e intrinseco al gesto creativo tanto quanto il bianco e nero inciso e crudele di La fiamma del peccato lo era stato per quel nerissimo noir).
Con Quando la moglie in vacanza tutto cambia. Se è la seconda volta che Wilder gira a colori, è la prima volta che scrive in un ufficio diverso dal “suo” piccolo regno nel Writers Building della “casa della montagna”, è la prima volta che  viene prodotto da uno studio diverso (in questo caso la leonina Twentieth Century Fox), è la prima volta che usa il formato Cinemascope.
Ed è la prima volta che lavora con Marilyn.
Lo farà solo un’altra volta, quattro anni dopo, per illuminare la più bella commedia che sia mai stata scritta, girata e interpretata, e di cui per pudore e rispetto e coyotesco dispetto al lettore qui non nomineremo neanche il titolo… perché parafrasando Will E. Shakespeare, ci sono più cose in quel film, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.


1954

Spesso i momenti più iconici hanno le origini più discutibili.
Qualche settimana prima dell’inizio delle riprese newyorkesi di The Seven Year Itch, una variegata delegazione hollywoodiana (composta da regista, produttore esecutivo, direttore della fotografia, segretaria di edizione e coyote) sta svolgendo i sopralluoghi finali sotto la canicola di agosto. [*]

30948[*] The Seven Year Itch (Quando la moglie è in vacanza) è un altro di quei film wilderiani in cui il meccanismo a orologeria funziona malgrado uno dei suoi ingranaggi cerchi costantemente di sabotarlo con la propria stessa, insopportabile presenza. Nel caso specifico la rotella deforme si chiama Tom Ewell, ed è purtroppo il protagonista della storia. Nella parte di Richard Sherman, dirigente di una casa editrice in piena crisi di mezz’età (lui, non la casa editrice), Ewell dà fondo al suo campionario di smorfie, una più insostenibile dell’altra, ma non riesce a donare uno straccio di umanità al personaggio, che peraltro resta scritto benissimo da Wilder e da George Axelrod, autore della commedia da cui il film è tratto.
Ne risulta una visione curiosamente frustrante, come quella del frutto più succulento sull’albero dei vicini, sempre quasi a portata di mano ma in realtà perennemente sfuggente: il frutto esotico del “film che poteva essere”, identico in tutto al “film che è” tranne che in un doloroso dettaglio.

La temperatura è davvero disumana, e tanto per sottolineare il concetto Coyote si sta trascinando per i marciapiedi ribollenti con un’andatura a dir poco inelegante, le zampe posteriori divaricate ad angolo ottuso e il posteriore basculante attorno all’asse di una sofferenza che, a giudicare dai suoi continui grugniti, deve avere ben poco di numinoso. L’incorreggibile trickster è ricomparso a Manhattan dopo un fine settimana che lui stesso ha definito “divino” e che BW, dopo uno sbuffo automatico di ilarità (i facili doppi sensi gli sono sempre piaciuti, checché ne dicano i cultori della raffinatezza: il comico è come il maiale, non sarà kosher ma non se ne butta via niente), ha chiuso in un ripostiglio della sua immaginazione nel timore di indesiderate epifanie. BW ha anche cercato di convincere il dio dell’Abrasione a starsene in albergo, o magari colà ove si rifugiano i suoi simili quando decidono di concedere una sospirata tregua agli umani, ma non c’è stato niente da fare: da quando Coyote ha sentito odore di Monroe, la sua partecipazione alle giornate (per non parlare delle notti) del suo “socio di minoranza” si è fatta assidua fino a rasentare l’ossessività.
Ach, Marilyn, sospira BW fra sé, già paventando le ore di attesa sempre meno paziente che lo spiritello insicuro imporrà all’intera produzione prima di decidersi a uscire dalla lampada; ma nel suo sospiro c’è anche una componente di piacere, poiché ha già avuto modo di vedere cosa accade quando la lampada viene abbandonata come un guscio vuoto e il suo djinn è libero di svolazzare leggero nell’aria davanti alla macchina da presa, e sa che per rivederlo sarebbe addirittura disposto ad attendere una nuova glaciazione.
E non sono l’unico, si dice muovendo la coda dell’occhio verso quella di Coyote, che spazza l’aria al ritmo ondulatorio del posteriore infiammato. Il gruppetto è giunto davanti al Trans-Lux 52nd Street Theatre, dove Sherman e quella che nel film si chiamerà soltanto The Girl si fermeranno dopo aver passeggiato per un tratto di Lexington Avenue; Krasner sta controllando la location ruotando la testa in una finta panoramica, le dita incrociate a formare un’immaginaria inquadratura davanti all’occhio destro, e BW gli si sta avvicinando quando si accorge che Coyote si è portato, invisibile a tutti tranne che a lui, al centro esatto di una grata della metropolitana. Si è messo a girare su se stesso come se si stesse preparando a lasciare qualcosa di sé sulla grata, e BW, che da buon regista riesce sempre a dipingersi una scena un istante prima che accada, si sta chiedendo disperato a quale categoria del creato possano appartenere le feci di un coyote invisibile quando alla periferia della sua coscienza registra un suonodiverso da quello che si aspettava, un suono che anche sforzandosi nessuno potrebbe ascrivere a un canide in procinto di liberarsi gli intestini: un tuono, o meglio un rombo, il rombo di un treno in arrivo nei meandri di Manhattan. L’istante successivo il rombo è accompagnato da un violento spostamento d’aria fresca che fa ondeggiare i risvolti dei pantaloni di lino di BW; ed è allora, abbassando gli occhi sul tessuto tremante, spostandoli lentamente su Coyote e vedendo il brivido che s’irradia dai suoi genitali irritati, gli percorre il corpo, gli rizza i peli del dorso e si conclude con quello che può soltanto essere definito un sorriso, che BW vede la conclusione perfetta della scena che girerà fra poche settimane: il vestito bianco, il treno che passa, la gonna che si solleva, l’espressione estatica sul volto di Marilyn.
La materia di cui sono fatti i sogni, si dice pur sapendo di compiere il peccato mortale della citazione; o più prosaicamente, pensa con uno sghignazzo che fa voltare tutti (Coyote compreso), di cui sono fatte le gonadi di un dio dissoluto.

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