Mese: marzo 2016

Versi indagatori

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Non sapevo niente di Deryn Rees-Jones fino al giorno in cui, mosso a curiosità sul tema della fantomatica poesia noir dalle magnifiche vertigini del poemetto Immram di Paul Muldoon, non scoprii sul Web il nome di questa poetessa liverpudliana, accostato a quelli di comprovati giganti del verso anglosassone come Sean O’Brien, David Harsent e Robin Robertson. reesjones

Acquistai all’istante, con il riflesso scattante che accomuna la belva famelica all’ossessivo-compulsivo, il libro della Rees-Jones di cui si parlava, Quiver, una sorta di poema noir (appunto) in cui la voce poetante è sospettata dell’omicidio dell’ex amante del marito e contemporaneamente si dibatte in una crisi da pagina bianca ancora più lancinante del vago senso di colpa che aleggia su di lei.
Tra vuoti esistenziali, silenzi creativi, atmosfere piovose e concrete invadenze di piedipiatti ostinati, ecco dunque i distici neri di Deryn Rees-Jones, in originale e nella mia (in)fedele versione.


Senza titolo

Deryn Rees-Jones

Tail

He’s watched me for two days, this plainclothes policeman
with uncertain eyes, a paunch, a greying crop:

he’s familiar, now, with that over-the-shoulder, don’t-
hurt-me look, the way I throw is to the middle-distance,

unaware, on visits to the library, friends,
how space between us is now documented, marked.

He marvels at my knack of disappearing into doors,
how with a half-turn of the head

I can transform the everyday so swiftly,
silk handkerchiefs pulled from a folded palm,

a dove emerging from a hat. The outline of my frame,
now scattered in a mist of dust and light,

reminds him of the fingerprints he took, rolling each finger
across the page; fingers, he saw, still strained with ink

sitting beside me in the church to send the body off.
And my black Nissan

is quiet as a hearse, neither ghost nor echo,
the stretch of my shadow his only hope

as he follows me like a train of thought
through light-slicked, empty streets.

 

Copyright © Deryn Rees-Jones 2004

From Quiver, Seren, 2004

 

Pedinamento

 Mi osserva da due giorni, questo poliziotto in borghese
con sguardo incerto, pancia, capelli corti brizzolati:

gli è familiare, ormai, la mia occhiata da sopra la spalla, come
a dire “non farmi del male”, fissando un punto a mezza distanza,

ignara, durante le visite in biblioteca o da amici,
di quanto lo spazio tra noi sia ormai documentato, segnato.

Si meraviglia della mia abilità di scomparire nelle porte,
di come con una mezza rotazione della testa

riesca a trasformare il quotidiano in modo così repentino,
fazzoletti di seta sfilati da una mano chiusa,

una colomba che emerge da un cilindro. La mia figura,
ora diffusa in una foschia di polvere e luce,

gli ricorda le impronte digitali che mi ha preso, facendo ruotare
ogni dito sul foglio; dita che ha visto ancora macchiate d’inchiostro

seduto in chiesa al mio fianco a dare l’estremo saluto al corpo.
E la mia Nissan nera

è silenziosa come un carro funebre, né spettro né eco,
l’allungarsi della mia ombra la sua sola speranza

mentre mi segue come un filo di pensieri
lungo strade deserte e viscide di luci.

 

Traduzione: Copyright © Stefano Bortolussi 2016

 

Storie di appendici

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Tornato sui sentieri della poesia (non senza un ultimo pensiero e un augurio paterno a Billy & Coyote, il romanzo tuttora inedito di cui ho voluto anticipare qualche capitolo sparso: in bocca al lupo, strana creatura sestupede, Incompreso di babbo tuo!), il poemetto con cui mi piace celebrare la Giornata Mondiale della Poesia nasce da una visita al Museum of Natural History di New York e alla mia profonda fascinazione per i diorami, quei magici “quadri tridimensionali” che riproducono scene di vita naturale, spesso di una violenza agghiacciante e quindi tanto più amati dal fanciullo che è in noi (è un’attrazione, questa per i diorama, condivisa da Antonio Riccardi, che ne scrive in modo molto più colto e profondo nel suo Cosmo più servizi. Divagazioni su artisti, diorami, cimiteri e vecchie zie rimaste signorine (gran bel titolo, a proposito), edito da Sellerio (lo trovate qui).
L’idea alla base della poesia è che corna e palchi degli ungulati rimandino, se osservati con un certo spirito (e l’ossessivo-compulsivo che è in me corre subito a citare ancora Billy Wilder, quando in Frutto proibito fa dire a Su-Su: “Non puoi vederlo, se guardi senza crederci”…), ad altre storie, a visioni, epiche e narrazioni che nelle forme ossificate delle appendici degli animali il poeta vede riprodotte, tradotte, forse re-immaginate.
Detto questo, e fermandomi qui perché un autore, specialmente se a pezzi, non dovrebbe mai dilugarsi troppo su quello che ha scritto, non mi resta che augurarvi buona lettura – ma non prima di ricordare che la poesia che segue ha avuto l’onore di essere pubblicata sul magnifico Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea 3 di Raffaelli Editore, curato da Gianfranco Lauretano, Francesco Napoli e Walter Raffaelli (lo potete ordinare qui, e fossi in voi lo farei).


 

Cenni parziali di storia naturale

                                                                                         Museum of Natural History, New York

Nella sala invasa da corpi vivi, strilli, rincorse,
variante sicura di caverna primeva e non più ctonia,
alzando gli occhi appena abituati alla penombra
e volgendo l’attenzione al cerchio di scene isolate
come in un vecchio view master, i diorami
si mostrano in lenta processione, quasi accesi

uno dopo l’altro a offrirsi all’attenzione,
e la comprensione lenta prende forma simile in tutto
a un pensiero tranne che nella sua origine e fonte,
più carezza organica che moto mentale,
più allungo tattile che soffio di sophia, e segue
le linee che dalle fronti nascono e si levano decise,

rette, curve, a coppie chiuse e autosufficienti
o diramanti come famiglie estese di rami e discendenze:
sono qui mistero, sorpresa e commozione del mondo
– non nello squarcio sonoro della fiera, non nel muscolo
annodato della punta o in quello esplodente
del balzo letale, non nell’ultimo spettacolo

della fatale lotta quotidiana, non nella sopravvivenza
esibita, eseguita e in sé esaurita nel rosso
di zanne e di artigli, ma nel lavorìo di tempo
e stagioni, genomi e mutazioni, disegni e adattamenti
di quelle parti che sorgono dalle teste delle vittime
come pensieri ossificati dall’età: corna, palchi, appendici.

Sono storia e storie, raccontano e rispecchiano
in modo quasi identico, con differenze invisibili all’occhio
ma rivelate nel movimento del singolo nel branco,
nello scarto del corpo di cui sono stendardo,
carico retto fino alla consegna della fine, firma
apposta in testa nell’inchiostro indelebile del tempo.

orice

Se la differenza fra la coppia dell’orice beisa,
decisa nel puntare verso l’alto, e l’ordinanza
concessa all’orice dalle corna a scimitarra
è una semplice tendenza alla discesa
che parrebbe avere sapore di sconfitta, il racconto
narrato nelle ere è fatto di sangue e interiora

portate alla luce da affondi e sciabolate
di sopravvivenza, di incroci all’arma bianca
per la femmina dal sesso più florido e sbocciato,
di una nuova, sorpresa agilità nella macchia,
fuga e rifugio dalla fiera che obbedisce alla stessa
legge di natura che decide chi si nutre e di cosa.

alce

Se il palco dell’alce, alces alces per gli ossessivi
che non vivono la ripetizione come colpa, ricorda
mani aperte in offerta alle nuvole nere di neve,
o palme volte a ricevere come se i licheni
piovessero dal cielo invece di crescere a terra
esposti al ritmo in levare degli zoccoli,

wapiti

 

le appendici guizzanti del wapiti, cervo nobile
a cui il cacciatore Shawnee diede un nome
poco titolato (se è vero, come pare, che waapiti
si riferisce al candore del suo posteriore), sono fiamme,
lingue di un fuoco troppo vivo per essere fermato,
ricordi fossili di un fronte avanzante che divora.

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Se si accostasse il corno dell’eland gigante a quello del kudu
si traccerebbe la stessa doppia storia, misteriosa,
di avvitamento, vortice, vertigine, quasi
le due specie condividessero un genoma espansivo,
pronto a mostrarsi a prima vista fuori del vetrino,
ergendosi contorto dal punto più alto della sua creazione.

 

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Se astratto dal resto di sé, il cranio del “più bello dei cervi”,
il chital dal manto pomellato della macchia indiana,
rimanda all’istante a un’araldica nobile
e perfino crudele, estranea alle grazie del suo portatore
quasi quanto i quattro bracci piegati della croce greca
lo sono ora all’idea violata di “oggetto propizio”.

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Se ridotti a dimensioni parassitiche, con un numero
di zampe pari ai dubbi su direzioni prese e possibili,
le curve del tameng potrebbero confondere
come un tracciato di sentieri perduti nella macchia,
interrotti da rocce, foreste e precipizi improvvisi
o esauriti perché stanchi di se stessi;

bighorn

se tornati a dimensioni naturali, di fronte
alla preoccupazione paterna del bighorn il pensiero
va all’evoluzione, nel doppio senso di mutazione
e movimento, di due appendici che sembrano partire
decise verso un dove che è un altrove per poi piegarsi
a una curiosità più immediata, rivolta solo a chi le guarda.

 

caribu

E se infine si volesse portare a conclusione
un viaggio che per definizione non ha termine,
non esiste palco migliore da cui farlo
di quello esteso e glorioso della renna, foresta
vellutata e portatile come a riprodurre in minore
il proprio mondo, rivelando a chi vede in trasparenza

segreti scambi e ininterrotti fra piani di un flusso continuo,
correnti che nutrono correnti, venti che intrecciano e rincorrono.

Billy & Coyote/4: quando il canide è in fiamme

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Il nuovo, croccante bocconcino da Billy & Coyote che l’autore a pezzi ha sottratto a se stesso per darlo in pasto ai suoi scelti lettori ha luogo nell’anno di grazia 1954. Ne sono trascorsi 12 da quando Billy Wilder ha diretto Frutto proibito, la sua prima regia americana, ed è stato un decennio abbondante di trionfi, delusioni e fulminazioni di genio, un decennio trascorso tutto all’interno del protettivo cancello della Paramount ed espresso quasi esclusivamente nel glorioso bianco e nero dell’epoca d’oro (unica eccezione il Technicolor pastello de Il valzer dell’imperatore, ma quello essendo un omaggio al musical/operetta il colore, un certo tipo di colore, era necessario e intrinseco al gesto creativo tanto quanto il bianco e nero inciso e crudele di La fiamma del peccato lo era stato per quel nerissimo noir).
Con Quando la moglie in vacanza tutto cambia. Se è la seconda volta che Wilder gira a colori, è la prima volta che scrive in un ufficio diverso dal “suo” piccolo regno nel Writers Building della “casa della montagna”, è la prima volta che  viene prodotto da uno studio diverso (in questo caso la leonina Twentieth Century Fox), è la prima volta che usa il formato Cinemascope.
Ed è la prima volta che lavora con Marilyn.
Lo farà solo un’altra volta, quattro anni dopo, per illuminare la più bella commedia che sia mai stata scritta, girata e interpretata, e di cui per pudore e rispetto e coyotesco dispetto al lettore qui non nomineremo neanche il titolo… perché parafrasando Will E. Shakespeare, ci sono più cose in quel film, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.


1954

Spesso i momenti più iconici hanno le origini più discutibili.
Qualche settimana prima dell’inizio delle riprese newyorkesi di The Seven Year Itch, una variegata delegazione hollywoodiana (composta da regista, produttore esecutivo, direttore della fotografia, segretaria di edizione e coyote) sta svolgendo i sopralluoghi finali sotto la canicola di agosto. [*]

30948[*] The Seven Year Itch (Quando la moglie è in vacanza) è un altro di quei film wilderiani in cui il meccanismo a orologeria funziona malgrado uno dei suoi ingranaggi cerchi costantemente di sabotarlo con la propria stessa, insopportabile presenza. Nel caso specifico la rotella deforme si chiama Tom Ewell, ed è purtroppo il protagonista della storia. Nella parte di Richard Sherman, dirigente di una casa editrice in piena crisi di mezz’età (lui, non la casa editrice), Ewell dà fondo al suo campionario di smorfie, una più insostenibile dell’altra, ma non riesce a donare uno straccio di umanità al personaggio, che peraltro resta scritto benissimo da Wilder e da George Axelrod, autore della commedia da cui il film è tratto.
Ne risulta una visione curiosamente frustrante, come quella del frutto più succulento sull’albero dei vicini, sempre quasi a portata di mano ma in realtà perennemente sfuggente: il frutto esotico del “film che poteva essere”, identico in tutto al “film che è” tranne che in un doloroso dettaglio.

La temperatura è davvero disumana, e tanto per sottolineare il concetto Coyote si sta trascinando per i marciapiedi ribollenti con un’andatura a dir poco inelegante, le zampe posteriori divaricate ad angolo ottuso e il posteriore basculante attorno all’asse di una sofferenza che, a giudicare dai suoi continui grugniti, deve avere ben poco di numinoso. L’incorreggibile trickster è ricomparso a Manhattan dopo un fine settimana che lui stesso ha definito “divino” e che BW, dopo uno sbuffo automatico di ilarità (i facili doppi sensi gli sono sempre piaciuti, checché ne dicano i cultori della raffinatezza: il comico è come il maiale, non sarà kosher ma non se ne butta via niente), ha chiuso in un ripostiglio della sua immaginazione nel timore di indesiderate epifanie. BW ha anche cercato di convincere il dio dell’Abrasione a starsene in albergo, o magari colà ove si rifugiano i suoi simili quando decidono di concedere una sospirata tregua agli umani, ma non c’è stato niente da fare: da quando Coyote ha sentito odore di Monroe, la sua partecipazione alle giornate (per non parlare delle notti) del suo “socio di minoranza” si è fatta assidua fino a rasentare l’ossessività.
Ach, Marilyn, sospira BW fra sé, già paventando le ore di attesa sempre meno paziente che lo spiritello insicuro imporrà all’intera produzione prima di decidersi a uscire dalla lampada; ma nel suo sospiro c’è anche una componente di piacere, poiché ha già avuto modo di vedere cosa accade quando la lampada viene abbandonata come un guscio vuoto e il suo djinn è libero di svolazzare leggero nell’aria davanti alla macchina da presa, e sa che per rivederlo sarebbe addirittura disposto ad attendere una nuova glaciazione.
E non sono l’unico, si dice muovendo la coda dell’occhio verso quella di Coyote, che spazza l’aria al ritmo ondulatorio del posteriore infiammato. Il gruppetto è giunto davanti al Trans-Lux 52nd Street Theatre, dove Sherman e quella che nel film si chiamerà soltanto The Girl si fermeranno dopo aver passeggiato per un tratto di Lexington Avenue; Krasner sta controllando la location ruotando la testa in una finta panoramica, le dita incrociate a formare un’immaginaria inquadratura davanti all’occhio destro, e BW gli si sta avvicinando quando si accorge che Coyote si è portato, invisibile a tutti tranne che a lui, al centro esatto di una grata della metropolitana. Si è messo a girare su se stesso come se si stesse preparando a lasciare qualcosa di sé sulla grata, e BW, che da buon regista riesce sempre a dipingersi una scena un istante prima che accada, si sta chiedendo disperato a quale categoria del creato possano appartenere le feci di un coyote invisibile quando alla periferia della sua coscienza registra un suonodiverso da quello che si aspettava, un suono che anche sforzandosi nessuno potrebbe ascrivere a un canide in procinto di liberarsi gli intestini: un tuono, o meglio un rombo, il rombo di un treno in arrivo nei meandri di Manhattan. L’istante successivo il rombo è accompagnato da un violento spostamento d’aria fresca che fa ondeggiare i risvolti dei pantaloni di lino di BW; ed è allora, abbassando gli occhi sul tessuto tremante, spostandoli lentamente su Coyote e vedendo il brivido che s’irradia dai suoi genitali irritati, gli percorre il corpo, gli rizza i peli del dorso e si conclude con quello che può soltanto essere definito un sorriso, che BW vede la conclusione perfetta della scena che girerà fra poche settimane: il vestito bianco, il treno che passa, la gonna che si solleva, l’espressione estatica sul volto di Marilyn.
La materia di cui sono fatti i sogni, si dice pur sapendo di compiere il peccato mortale della citazione; o più prosaicamente, pensa con uno sghignazzo che fa voltare tutti (Coyote compreso), di cui sono fatte le gonadi di un dio dissoluto.