Jukebox poetico

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Sandra Beasley è una giovane poetessa virginiana che ho scoperto qualche anno fa in una delle mie peregrinazioni da Chaucer’s, una delle più fornite e benemerite librerie californiane (per i curiosi, si trova a Santa Barbara e vale una visita). IWTJ-CoverLa sua raccolta I Was the Jukebox (W.W. Norton & Co. 2010) è un concentrato di piccole, fulminanti metamorfosi in cui l’autrice assume di volta in volta la voce di un jukebox (appunto), di un’orchidea o magari di Osiride, ma senza mai perdere la sua, di voce, che è sempre acuta, pungente, ironica al punto giusto e di una lucidità che, per libera associazione con l’immagine del jukebox, vorrei definire cromata.
Questa traduzione, già apparsa sull’insostituibile blog Interno poesia, è il mio modesto, e ontologicamente arbitrario, tentativo di tradurne il poetico lucore.

 

 

beasley_s

 

YOU WERE YOU

I dreamt we were in your favorite bar:
You were you, I was the jukebox.
I played Sam Cooke for you,
but you didn’t look over once.
I wanted to dance. I wanted a scotch.
I wanted you to take your hand off of her.
You were wearing your best smile
and the shirt that makes your eyes green.
If you had asked, I’d have told you
her hair looked like plastic.
But then, my mouth was plastic.
I weighed 300 pounds.
I glittered like 1972.
A man tried to seduce me with quarters
but I could hear his truck outside,
still running. I was loyal to you.
I played Aretha, Marvin, the Reverend Al.
You kissed her all the way out the door.
Later, I tried to make my own music,
humming one circuit against the other,
running the needle up and down.
The bubbles in my blood were singing.
In the morning, they came to repair me.

© 2010 Sandra Beasley
From I Was the Jukebox
W.W. Norton & Company Ltd.

 

TU ERI TU

Ho sognato che eravamo nel tuo bar preferito:
tu eri tu, io ero il jukebox.
Ti suonavo Sam Cook,
ma tu non mi guardavi mai.
Avrei voluto ballare. Avrei voluto uno scotch.
Avrei voluto che le togliessi la mano di dosso.
Tu sfoggiavi il tuo sorriso migliore
e la camicia che ti fa gli occhi verdi.
Se me l’avessi chiesto, ti avrei detto
che i suoi capelli sembravano di plastica.
D’altra parte, la mia bocca era di plastica.
Pesavo 130 chili.
Sbrilluccicavo come il 1972.
Un uomo cercava di sedurmi a suon di monete
ma io potevo udire il suo camion là fuori,
con il motore acceso. Ti restavo fedele.
Suonavo Aretha, Marvin, il Reverendo Al.
Tu la baciavi mentre uscivate dalla porta.
Più tardi cercavo di suonare una musica mia,
facendo ronzare un circuito contro l’altro,
facendo andare su e giù la puntina.
Le bollicine nel mio sangue cantavano.
La mattina dopo sono venuti a ripararmi.

Traduzione: © 2014 Stefano Bortolussi

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