Billy & Coyote/3: l’animato e l’animista

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Non lasciatevi spaventare dall’espressione sgomenta del caro vecchio Wile E. Coyote: la nuova pillola di Billy & Coyote che state per assumere potrebbe essere un buon antidoto per malanni stagionali e spleen passeggeri.
È passato un solo anno da Scandalo internazionale e dall’ambigua vicenda della tigre e del pavimento ben lavato, e BW si sta preparando a realizzare quello che sarà uno dei picchi più alti della sua arte visionaria, nonché probabilmente uno dei dieci più grandi film della storia del cinema, Viale del tramonto (Sunset Boulevard, 1950). Comprensibile, dunque, che fra l’idea di fare un film sulla Morte del Cinema (per citare Norma Desmond: “Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo“) e la delirante intuizione di far raccontare la storia a un cadavere, di tanto in tanto BW abbia la salutare voglia di farsi una risata. Meno salutare, per quanto ci riguarda, è forse l’idea di farsela, la risata, alle spalle di un dio suscettibile e feroce come Coyote; ma il witz wilderiano, come sanno tutti quelli che hanno avuto la fortuna di vedere anche cinque minuti del suo cinema, è di quelli che non guardano in faccia nessuno, men che meno una divinità nativa che può cambiare faccia a piacimento.
E così, un tardo pomeriggio del 1949 in quel di Burbank…


 ShowImageC’è qualcosa, nel modo in cui BW sorride mentre l’auto scoperta veleggia verso Burbank come se fosse sospinta dal tramonto rosso sangue alle sue spalle, che se non fosse un dio Coyote potrebbe anche trovare allarmante. Il gusto con cui mastica il sigaro spento parla di un’intenzione che il trickster ha saputo riconoscere all’istante, e che se in un primo tempo l’ha riempito di soddisfazione ora comincia a fargli rizzare i peli attorno al collo. Il suo socio di minoranza sta covando qualcosa, e a Coyote il fatto di trovarsi, per così dire, da un lato dello steccato che prima non ha mai visto fa venire una gran voglia di sfondarlo, quello steccato, di raderlo al suolo e circoscriverlo con un’abbondante minzione dimostrativa, come a dire: il mio territorio è tutto il resto. Ma la sensazione che prova è contraddittoria, perché chi può indicare con certezza il motivo, unico e innegabile, per cui un collare di peli decida di distinguersi dal resto del manto e mettersi sull’attenti? Coyote e la psicologia non sono mai andati molto d’accordo, e anche in questo caso, dopo una riflessione che non si protrae per più di un nanosecondo, il dio burlone decide di abbandonarsi al flusso delle cose. Chi vivrà vedrà, si dice chiudendo le fauci di scatto su un enorme insetto di passaggio e ingoiandolo ancora vivo e ronzante; e io godo di vita eterna.
L’auto è giunta davanti al cancello dei Warner Studios; BW si ferma e si sporge dal finestrino a presentare la sua tessera della Screen Directors Guild.
Mr. Jones ci sta aspettando in sala proiezioni, dice alla guardia.
L’uomo controlla il tesserino, si apre in un gran sorriso e si porta la dita al berretto. Mr. Wilder, esclama. Quand’è che verrà a lavorare per noi?
BW strizza gli occhi per leggere il nome dell’uomo sulla targhetta della sua divisa. Quando lei mi proporrà un bel soggetto, Tom.
La luce che scorge nello sguardo dell’uomo è la prima soddisfazione di una serata che ne promette molte altre. BW riparte salutando e raggiunge il parcheggio della Warner Bros. Cartoons, dove sa che Jones lo sta aspettando in sala proiezioni con qualche amico fidato e la pizza dell’ultimo nato dei suoi geniali Looney Tunes, nuovo di zecca, ancora inedito e pronto a suscitare (la speranza è questa) una reazione speciale nell’unico spettatore invisibile della proiezione.
Ridacchiando felice, BW non bada all’occhiata sospettosa di Coyote, volteggia fuori dall’auto senza aprire la portiera e supera la porta dello studio senza tenerla aperta per il suo compagno, causandone il ringhio di protesta.
Hai intenzione di spiegarmi? dice/non dice Coyote, preferendo un guizzo ferino all’annoso processo di smaterializzazione & rimaterializzazione che si sarebbe reso altrimenti necessario e che a volte gli causa fastidiosi problemi intestinali.
No, bisbiglia BW senza fermarsi. Ti ho detto che è una sorpresa, e che sorpresa sarebbe se ti spiegassi?
Non lo sarebbe, ammette Coyote. Ma non ti ho mai detto che le sorprese mi piacciono.
Credevo di sì, ribatte BW in tono di finta innocenza. Non è uno dei tuoi dettati ontologici, la sorpresa?
Lo è quando a farla sono io. Lo è molto meno quando la subisco.
Coyote rallenta e si ferma con fare riflessivo. Ora che ci penso, non ne ho mai subìta una.
Davvero? chiede BW con finta incredulità. Il suo obiettivo è arrivare al più presto in sala proiezioni, e a questo scopo riprende lentamente ad avanzare.
Ci puoi giurare, risponde Coyote. Difficile portare a termine una sorpresa, se a metà ti riduci a un mucchietto di cenere.
Giunto davanti alla porta della saletta, BW decide di non dare troppo peso alle ultime parole del suo alleato invisibile. Dovrebbe apprezzare quello che sto facendo, sceglie di pensare. È nello spirito dell’impresa. La mano con cui apre la porta tradisce un tremore, ma ormai è tardi per fare marcia indietro. Se non mi ha incenerito finora, si rassicura, di sicuro non lo farà davanti a testimoni.
I testimoni in questione sono già seduti nella piccola sala proiezioni; sottili rivoli di fumo si alzano dalle poltrone di pelle, e all’ingresso di BW tutti si voltano ad accoglierlo. C’è Chuck Jones, ovviamente, fiero e felice come un padre in sala d’attesa; c’è il produttore Eddie Selzer, ovviamente accompagnato dalla brunetta del giorno; e c’è Mike Maltese, l’autore del soggetto. Gli altri si presentano come Ken, Phil, Lloyd, Ben e A.C.: è la squadra degli animatori che ha dato forma ai sette minuti di piani criminali, inseguimenti e catastrofi che stanno per essere proiettati.
Dopo i saluti e i convenevoli di rito, BW prende posto in terza fila, leggermente discosto dagli altri per lasciare spazio al suo accompagnatore; il quale, discreto come sempre, si lascia cadere sulla poltroncina accanto e libera un peto di rappresaglia.
Le luci in sala si spengono, lo schermo si illumina e per un istante Coyote riprova le sensazioni di piacere e sorpresa che lo assalgono ogni volta che si trova in questo tipo di buio scintillante di bagliori. Ma la gioia dura poco, perché dopo i titoli di testa (Fast and Furry-ous), dopo che un fermo di fotogramma ha presentato uno dei due protagonisti (un velocissimo uccellaccio chiamato Road Runner, Accelleratii incredibus), ecco che sul crinale di un canyon si erge il suo antagonista. O forse sarebbe meglio parlare di “parodia di antagonista”, poiché si tratta del più spelacchiato, del più pietoso, del più velleitario dei coyote (Carnivorous vulgaris, osa classificarlo la scritta sullo schermo).
Coyote, che ovviamente conosce tutto ciò che è stato scritto di lui, sa che Mark Twain ha avuto l’ardire di definire la sua incarnazione mondana “l’allegoria vivente del Bisogno”; e in questo sparuto, dinoccolato animale color sterco, nei suoi occhi spiritati e nella fame dipinta in ogni suo gesto, vede incarnarsi alla perfezione le parole di Sam “Baffo” Clemens. Con la coda dell’occhio giallo-arancio vede che BW, al suo fianco, fatica a trattenersi dal ridere; resiste alla tentazione di strappargli la risata dai polmoni e annodargliela al collo fino a strozzarlo (si può fare) e per pura curiosità, che non è la meno importante delle sue caratteristiche, decide di guardare il resto.
Per i successivi sette minuti, Wile Ethelbert Coyote tenta in tutti i modi di catturare e divorare l’odioso uccellaccio. Ci prova con un coperchio di pentola, con un boomerang, con un razzo a miccia, con un masso enorme, con una finta segnaletica stradale e una finta galleria dipinta sulla parete di un canyon, con un’attrezzatura da supereroe, con un paio di sci, un frigorifero e un tritacarne per produrre neve, con un paio di scarpe da corsa a reazione. Ogni volta le sue geniali invenzioni si ribellano e lo tradiscono, a dimostrazione che il mondo non è pronto per lui e non lo merita. Ma Wile Ethelbert non se ne cura; il suo unico obiettivo è l’uccellaccio, il suo unico movente è la Fame. (*)

(*) Fast and Furry-ous (1949) è Lavato e stirato, l’esordio cinematografico di quelli che in Italia sono noti come Vilcoyote e Bip-Bip. Altro che Ferreri, Polanski, Jodorowski: questo è il vero cinema della crudeltà (Artaud: “estrema lucidità dello sguardo e rigido controllo e sottomissione alla necessità”, e chi lo capisce è bravo).

Al termine dei sette minuti, un applauso sorge dalla sala. Il cartoon è giudicato un trionfo da tutti, ma il più entusiasta è BW: novello Road Runner, si proietta come un razzo verso Jones e lo abbraccia con l’entusiasmo del bambino ritrovato. Poi si volta, badando a non farsi notare, verso la terza fila. Coyote si erge, immobile e rigidissimo, sulla poltroncina che non ha mai abbandonato. BW socchiude gli occhi, studiandolo e temendo per un istante di aver suscitato l’ira di un dio che non è certo celebre per il proprio autocontrollo. Gli si avvicina lentamente. Ogni muscolo del corpo peloso di Coyote sembra tremare di una tensione tutta sua, come se non fosse collegato agli altri; l’effetto ha del grottesco e sarebbe anche divertente se non fosse così allarmante. Il muso sembra allargarsi a dismisura, come per l’effetto di un palloncino nascosto che si sta gonfiando al di là della sua possibile capienza. Preoccupato, BW si volta verso il gruppo di autori e produttori e vede con sollievo che sono troppo occupati a congratularsi a vicenda da notare ciò che sta accadendo in terza fila. Ma cosa sta accadendo in terza fila? si domanda sgomento. Lo scherzo gli era sembrato geniale e in qualche modo pregno di una sua colorita forma di giustizia poetica; ma ora, per qualche motivo che potrebbe avere a che fare con le imprevedibili reazioni di un dio inviperito, non gli pare più così brillante. Torna a volgere lo sguardo timoroso verso la massa fibrillante di muscoli e pelo che gli si para davanti, e sta per improvvisare chissà quale contrita ovvietà quando la massa fibrillante di muscoli e pelo esplode letteralmente dalla sedia, si produce in quella che a BW, in assenza di parametri di giudizio più precisi, appare come una tripla capriola carpiata con avvitamento finale, atterra sullo stesso fazzoletto di pelle da cui è partita e si produce nella più divina, soprannaturale, primordiale risata che abbia mai sfondato i timpani di un povero meshugener.

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