Billy & Coyote/2: la tigre e il pavimento ben lavato

A-Foreign-Affair

La seconda anticipazione da Billy & Coyote dopo il fatidico primo incontro narrato nel Capitolo 14 (questo, per distratti e ritardatari, il link dell’articolo) avrebbe potuto essere, in un universo lineare ma anche un po’ banale, il classico Capitolo 15… ma poiché abbiamo a che fare con registi imprevedibili, dive capricciose e divinità burlone, il passaggio si fa per forza di cose più acrobatico e ci costringe a un salto di sei anni, che per la Hollywood di quei tempi, quando gli studios sfornavano film a velocità vertiginosa e un regista poteva dirigerne anche un paio all’anno senza cedere a soprassalti di amor proprio e/o crisi d’identità che fanno tanto XXIe siècle, equivalevano a una piccola eternità. Pensate solo, per farvi un’idea di quanto nel cinema il tempo sia relativo, che fra il 1942 del suo brevissimo on the road con Coyote e il 1948 del capitolo che state per leggere (se non vi arrendete prima, beninteso), Wilder ebbe modo di regalarci ben 5 (cinque!) film, fra cui almeno 3 (tre!) capolavori (Frutto proibito, La fiamma del peccato e Giorni perduti).
Nel 1948 la guerra e l’orrore nazista sono ormai un ricordo, anche se ancora lancinante, e BW può finalmente volgere il suo sguardo a Berlino, quella stessa Berlino che aveva dovuto abbandonare nell’ormai lontano 1933. Lo fa, naturalmente, a modo suo, concentrandosi sul lato oscuro del dopoguerra berlinese, sulle difficoltà quasi insormontabili della ricostruzione e sul mercato nero dilagante – e se ne esce con un film amaro e appassionato come Scandalo internazionale (A Foreign Affair), che se non è un altro capolavoro poco ci manca.
Per “portare a casa” il film, però, BW deve affrontare, aggirare e superare un altro tipo di battaglia: quella fra una diva talentuosa, volitiva e feroce come Marlene Dietrich e un’attrice piena di insicurezze come Jean “Acqua & Sapone” Arthur…


 1948

 46406_slideshow_feature_Paramount-Pictures-GateLa DeSoto punta il cancello della Paramount come se volesse sfondarlo. Joe, la vecchia guardia nel gabbiotto, si sente ghiacciare il sangue nelle vene; è abituato alle intemperanze delle stelle più luminose (e più accese dall’alcol) degli studios, ma l’ora gli sembra un po’ strana: le implosioni delle supernova più instabili avvengono di solito nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio, quanto i soggetti in questione si sono ripresi dal loro svenimenti notturni. Le otto del mattino di un normale giorno infrasettimanale sono un fenomeno finora mai registrato.
Ancora più strano – no, assurdo – no, impossibile – è il fatto che la DeSoto appartenga all’uomo che Joe ama di più fra tutti coloro che fanno degli studios la loro seconda casa, l’uomo che non solo ha sempre un sorriso per lui, ma che il sorriso glielo procura a sua volta con le sue quotidiane, puntuali battute. Mai un rimprovero, sempre una frecciata: fossero tutti come Mr. Wilder, il suo lavoro non sarebbe forse più facile, ma di sicuro sarebbe più divertente.
Ora però la DeSoto non accenna a rallentare; si sta avvicinando come un carro armato, tanto che sembra uscita direttamente da Five Graves to Cairo, il film di Mr. Wilder che Joe preferisce. Per evitare un cataclisma Joe si precipita ad aprire il cancello; l’auto sfiora prima lui, poi i battenti di ferro e prosegue senza nemmeno rallentare, ma nell’istante in cui Joe ha riconosciuto Mr. Wilder al volante (non c’è da sbagliarsi: stesso cappello, stessa sigaretta in bocca, stessa nuvoletta di fumo attorno al volto rotondo come una grossa palla da baseball) gli è parso di vederlo parlare animatamente con qualcuno. In sé niente di male, si dice Joe togliendosi il berretto e grattandosi la pelata; tranne che a bordo dell’auto non c’era nessun altro. Il che, a rigor di logica, vorrebbe dire che Mr. Wilder stava litigando con se stesso.
Perplesso, Joe rientra nel gabbiotto. Non può fare a meno di provare una punta di bifocuta tristezza (Vuoi dire DUE punte, gli avrebbe detto Mr. Wilder se fosse stato in vena); perché un simile comportamento può avere soltanto due spiegazioni, entrambe tristi: l’implosione di un’altra supernova diventata troppo grande per i propri stessi confini o la pura, semplice, genuina follia.

La sera prima, BW si stava preparando al meritato riposo quando il campanello aveva cominciato a suonare con un’insistenza che poteva indicare soltanto un programma bellicoso. Temendo per un istante che Judith, da cui si era separato da poco, fosse stata travolta da qualche nuova frustrazione e si fosse sentita in dovere di rinfacciargliela, si era avvicinato a passo felpato alla porta, aveva accostato l’occhio allo spioncino, l’aveva ritratto all’istante e ve l’aveva riavvicinato in una sorta di perfetto double take in diretta: sull’altro lato della porta, illuminata (male) dalle luci dell’ingresso, si parava Jean Arthur.[i]

[i] Il double take, o reazione ritardata, è una delle pepite della comicità filmica e teatrale. Nella sua forma più sublime si manifesta con un distratto cenno di assenso del capo, subito seguito da un guizzo laterale del collo, una sorta di finta alla Garrincha che termina con la testa leggermente disassata rispetto al busto, in una sorta di posa fra l’incredulo e il basito. E qui sia resa lode a uomini di (scarsa) fama, e siano fatti, con la giusta dose di gratitudine e riverenza, i nomi di due impareggiabili maestri di quest’arte, o artigianato che dir si voglia: il lungo, dinoccolato Edward Everett Horton e il tracagnotto, tondeggiante Eric Blore.

BW aveva alzato gli occhi al cielo e non aveva potuto fare a meno di emettere un sospiro. Jean non era nuova a queste improvvisate; era una brava attrice ma anche una donna insicura e sempre nervosa, e le sevizie psicologiche che Marlene le stava generosamente elargendo sul set di A Foreign Affair non avevano fatto che peggiorare le cose. L’ultima risaliva a non più di un paio di giorni prima: nel pronunciare la battuta “Ha una faccia come un pavimento di cucina ben lavato”, riferita a Phoebe, il personaggio di Jean, quella vecchia lince di Marlene aveva nettamente sfondato la quarta parete, facendo capire a tutti, futuri spettatori compresi, che per quanto la riguardava quel giudizio si applicava altrettanto bene all’attrice. Risultato: scenata, lacrime sul set, blandizie e consolazioni, il tutto sotto l’occhio glaciale e il sorriso crudele di Marlene.[ii]

[ii] Tutto vero, tutto vero: Marlene Dietrich, tigre sullo schermo, non lo era di meno sul set. Le sue vittime furono numerose, ma durante le riprese di A Foreign Affair (Scandalo internazionale, 1948) l’ottima Marie Magdalene se la prese soprattutto con l’insicura Jean Arthur, attrice e donna palesemente agli antipodi dei suoi registri estetici ed espressivi. Tali contrasti creano spesso tensioni insostenibili, capricci, lacrime e scenate, ma di tanto in tanto conflagrano nel capolavoro. È il caso di A Foreign Affair, che sfrutta la chimica instabile fra le sue due stelle femminili (molto più che fra una qualsiasi di loro e il bisteccone John Lund) per creare la scintilla della memorabilità.

E ora, apparentemente, Jean era di nuovo sull’orlo scivoloso della crisi. Dopo un’ultima, fugace indecisione, BW aveva aperto la porta con l’entusiasmo con cui avrebbe potuto accogliere un nottambulo emissario del Fisco.
Jean! aveva esclamato fingendosi sorpreso. Qual buon vento?
Per un attimo lei non aveva risposto, guardandolo con una strana espressione come se non riuscisse a decidere se piangere o prenderlo a unghiate. Poi, con voce spezzata dall’emozione, aveva mormorato:
Come hai potuto?
Di cose che BW aveva fatto e di cui sapeva che prima o poi avrebbe risposto a Chi Di Dovere ce n’erano tante, ma al momento non gliene veniva in mente una che potesse coinvolgere Jean Arthur.
Come ho potuto… cosa?
Era l’odio, si chiese, a illuminare lo sguardo di Jean? No, si rispose dandosi dello schlub per averlo pensato anche per un solo istante. Era una lacrima, ovviamente. Oy vey!
La risposta era uscita dalle labbra tremanti della povera Jean in un ribollio di muco e fluidi lacrimali, ma BW era riuscito comunque a decifrarla:
Il mio primo piano!
Decifrata sì, ma pur sempre misteriosa: che problema poteva esserci stato con il primo piano di Jean Arthur? E soprattutto, quale primo piano di Jean Arthur?
Il tuo primo piano? aveva domandato lentamente BW.
Sì! Quello in cui ero riuscita così bene! L’hai bruciato, vero? L’hai eliminato!
BW aveva chiuso gli occhi per un istante, poi li aveva riaperti. Niente da fare. Jean era ancora lì; Jean era ancora in lacrime.
Ma cosa dici, tesoro? Perché avrei dovuto fare una cosa simile?
Jean l’aveva fulminato con lo sguardo, e per un istante BW aveva intravisto in lei qualcosa che prima non c’era mai stato, qualcosa che gli sarebbe piaciuto rivedere sul set.
È stata Marlene! Marlene ti ha detto di sbarazzartene e tu l’hai fatto!
Ma cosa vai a pensare? Cosa ti fa credere che io possa bruciare un primo piano della mia protagonista soltanto perché me l’ha detto la Dietrich?
L’istante in cui pronunciava queste parole, BW si era reso conto che in altre circostanze un simile evento non sarebbe stato del tutto impossibile: Marlene doveva aver fatto anche di peggio. Ma A Foreign Affair era un suo film, e lui i primi piani li girava, non li bruciava.
Da parte sua, Jean sembrava essersi tranquillizzata, ma le sue parole continuavano a tracciare un perfetto ritratto di una rampante mania di persecuzione.
Perché siete amici. Perché lei ti cucina i suoi manicaretti in camerino. Perché siete in combutta contro di me. Perché continuate a parlarvi in tedesco!
Verdammt! aveva imprecato BW fra sé – e in tedesco. Bisognava risolvere la situazione, e al più presto. Ricondurla sui binari della salute mentale.
Jean, non posso farci niente se parliamo la stessa lingua. Ma una cosa te la posso giurare: non ho bruciato il tuo primo piano, non l’ho usato per un rito esorcistico, non l’ho nemmeno dato a Marlene perché me lo cucinasse in camerino.
E allora come spieghi la voce che gira sul set?
Quale voce che gira sul set?
Quella che qualcuno ha trovato la pellicola fra gli scarti, tutta annerita, rovinata, smangiata come se le avessero dato fuoco!
BW si era bloccato all’improvviso. Era stato quell’ultimo participio, ad attivare un allarme improvviso nel suo cervello già surriscaldato. Smangiata. In preda a un atroce sospetto, e senza riuscire più a pensare ad altro, aveva fatto del suo meglio per consolare e tranquillizzare Jean, l’aveva caricata su un taxi, era rientrato in casa, si era chiuso la porta alle spalle, aveva tratto un gran respiro. Dopodiché si era seduto in poltrona e aveva atteso, in preda a una sensazione di impotenza che non provava dai tristi giorni di Mexicali, la sicura, imminente visita del suo Convitato di Pelo.

Parcheggiata l’auto senza rispettare i confini del suo posto riservato, BW ne scende come una furia, sbatte la portiera e prosegue verso l’ingresso del teatro di posa. A un occhio estraneo, come ad esempio quello del vecchio Joe, potrebbe sembrare che si trovi nel bel mezzo di un episodio psicotico: borbotta e gesticola da solo, concentrato sul vuoto al proprio fianco come se il vuoto ospitasse un pieno che soltanto lui può vedere. Fortunatamente nel parcheggio non c’è nessuno, e di conseguenza nessuno può sentire l’ameno scambio di battute fra il regista più in auge della Paramount e un coyote telepatico.
E così l’hai mangiato?
Ci ho provato. Ma l’ho sputato subito. Potevi anche dirmelo, che la pellicola ha un pessimo sapore.
Ma perché? Perché, mein Gott?
Non ho potuto farne a meno. Ha ragione Marlene, ha una faccia come…
Lascia stare Marlene.
Vorrei poterlo fare. Ma è divina, non trovi?
Ho detto lascia stare Marlene. E poi, se ci riesci, spiegami perché diavolo l’hai fatto.
Ancora non capisci, ma mi rigrazierai.
Ti ringrazierò? Bene. Mi fa piacere, perché al momento mi sembra che tu non sappia fare altro che mettermi il bastone fra le ruote.
Vorrei ricordarti che sono un dio, e che di conseguenza agisco in modi misteriosi.
Chiunque l’abbia detto la prima volta, sono abbastanza sicuro che non avesse in mente te.
Dammi retta. Vedrai che non te ne pentirai.
Lo spero, perché altrimenti…
Altrimenti…?

BW apre la porta del teatro di posa con un calcio ed entra a passi rabbiosi nel suo regno. La penombra del teatro di posa lo calma all’istante, come un unguento su una fastidiosa irritazione cutanea – immagine, quest’ultima, che gli sovviene con sempre maggiore frequenza quando pensa a Coyote. Non gli sembra che fosse questo l’accordo originario: il trickster, per quanto incorreggibilmente trickster, non avrebbe dovuto concentrarsi sulle azioni di disturbo al suo lavoro e alla sua tranquillità ma su… su cosa, in realtà? A un tratto, e forse per la prima volta, gli viene in mente che in realtà i termini del loro contratto non scritto non sono mai stati chiari. In qualche modo pensava che con la sua semplice prossimità Coyote gli avrebbe portato qualcosa; ma cosa? Un guizzo ulteriore, un deragliamento più deciso, una vertigine più marcata? D’altra parte, lui aveva messo in chiaro fin da subito che le idee dovevano essere sue; non avrebbe accettato ingerenze creative. Ma a quanto sembra, se su questo Coyote ha mantenuto la parola, sembra essersi messo in testa di vendicarsi su tutto il resto. Ultimo casus belli, il primo piano semidivorato di Jean: a che scopo? Fin da subito, di fronte alle sue rimostranze l’irritante quadrupede si è limitato a ripetergli che non se ne pentirà; ma in che senso? Si tratta forse di un altro scherzo, una sorta di elevazione al quadrato della burla di partenza? Oppure è stato sincero? Il concetto stesso – Coyote sincero? – gli provoca uno sbuffo d’ilarità che gli fa capire di essersi rimesso sulla strada giusta. Gli fa sempre questo effetto, il ventre ospitale del teatro di posa; Herr Doktor F. farebbe i salti mortali dalla gioia, se solo lo sapesse.
BW è ancora immerso in questi pensieri mentre i tecnici finiscono di apportare le loro ultime modifiche alle luci, di preparare la macchina da presa e i microfoni. La prima sequenza da girare sarà – non potrà che essere – il nuovo primo piano di Jean. Tutti sembrano pronti, manca solo lei. Le teste si voltano verso l’uscita dei camerini. Si odono dei passi sempre più vicini. Coyote, accanto alla sedia, alita con fare preveggente. Cos’ha in serbo? si chiede BW con un brivido, non il primo e di sicuro non l’ultimo del suoinnaturale sodalizio con la bestia sacra. Poi si volta anche lui, seguendo la direzione generale degli sguardi e avvertendo il collettivo, secco respiro di sorpresa.
Jean emerge dal buio seguita dal suo entourage di truccatrici e parrucchiere e dalla segretaria di edizione che le ricorda la battuta.
Jean emerge dal buio, ed è la luce. Jean è radiosa come non lo è mai stata prima. Gli occhi lucidi e ancora leggermente gonfi di pianto aggiungono dramma e pregnanza al suo viso da All-American Girl.
Jean è uno spettacolo: un perfetto animale da primo piano.
BW si volta lentamente verso l’animale al proprio fianco e sorride. Se potesse gli offrirebbe un sigaro, ma teme che le maestranze non capirebbero.

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