Mese: gennaio 2016

Billy & Coyote/2: la tigre e il pavimento ben lavato

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La seconda anticipazione da Billy & Coyote dopo il fatidico primo incontro narrato nel Capitolo 14 (questo, per distratti e ritardatari, il link dell’articolo) avrebbe potuto essere, in un universo lineare ma anche un po’ banale, il classico Capitolo 15… ma poiché abbiamo a che fare con registi imprevedibili, dive capricciose e divinità burlone, il passaggio si fa per forza di cose più acrobatico e ci costringe a un salto di sei anni, che per la Hollywood di quei tempi, quando gli studios sfornavano film a velocità vertiginosa e un regista poteva dirigerne anche un paio all’anno senza cedere a soprassalti di amor proprio e/o crisi d’identità che fanno tanto XXIe siècle, equivalevano a una piccola eternità. Pensate solo, per farvi un’idea di quanto nel cinema il tempo sia relativo, che fra il 1942 del suo brevissimo on the road con Coyote e il 1948 del capitolo che state per leggere (se non vi arrendete prima, beninteso), Wilder ebbe modo di regalarci ben 5 (cinque!) film, fra cui almeno 3 (tre!) capolavori (Frutto proibito, La fiamma del peccato e Giorni perduti).
Nel 1948 la guerra e l’orrore nazista sono ormai un ricordo, anche se ancora lancinante, e BW può finalmente volgere il suo sguardo a Berlino, quella stessa Berlino che aveva dovuto abbandonare nell’ormai lontano 1933. Lo fa, naturalmente, a modo suo, concentrandosi sul lato oscuro del dopoguerra berlinese, sulle difficoltà quasi insormontabili della ricostruzione e sul mercato nero dilagante – e se ne esce con un film amaro e appassionato come Scandalo internazionale (A Foreign Affair), che se non è un altro capolavoro poco ci manca.
Per “portare a casa” il film, però, BW deve affrontare, aggirare e superare un altro tipo di battaglia: quella fra una diva talentuosa, volitiva e feroce come Marlene Dietrich e un’attrice piena di insicurezze come Jean “Acqua & Sapone” Arthur…


 1948

 46406_slideshow_feature_Paramount-Pictures-GateLa DeSoto punta il cancello della Paramount come se volesse sfondarlo. Joe, la vecchia guardia nel gabbiotto, si sente ghiacciare il sangue nelle vene; è abituato alle intemperanze delle stelle più luminose (e più accese dall’alcol) degli studios, ma l’ora gli sembra un po’ strana: le implosioni delle supernova più instabili avvengono di solito nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio, quanto i soggetti in questione si sono ripresi dal loro svenimenti notturni. Le otto del mattino di un normale giorno infrasettimanale sono un fenomeno finora mai registrato.
Ancora più strano – no, assurdo – no, impossibile – è il fatto che la DeSoto appartenga all’uomo che Joe ama di più fra tutti coloro che fanno degli studios la loro seconda casa, l’uomo che non solo ha sempre un sorriso per lui, ma che il sorriso glielo procura a sua volta con le sue quotidiane, puntuali battute. Mai un rimprovero, sempre una frecciata: fossero tutti come Mr. Wilder, il suo lavoro non sarebbe forse più facile, ma di sicuro sarebbe più divertente.
Ora però la DeSoto non accenna a rallentare; si sta avvicinando come un carro armato, tanto che sembra uscita direttamente da Five Graves to Cairo, il film di Mr. Wilder che Joe preferisce. Per evitare un cataclisma Joe si precipita ad aprire il cancello; l’auto sfiora prima lui, poi i battenti di ferro e prosegue senza nemmeno rallentare, ma nell’istante in cui Joe ha riconosciuto Mr. Wilder al volante (non c’è da sbagliarsi: stesso cappello, stessa sigaretta in bocca, stessa nuvoletta di fumo attorno al volto rotondo come una grossa palla da baseball) gli è parso di vederlo parlare animatamente con qualcuno. In sé niente di male, si dice Joe togliendosi il berretto e grattandosi la pelata; tranne che a bordo dell’auto non c’era nessun altro. Il che, a rigor di logica, vorrebbe dire che Mr. Wilder stava litigando con se stesso.
Perplesso, Joe rientra nel gabbiotto. Non può fare a meno di provare una punta di bifocuta tristezza (Vuoi dire DUE punte, gli avrebbe detto Mr. Wilder se fosse stato in vena); perché un simile comportamento può avere soltanto due spiegazioni, entrambe tristi: l’implosione di un’altra supernova diventata troppo grande per i propri stessi confini o la pura, semplice, genuina follia.

La sera prima, BW si stava preparando al meritato riposo quando il campanello aveva cominciato a suonare con un’insistenza che poteva indicare soltanto un programma bellicoso. Temendo per un istante che Judith, da cui si era separato da poco, fosse stata travolta da qualche nuova frustrazione e si fosse sentita in dovere di rinfacciargliela, si era avvicinato a passo felpato alla porta, aveva accostato l’occhio allo spioncino, l’aveva ritratto all’istante e ve l’aveva riavvicinato in una sorta di perfetto double take in diretta: sull’altro lato della porta, illuminata (male) dalle luci dell’ingresso, si parava Jean Arthur.[i]

[i] Il double take, o reazione ritardata, è una delle pepite della comicità filmica e teatrale. Nella sua forma più sublime si manifesta con un distratto cenno di assenso del capo, subito seguito da un guizzo laterale del collo, una sorta di finta alla Garrincha che termina con la testa leggermente disassata rispetto al busto, in una sorta di posa fra l’incredulo e il basito. E qui sia resa lode a uomini di (scarsa) fama, e siano fatti, con la giusta dose di gratitudine e riverenza, i nomi di due impareggiabili maestri di quest’arte, o artigianato che dir si voglia: il lungo, dinoccolato Edward Everett Horton e il tracagnotto, tondeggiante Eric Blore.

BW aveva alzato gli occhi al cielo e non aveva potuto fare a meno di emettere un sospiro. Jean non era nuova a queste improvvisate; era una brava attrice ma anche una donna insicura e sempre nervosa, e le sevizie psicologiche che Marlene le stava generosamente elargendo sul set di A Foreign Affair non avevano fatto che peggiorare le cose. L’ultima risaliva a non più di un paio di giorni prima: nel pronunciare la battuta “Ha una faccia come un pavimento di cucina ben lavato”, riferita a Phoebe, il personaggio di Jean, quella vecchia lince di Marlene aveva nettamente sfondato la quarta parete, facendo capire a tutti, futuri spettatori compresi, che per quanto la riguardava quel giudizio si applicava altrettanto bene all’attrice. Risultato: scenata, lacrime sul set, blandizie e consolazioni, il tutto sotto l’occhio glaciale e il sorriso crudele di Marlene.[ii]

[ii] Tutto vero, tutto vero: Marlene Dietrich, tigre sullo schermo, non lo era di meno sul set. Le sue vittime furono numerose, ma durante le riprese di A Foreign Affair (Scandalo internazionale, 1948) l’ottima Marie Magdalene se la prese soprattutto con l’insicura Jean Arthur, attrice e donna palesemente agli antipodi dei suoi registri estetici ed espressivi. Tali contrasti creano spesso tensioni insostenibili, capricci, lacrime e scenate, ma di tanto in tanto conflagrano nel capolavoro. È il caso di A Foreign Affair, che sfrutta la chimica instabile fra le sue due stelle femminili (molto più che fra una qualsiasi di loro e il bisteccone John Lund) per creare la scintilla della memorabilità.

E ora, apparentemente, Jean era di nuovo sull’orlo scivoloso della crisi. Dopo un’ultima, fugace indecisione, BW aveva aperto la porta con l’entusiasmo con cui avrebbe potuto accogliere un nottambulo emissario del Fisco.
Jean! aveva esclamato fingendosi sorpreso. Qual buon vento?
Per un attimo lei non aveva risposto, guardandolo con una strana espressione come se non riuscisse a decidere se piangere o prenderlo a unghiate. Poi, con voce spezzata dall’emozione, aveva mormorato:
Come hai potuto?
Di cose che BW aveva fatto e di cui sapeva che prima o poi avrebbe risposto a Chi Di Dovere ce n’erano tante, ma al momento non gliene veniva in mente una che potesse coinvolgere Jean Arthur.
Come ho potuto… cosa?
Era l’odio, si chiese, a illuminare lo sguardo di Jean? No, si rispose dandosi dello schlub per averlo pensato anche per un solo istante. Era una lacrima, ovviamente. Oy vey!
La risposta era uscita dalle labbra tremanti della povera Jean in un ribollio di muco e fluidi lacrimali, ma BW era riuscito comunque a decifrarla:
Il mio primo piano!
Decifrata sì, ma pur sempre misteriosa: che problema poteva esserci stato con il primo piano di Jean Arthur? E soprattutto, quale primo piano di Jean Arthur?
Il tuo primo piano? aveva domandato lentamente BW.
Sì! Quello in cui ero riuscita così bene! L’hai bruciato, vero? L’hai eliminato!
BW aveva chiuso gli occhi per un istante, poi li aveva riaperti. Niente da fare. Jean era ancora lì; Jean era ancora in lacrime.
Ma cosa dici, tesoro? Perché avrei dovuto fare una cosa simile?
Jean l’aveva fulminato con lo sguardo, e per un istante BW aveva intravisto in lei qualcosa che prima non c’era mai stato, qualcosa che gli sarebbe piaciuto rivedere sul set.
È stata Marlene! Marlene ti ha detto di sbarazzartene e tu l’hai fatto!
Ma cosa vai a pensare? Cosa ti fa credere che io possa bruciare un primo piano della mia protagonista soltanto perché me l’ha detto la Dietrich?
L’istante in cui pronunciava queste parole, BW si era reso conto che in altre circostanze un simile evento non sarebbe stato del tutto impossibile: Marlene doveva aver fatto anche di peggio. Ma A Foreign Affair era un suo film, e lui i primi piani li girava, non li bruciava.
Da parte sua, Jean sembrava essersi tranquillizzata, ma le sue parole continuavano a tracciare un perfetto ritratto di una rampante mania di persecuzione.
Perché siete amici. Perché lei ti cucina i suoi manicaretti in camerino. Perché siete in combutta contro di me. Perché continuate a parlarvi in tedesco!
Verdammt! aveva imprecato BW fra sé – e in tedesco. Bisognava risolvere la situazione, e al più presto. Ricondurla sui binari della salute mentale.
Jean, non posso farci niente se parliamo la stessa lingua. Ma una cosa te la posso giurare: non ho bruciato il tuo primo piano, non l’ho usato per un rito esorcistico, non l’ho nemmeno dato a Marlene perché me lo cucinasse in camerino.
E allora come spieghi la voce che gira sul set?
Quale voce che gira sul set?
Quella che qualcuno ha trovato la pellicola fra gli scarti, tutta annerita, rovinata, smangiata come se le avessero dato fuoco!
BW si era bloccato all’improvviso. Era stato quell’ultimo participio, ad attivare un allarme improvviso nel suo cervello già surriscaldato. Smangiata. In preda a un atroce sospetto, e senza riuscire più a pensare ad altro, aveva fatto del suo meglio per consolare e tranquillizzare Jean, l’aveva caricata su un taxi, era rientrato in casa, si era chiuso la porta alle spalle, aveva tratto un gran respiro. Dopodiché si era seduto in poltrona e aveva atteso, in preda a una sensazione di impotenza che non provava dai tristi giorni di Mexicali, la sicura, imminente visita del suo Convitato di Pelo.

Parcheggiata l’auto senza rispettare i confini del suo posto riservato, BW ne scende come una furia, sbatte la portiera e prosegue verso l’ingresso del teatro di posa. A un occhio estraneo, come ad esempio quello del vecchio Joe, potrebbe sembrare che si trovi nel bel mezzo di un episodio psicotico: borbotta e gesticola da solo, concentrato sul vuoto al proprio fianco come se il vuoto ospitasse un pieno che soltanto lui può vedere. Fortunatamente nel parcheggio non c’è nessuno, e di conseguenza nessuno può sentire l’ameno scambio di battute fra il regista più in auge della Paramount e un coyote telepatico.
E così l’hai mangiato?
Ci ho provato. Ma l’ho sputato subito. Potevi anche dirmelo, che la pellicola ha un pessimo sapore.
Ma perché? Perché, mein Gott?
Non ho potuto farne a meno. Ha ragione Marlene, ha una faccia come…
Lascia stare Marlene.
Vorrei poterlo fare. Ma è divina, non trovi?
Ho detto lascia stare Marlene. E poi, se ci riesci, spiegami perché diavolo l’hai fatto.
Ancora non capisci, ma mi rigrazierai.
Ti ringrazierò? Bene. Mi fa piacere, perché al momento mi sembra che tu non sappia fare altro che mettermi il bastone fra le ruote.
Vorrei ricordarti che sono un dio, e che di conseguenza agisco in modi misteriosi.
Chiunque l’abbia detto la prima volta, sono abbastanza sicuro che non avesse in mente te.
Dammi retta. Vedrai che non te ne pentirai.
Lo spero, perché altrimenti…
Altrimenti…?

BW apre la porta del teatro di posa con un calcio ed entra a passi rabbiosi nel suo regno. La penombra del teatro di posa lo calma all’istante, come un unguento su una fastidiosa irritazione cutanea – immagine, quest’ultima, che gli sovviene con sempre maggiore frequenza quando pensa a Coyote. Non gli sembra che fosse questo l’accordo originario: il trickster, per quanto incorreggibilmente trickster, non avrebbe dovuto concentrarsi sulle azioni di disturbo al suo lavoro e alla sua tranquillità ma su… su cosa, in realtà? A un tratto, e forse per la prima volta, gli viene in mente che in realtà i termini del loro contratto non scritto non sono mai stati chiari. In qualche modo pensava che con la sua semplice prossimità Coyote gli avrebbe portato qualcosa; ma cosa? Un guizzo ulteriore, un deragliamento più deciso, una vertigine più marcata? D’altra parte, lui aveva messo in chiaro fin da subito che le idee dovevano essere sue; non avrebbe accettato ingerenze creative. Ma a quanto sembra, se su questo Coyote ha mantenuto la parola, sembra essersi messo in testa di vendicarsi su tutto il resto. Ultimo casus belli, il primo piano semidivorato di Jean: a che scopo? Fin da subito, di fronte alle sue rimostranze l’irritante quadrupede si è limitato a ripetergli che non se ne pentirà; ma in che senso? Si tratta forse di un altro scherzo, una sorta di elevazione al quadrato della burla di partenza? Oppure è stato sincero? Il concetto stesso – Coyote sincero? – gli provoca uno sbuffo d’ilarità che gli fa capire di essersi rimesso sulla strada giusta. Gli fa sempre questo effetto, il ventre ospitale del teatro di posa; Herr Doktor F. farebbe i salti mortali dalla gioia, se solo lo sapesse.
BW è ancora immerso in questi pensieri mentre i tecnici finiscono di apportare le loro ultime modifiche alle luci, di preparare la macchina da presa e i microfoni. La prima sequenza da girare sarà – non potrà che essere – il nuovo primo piano di Jean. Tutti sembrano pronti, manca solo lei. Le teste si voltano verso l’uscita dei camerini. Si odono dei passi sempre più vicini. Coyote, accanto alla sedia, alita con fare preveggente. Cos’ha in serbo? si chiede BW con un brivido, non il primo e di sicuro non l’ultimo del suoinnaturale sodalizio con la bestia sacra. Poi si volta anche lui, seguendo la direzione generale degli sguardi e avvertendo il collettivo, secco respiro di sorpresa.
Jean emerge dal buio seguita dal suo entourage di truccatrici e parrucchiere e dalla segretaria di edizione che le ricorda la battuta.
Jean emerge dal buio, ed è la luce. Jean è radiosa come non lo è mai stata prima. Gli occhi lucidi e ancora leggermente gonfi di pianto aggiungono dramma e pregnanza al suo viso da All-American Girl.
Jean è uno spettacolo: un perfetto animale da primo piano.
BW si volta lentamente verso l’animale al proprio fianco e sorride. Se potesse gli offrirebbe un sigaro, ma teme che le maestranze non capirebbero.

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Billy & Coyote: l’inizio di una bella amicizia

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Dato alla poesia quel che è della poesia (in questo caso la precedenza, nell’articolo Registi divini & divini quadrupedi), possiamo finalmente cominciare a spulciare insieme le pagine del misterioso romanzo che ormai da qualche tempo minaccio di sguinzagliare malgré il  disinteresse degli Editori, dove la maiuscola è da intendersi come segno semantico di collettività.
SHOW+BIZ+DAFFY+3(Ricordo, visto che siamo in zona comico, la sequenza di un capolavoro animato intitolato Show Biz Bugs (potete vederlo qui) in cui Daffy Duck, geloso di Bugs Bunny che continua a ottenere applausi scroscianti per qualsiasi sciocchezza faccia sul palco, si lancia in uno scatenato tip-tap al termine del quale, ansimante e sudato, apre le braccia a ricevere l’entusiasmo della platea e viene accolto da un silenzio tombale, rotto soltanto – e qui sta il genio – dal frinire desolato dei grilli e dal gracidio delle rane: ebbene, la sensazione dell’autore emotivamente a pezzi è un po’ quella).

Come ricorderanno i benemeriti frequentatori di queste pagine, l’idea alla base del romanzo è la seguente:
Siamo in America. Rimasto privo di un popolo degno di questo nome, Coyote, la divinità nativa dello Scherzo, del Travestimento e della Trasgressione, ha un’illuminazione indotta dalla visione dell’Ottava moglie di Barbablù di Ernst Lubitsch: Bluebeards-Eighth-Wife-1938-7il suo serpeggiante sentiero deve assolutamente incrociare quello del giovane co-sceneggiatore di quel film, il cui nome è per lui una promessa di future, selvagge vertigini: tale Billy Wilder.wilder
Coyote decide di calare su Hollywood con il suo armamentario di trucchi, devianze e sorprese e palesarsi a BW (e a lui solo), dando così vita a un sodalizio che potrà per lui colmare il vuoto causato dallo sterminio del suo popolo e dare all’altro qualche elemento in più per lasciare l’impronta della propria zampata sul cinema americano e mondiale.

Tralasciando la prima parte del romanzo, quella che pedina i due personaggi principali nel loro progressivo avvicinamento, ho scelto come primo antipasto il capitolo in cui i due finalmente si conoscono, in quel fatidico 1940 in cui BW deve ancora firmare il suo primo film (e primo capolavoro), Frutto proibito, 1359136230-major_and_minordi cui abbiamo già parlato in queste pagine ma che vale sempre e comunque la pena di ricordare (magari rivedendone il trailer originale).
Ne seguiranno ovviamente altri, di bocconi scelti da Billy & Coyote: questo non è che l’inizio – disse l’autore in vago tono di minaccia.

Per il momento è tutto? Mi sembra di sì – anzi no. Vale la pena, vista la sede di questa serie di anticipazioni volte a titillare il Lettore Scanzonato e al contempo risvegliare l’interesse della Bella Editoria Addormentata (grilli e rane, ricordate?), sottolineare che pur essendo un libro per molti versi normale (sempre che si consideri “normale” un libro che, non essendo ancora pubblicato, in realtà non esiste… ma qui entriamo nei subdoli, vertiginosi territori dell’ontologia), Billy & Coyote trova forse il suo terreno ideale nella multimedialità. In un mondo perfetto, la forma più consona alla sua sostanza sarebbe una piattaforma in cui il lettore possa essere anche spettatore, saltabeccando tra i riferimenti cinematografici, musicali, mitologici, iconografici e quant’altro un po’ come fanno i lettori di queste righe cliccando su questo o quel link. E ad aggiungere un ulteriore livello di lettura c’è anche, last but not least, il fatto che il libro – il cui sottotitolo è non a caso Una storia (im)possibile, con tanto di fazioso commentario – incorpori già in sé le sue note, un apparato critico senza peli sulla lingua (ma con una possibile sovrabbondanza pilifera in sede autoriale) a cura dell’esimio e fantomatico Prof. C. Latrans (questa la sua pagina Wikipedia).

E a questo punto è davvero tutto, quanto meno per ora. Non mi resta che augurarvi buona lettura – e soprattutto, spero, buon divertimento.


1940

L’odore è quasi insostenibile. Invadente, aggressivo, ha in sé qualcosa di fisico; si potrebbe accomunarlo a una sorta di parete invisibile se le pareti invisibili esistessero, se potessero viaggiare a bordo di una DeSoto scoperta e soprattutto se a bordo della DeSoto scoperta fossero in grado di avanzare inesorabilmente fino a schiacciare il malcapitato automobilista nell’angusto spazio fra il volante e la portiera sinistra.
BW svolta a destra su Sunset e accelera, nella speranza che la brezza collinare di Beverly Hills artigli il tanfo come uno dei rapaci che spesso sorvolano queste colline, trasportandolo via come una preda, lasciandolo andare all’improvviso e guardandolo sfracellarsi sulle rocce aguzze di un canyon. Ma l’olezzo è più tenace di qualsiasi brezza; resiste e aumenta, facendosi sotto e allungando i tentacoli gassosi fino a penetrargli le narici e fargli lacrimare gli occhi.
Mein Gott, si lascia sfuggire BW tornando alla lingua che si è imposto di non usare più in questa terra. Non sa cosa fare; procedere è impossibile, il fetore è talmente invasivo che rischia di sottrargli ogni residua abilità psico-motoria, con possibili conseguenze fatali per la preziosa DeSoto e per l’ancora più preziosa sopravvivenza del suo proprietario.
L’unica è accostare e fermarsi, e BW lo fa rapidamente, prima di raggiungere il traffico del Sunset Strip e restarne imprigionato insieme all’Odore (così ha già preso a pensarlo, con una Maiuscola di stampo ontologico): perché se c’è una cosa che ha capito, in questi ultimi, inquietanti dieci minuti, è che il Tanfo non può venire da fuori, che non appartiene né al Boulevard né ai giardini, agli alberghi, alle ville o agli edifici universitari che lo costeggiano, ma che può soltanto essere endemico al microclima della sua DeSoto. E questo lo inquieta a dismisura, perché la sporcizia non fa parte delle cose del mondo di cui BW è disposto ad ammettere l’esistenza.
L’auto è ferma sotto un eucalipto, di cui BW ha sempre amato il profumo pungente e quasi terapeutico ma che ora non può nulla contro l’Anschluss scatenato dal Miasma. BW si guarda intorno cercando di non inspirare, controlla sotto i sedili di pelle e nel cassettino del cruscotto in cerca di un’improbabile materia organica in decomposizione, ma l’abitacolo della DeSoto è immacolato come sempre. Fra l’altro, ragiona in un soprassalto di furore analitico, non si tratta nemmeno di putrefazione: l’Odore è animale, questo sì, ma spiccatamente vivo, come se le ghiandole responsabili lo stessero secernendo in diretta. E subito dopo, come spesso gli accade, il ragionamento fa scoccare una scintilla nell’emisfero opposto del cervello, il pensiero ha il sopravvento sulle sensazioni e il disgusto è momentaneamente dimenticato per lasciare posto al baluginìo dell’idea: Poveraccio perseguitato da Odore taglia ponti con mondo, per poi scoprire che tanfo viene proprio da lui.
BW sta per complimentarsi con se stesso quando sente – o meglio avverte, poiché in realtà non vi è stato alcun suono – una voce che lo fa per lui:
Ottima idea.
Si volta di scatto da una parte, poi dall’altra: sa che a parlare (sempre che si possa parlare di parlare, emenda senza preoccuparsi dello stile) non è stata la sua riconoscibile voce interiore, perché nemmeno da quella è ancora riuscito a cancellare l’accento teutonico. No, a formulare il complimento è stato qualcun altro – ma chi? si domanda scrutando il vuoto. E all’improvviso, in un luminoso istante sinestetico, si rende conto che l’Odore è scomparso.
Al suo posto, seduto come un passeggero qualsiasi sul sedile di destra della DeSoto, c’è un grosso coyote sorridente. La zampa anteriore destra è piegata con noncuranza sul bordo del finestrino abbassato; le due posteriori sono accavallate nella brevilinea parodia di una seduta umana; dal muso cola un sottile filo di bava che per un attimo cattura la luce del sole, travestendosi da ondivaga colonnina di mercurio. Due occhi giallo-arancio lo stanno fissando, e BW ha sufficiente dimestichezza con il divertimento da saperlo riconoscere a prima vista. Seduto accanto a lui, nel luminoso mattino californiano, c’è un coyote divertito. Un coyote divertito e parlante.
Ach mein Gott! esclama, non per la prima volta.
Non esageriamo, risponde/non risponde il coyote. Sono solo uno dei tanti.
BW lo guarda in silenzio. È senza parole, e ciò gli capita di rado.
Be’, non dici niente? domanda la bestia, sottolineando l’ovvio.
Chi… cosa sei? farfuglia mentalmente BW, chiedendosi se quel lontano giorno a Vienna, sul portoncino di Herr Doktor F., non avrebbe fatto meglio a chiedere una visita piuttosto che una semplice intervista.

1412x2000Secondo i biografi, nella Vienna del 1924 Wilder, giornalista in erba, venne incaricato dal Die Stunde (L’Ora), di intervistare alcune celebrità per il numero speciale natalizio. Con Arthur Schnitzler e Richard Strauss ci riuscì, ma quando bussò alla porta di Sigmund Freud e gli mostrò il suo biglietto da visita questi lo mise alla porta, causandogli di sicuro una pletora di complessi e contribuendo in tal modo al successo futuro della sua invenzione.

 

Piacere, Coyote, risponde il coyote, e per un attimo BW teme che gli stia per porgere una zampa. Fortunatamente il passeggero non arriva a tanto, limitandosi ad accentuare il sorriso e causando così la caduta del filo di bava sulla preziosa pelle del sedile.
BW deglutisce un nodo di panico. Oppure un bolo di pelo? si interroga sotto l’influenza di ciò che sembra pararglisi davanti. E davvero, si giustifica, chi potrebbe biasimarlo? Perché se molto probabilmente non è la prima volta che un coyote si avventura nella Città degli Angeli, di sicuro è la prima volta che parla, sorride e incrocia le zampe a bordo della decappottabile di uno sceneggiatore di successo. E a un tratto, con uno di quegli schianti mentali la cui conflagrazione gli segnala la nascita di un’idea, BW si rende contemporaneamente conto di due cose.
La prima è la risposta che l’animale ha dato alla sua invocazione al buon Dio.
La seconda è che se la prima non è una fandonia, la presenza a bordo del coyote non è casuale.
Il suo cervello viene preso d’assalto da una grandinata di convulse domande, come un cerchio di carri colonici tempestato dalle frecce di una bellicosa tribù indiana. Come può non essere una fandonia? Ma alla stessa stregua, come può esserlo? La bestia mi ha parlato, giusto? Anche se in realtà non mi ha veramente parlato… E quest’immagine degli indiani ululanti, da dove viene? Sono forse diventato uno sciamano nativo a mia insaputa? Ma per quale motivo dovrei pensarlo? Solo perché un coyote mi ha detto di essere un dio? Esistono coyote mitomani? Gli sceneggiatori malati di mente, quelli esistono: appartengo forse alla categoria? E a proposito, cosa racconto a Brackett? Potrei sfruttare la situazione per incutere il timore di Dio (o quanto meno del dio) a quel damerino di Leisen?
Gli ultimi due interrogativi gli fanno capire che il suo cervello sta lentamente recuperando le funzioni normali; un’occhiata di sguincio al coyote e un furtivo allargamento del gomito con successivo, sfuggente contatto gli conferma che la sua presenza è un dato di fatto. Un fatto folle, ma pur sempre un fatto. Dopo tutto, si dice, siamo a Hollywood.
Tecnicamente no, precisa l’animale smettendo di leccarsi i testicoli.
E mi legge nel pensiero, sospira rassegnato BW.
Guarda il passeggero peloso con aria interrogativa.
A Hollywood, spiega questi. Non ci siamo ancora. Tecnicamente siamo a Beverly Hills.
Tecnicamente, gli fa eco BW, ormai più curioso che altro, tu saresti un…
Dio, lo interrompe il coyote.
E saresti qui per…
Farti una proposta.
Giusto, pensa BW annuendo e sforzandosi di guardare dritto davanti a sé, ignorando il sonoro, parodistico ansimare della bestia. Non è così che comincia sempre, fra uomini e dei?

Mussapi esplora Califia

every beat of my heart

Fortissimamente voluto da Roberto Mussapi nella collana “I Poeti” da lui curata per l’editore Jaca Book, ora Califia riceve un trattamento a dir poco reale nella rubrica settimanale di poesia da lui stesso curata per SuccedeOggi, benemerito webmagazine quotidiano a cura di Nicola Fano, Gloria Piccioni e Anna Camaiti Hostert.
Tra le altre belle cose della sua luminosa disamina, Mussapi mi dà dello straniero, ma mi pare proprio che lo intenda come un complimento. E me ne vanto, anche.

 

Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea 3

Anno nuovo, buone nuove. È ufficialmente disponibile (su ordinazione presso il sito di Raffaelli Editore) il terzo Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea a cura di Gianfranco Lauretano, Francesco Napoli e Walter Raffaelli.

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L’Almanacco, elegante e sostanzioso come sempre e come sempre suddiviso in Quaderni, presenta un quadro della produzione poetica e critica dell’anno appena concluso, e fra un viaggio nella poesia olandese contemporanea, una sezione di segnalazioni aperta a nuove proposte italiane e messicane, un’esplorazione del Nord-Est italiano e una scelta di versificatori afrikaans, offre, insieme a testi di De Angelis, Valesio, Bertoni, Quattrone, Rondoni e altri, due pezzi dell’autore a pezzi: le poesie inedite Cenni parziali di storia naturale e Dietro lo specchio d’acqua.
E parafrasando la premiata ditta Jagger/Richards, “it’s just a clic away”…