Registi divini & divini quadrupedi

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Qualche tempo fa su queste pagine minacciavo seguaci e appassionati (vi conosco, tutti e due) di tornare sull’argomento del mio nuovo romanzo, Billy & Coyote, al momento attuale ancora orfano di editore, e spiegarne genesi e ispirazioni (perché è questo, dopo tutto, lo scopo e la missione dell’autore a pezzi: esporre i propri pezzi al pubblico scrutinio).
Poiché oltre che un autore di parole sono anche un autore di parola, mi accingo dunque all’impresa con il Primo Post dell’Anno Nuovo (e non nascondo che in questa scelta, che ha ben poco di casuale, c’è una buona dose di cabala: il pensiero magico che vi sta dietro è una sorta di rito iniziatico per il mio ultimogenito letterario, che viene così spedito in Rete  con la speranza che trovi presto il suo sentiero).

Ma procediamo con ordine. In principio, come spesso accade all’autore a pezzi, fu la poesia; nello specifico, il terzo e ultimo poemetto di Califia, intitolato Un arcano episodio della vita di Samuel Wilder, detto Billy.
L’assunto di questo poemetto in trenta sestine è che Coyote, il trickster degli Indiani d’America, il buffone divino, il dio dello scherzo, del divertimento crudele, del travestimento, ritrovatosi (grazie al programmatico sterminio dei nativi da parte dell’Uomo Bianco) privo di un popolo a cui rivolgersi e a cui ammannire le sue burle cosmiche, decida un bel giorno di cercare una Voce, un Interprete, un Messaggero fra gli umani. Maniaco di cinema, in cui ha sempre visto quella tendenza alla trasgressione che è il suo dettato ontologico (e qui penso soprattutto alle vertiginose commedie hollywoodiane dei primi anni Trenta che precedono l’istituzione, nel 1934, del famigerato Codice Hays), Coyote si reca nella Città dei Lustrini e comincia a cercare – fino a trovare il candidato perfetto in uno sceneggiatore di origini galiziane da poco sbarcato dall’Europa: l’irreprensibile Billy Wilder. Da qui inizia un sodalizio che accompagnerà Wilder in tutta la sua carriera, forgiandone la visione con gli aiuti, i suggerimenti e le ispirazioni che soltanto un Buffone Divino è in grado di dare.

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Il poemetto essendo poesia e non narrativa, ad avere la precedenza in questo caso non sono le storie, i dettagli e gli episodi romanzeschi del comprovato (lo giuro) sodalizio, bensì una sorta di carrellata lirica sui temi, le ossessioni, le figure cangianti eppure sempre coerenti del grande cinema di Wilder.
Quando lo scrissi, in realtà, ero più o meno convinto che un soggetto simile (perché diciamocelo, l’idea è vagamente delirante, il che non è necessariamente un difetto) potesse prestarsi soltanto a una specie di ballata mitologica, narrativa finché si vuole, ma sicuramente molto diversa da un vero romanzo. Finché, metti una sera a cena, un’amica non mi disse con la consueta delicatezza: «Ma sei scemo? È un romanzo perfetto.»
La conseguenza di quel discreto e calibrato giudizio critico fu che il giorno dopo cominciai a buttare giù la prima stesura di Billy & Coyote. Ma se questa non è un’altra storia (come amerebbe dire l’oste Moustache, una delle grandi creazioni della premiata ditta Wilder/Diamond/Coyote), dovrà comunque attendere il suo momento, prossimamente sui vostri schermi piccoli e grandi, fissi e portatili.
Questo momento, per il momento, appartiene ancora alla poesia:

 

Un arcano episodio della vita di Samuel Wilder, detto Billy

I

Coyote in sala, panico fra il pubblico: sarebbe
titolo preciso ma ingannevole come può esserlo
soltanto il gesto umano del tradurre il passo,
il balzo, la zampata del suo ingresso nel tempo,
nel giorno di soste e comitive, cartelli, fiancate
lustre dai vetri scuriti, discese ordinate, gite e code:

la sua, spelacchiata dall’eterno andirivieni,
appare e scompare nella ressa intorno alle impronte
spazzando sdegnosa polvere e cenere, mozziconi ricordo,
i segni del culto che a volte – solo a volte – gli pare
di invidiare, poi si infila nel buio artificiale
che ama dalla prima volta in cui vi entrò.

II

(Benché si dica che possa cambiare forma a piacimento,
colui che per timore di burle a rappresaglia
chiameremo solo C. modifica e aggiusta
la sua presenza al mondo secondo la storia
che di lui si racconta o che sceglie da sola di narrarsi,
entrandovi senza badare ad annunciarsi:

se un pomeriggio compare al vecchio Grauman’s
nelle dimesse vesti del suo nome noto è perché
la storia così si è pensata piacendosi e si è cantata
o sussurrata chissà dove, attorno a un fuoco acceso:
il dio a quattro zampe in sala piena, il buio crepitante,
lo squarcio rauco di risata inaudita, l’ululato.)

III

Uscito per sua scelta o messo in fuga dagli SWAT,
C. ha tempo (ha tutto il tempo, da quando il tempo esiste)
di ripensare a quando percorreva vellutato questi viali
alla ricerca di una voce nuova, di un abito elegante,
di un uomo ben visto al mondano, buon guidatore
di convertible (questo l’annuncio, se l’avesse pubblicato):

un volto, sì, e appena sotto un corpo funzionante,
ma in primo luogo scintilla fra sinapsi e cuore,
corto circuito, combustione spontanea di sensi,
cachinni, invenzioni. Orso e bisonte gli era bastato
nominarli, antilope e cervo due parole nel buio, l’uomo
un pugno di fango e una risata nel vedere il risultato:

poi era giunta la caduta, le praterie bruciate, e dopo
la burla subìta dai suoi figli il riflesso del ghigno nel vuoto.
E le parole doppie del pennuto divino, fratello di scherzi:
“Avessi quattro zampe come te, due le userei
per proseguire, il resto per fuggire.
Ma ho soltanto due ali, quindi addio”.

IV

Era stato allora, assorto nell’enigma fraterno,
che C. era entrato nella prima sala buia, in fuga
passeggera dal sole: un caldo da bruciare anche zampe
immortali, due strade in croce, una scatola di stucco,
l’insegna a promettere un doppio spettacolo,
il buio improvviso come la notte prima dell’origine:

quindi il momento ronzante dell’inizio, il fascio luminoso,
la polvere d’immagini sospese nella luce, i bagliori
guizzanti sullo schermo e mai uguali, i gesti irrisori
– e quelle figure mai ferme bianche e nere,
il rincorrersi delle risate nel seguirle: la lingua ideale
per un dio con grandi cose ancora da narrare.

V

Deciso a darle voce, guardandosi intorno nel tempo,
fingendosi bipede C. aveva aperto una sera
la porta di Lucey’s su Melrose. Alcune teste si erano voltate,
use al controllo curioso e un po’ maligno di chi
da dentro segue l’ingresso dell’estraneo,
ma non avevano visto che luce e vortice di polvere:

niente più che assenza là dove erano pronte a scorgere
corpo e movimento, forse un istante di luce cangiante,
un riflesso dell’aria su se stessa – C. si era reso sottile,
più ancora di quando aveva assistito, allibito dal ridicolo,
alla Prima Copula della sua creatura preferita e l’aveva
cacciata a sghignazzi dal Piano di Quello che Conta:

si era mosso, il nume quadrupede che c’era e non c’era,
senza temere di urtare o strofinare il pelo sacro
sulle pieghe attillate dei maschi o lungo le curve
avvolte delle femmine, e un brivido l’aveva percorso
violento, quasi solido – un ossessivo brillìo di mocassini
pareva indicare noia umana o genio pronto all’espressione:

la scarpa, con la sua gemella, era incollata a un corpo alto,
coperto da stracci di buon gusto e poco costo,
lanciato in un passo di danza fra due donne
all’unico scopo di schiudere le loro labbra dipinte
alla lingua divina, la risata: “Signore mie, è un onore,
il mio nome è Samuel Wilder, per amore materno detto Billy”.

VI

Guizzando fra le gambe della folla mossa a fuga
dalla sua presenza fuori luogo, tralasciando
per ripicca di farsi invisibile, Canis Latrans Divinus
attraversa col rosso il traffico di Hollywood & Vine,
ogni colpo ovattato di zampa sull’asfalto un fotogramma
di quel primo incontro voluto, cercato, provocato:

in questo giorno di sole memoriale, il vento
a ravvivare bandiere estranee all’occasione,
“a un decennio dalla scomparsa del Maestro”
rivede il momento lontano ma per lui coevo
con la nostalgia di chi ha perduto la voce che allora
si era dato, il traduttore mortale dei suoi giochi:

quella prima sera, affiancando soffice i passi cadenzati
e occupando composto e non visto il sedile accanto
sull’auto scoperta, aveva pensato un fitto dialogo
con l’ignaro al volante, convinto di passare un momento
di grazia tutto suo. Sarai la voce ridente che io cerco,
gli aveva detto e non detto. Farai ghignare l’umano di se stesso.

VII

L’inizio era stato ticchettio di tasti ossessivi e delirio
di gesti fra tavolo e divano; mai seduto, mai senza cappello,
sempre in mano qualcosa – bastone, riga da geometra
di storie, grimaldello sempre pronto a forzare,
con gesto secco di prezioso lestofante, ciò che da lui
chiunque si sarebbe aspettato, la via più battuta:

ma nelle mani mai ferme dell’inventore inventato
non esisteva nulla di impossibile; il prediletto alunno
del prestigiatore sapeva estrarre dal cilindro il lieto fine,
e da demiurgo in fieri piegava gli strumenti del mestiere
– luce corpo fotogramma cinepresa – al racconto
che aveva scelto proprio lui per raccontarsi:

il primo passo sarebbe stato della finta bambina
in partenza da Grand Central Station, ma il treno
si sarebbe fermato soltanto per il gesto estremo
della stella, sorella più fragile di quella tramontata
sul viale che unisce tutti i punti del sogno,
segno che il tessitore era rimasto senza filo:

ma le stazioni intermedie sarebbero state soste in sogno,
ritardi di senso, partenze su binari non posati, orari
capricciosi e passeggeri saliti e mai più scesi,
e sulle cappelliere i totem cari a C. (per Capotreno):
ukulele, conchiglie, calze verdi, pipe che si fumano
da sole, scolapasta di fortuna, carrelli & magnetofoni.

VIII

Ma anche l’altra vita, quella vera e vissuta, o vissuta
e non per questo più vera del suo specchio, vista
con occhio socchiuso e rovesciato di sciamano,
con sguardo su ciò che si cela appena dietro,
apre squarci altrimenti negati e rivela a chi vuole
ed è pronto l’impronta soffusa del segreto ispiratore:

così il tuffo vestito in piscina diventato mito, così
la gamba tesa a sgambettare il rivale lanciato
verso il premio, così le passioni brevi e inaudite
che assorbono e consumano per presto svanire
o cambiare forma in un gioco inesausto di maschere,
così i botti sonori di spirito che minano i giorni:

e allo stesso modo le più segrete coincidenze,
i segnali nascosti di un destino di invitato
a una tavola da altre mani beffarde imbandita
– quel primo amore disilluso nella città perduta,
così simile alla ferita mortale del professore omicida,
squarcio a cui l’uomo imperfetto reagisce come può:

con passione folle l’erudito, con risata selvaggia
il commediante, due lati della stessa medaglia brunita
dal tempo, levigata dall’uso e dallo scambio,
passata di mano in mano e poi lanciata
a vorticare nel vuoto e dire la fortuna dove cade
– la moneta dal tasso più instabile chiamata esistenza.

IX

A esistere in lui, da lui su pagina e schermo,
erano le creature nate adulte dalle sue gestazioni,
uscite nude e formose dal mare del suo mondo
da cui C., da sempre restìo a immergersi nei liquidi
e privo delle ali nere e salvifiche fraterne,
si teneva con ferma intenzione alla larga:

gli bastava guardare da lontano, seguire
il morbido incedere dei corpi sullo schermo,
fiutare l’aroma noto solo a lui delle emozioni,
distinguere sottili i riflessi di stelle fra i gesti,
i movimenti, le fughe e le pause d’incanto,
gli scambi ineguali e sorprendenti dell’umano:

come se il cono di luce scegliesse ogni volta
una zona nuova da fissare nei dettagli
ma sempre parte dello stesso quadro,
la grande tela di piccole azioni e di vizi
invisibili a occhio nudo o meno occhialuto
del suo, celato dalla tesa perenne del cappello:

ma dove immagini e storie si cantavano più intense
era in loro, nelle donne delle sue invenzioni,
forme piene e disarmate del bello, dell’accadere
rivelato con lo scarto del gioco di prestigio
– e il pelo di C. si rizza sempre al pensiero
del profluvio di giochi, bambole russe, scatole cinesi:

finché corpi e gesti si confondono a distanza
anche nella memoria sovrumana del quadrupede
e le bianche opulenze del mito impossibile,
così simile per il suo creatore alla ninfetta
del re giunto dopo il sole, si perdono nella grazia
sottile di gazzella, nel sorriso di luminosa intelligenza:

e tutte insieme volgono gli occhi verso il buio,
dove le attende chi è chiamato a amarle e risponde;
e allo stesso modo le sue storie diventano una,
maiuscola, fluviale, e mentre i titoli scorrono la coda
di quella che pare conclusa si rivela la testa della prossima,
e l’ultima è l’inizio, il principio la fine, l’infinito:

 

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