Sismi di terra e coscienza

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La Ghost Forest di Copalis, Washington

 

Il 20 luglio 2015, in piena fase di decompressione dopo il mio consueto, stagionale going to California (per citare a sproposito la premiata ditta Page & Plant), le mie sparse energie rigeneratrici subirono un duro colpo a causa della lettura di un articolo sul New Yorker, bellissimo e documentatissimo come al solito. Nel suo lungo ma appassionante pezzo, intitolato The Really Big One, l’autrice Kathryn Schultz racconta di come il mitico Big One, il grande terremoto che minaccia di cancellare la California dalle mappe, relegandola per sempre al mondo del Mito e del Sogno, potrebbe in realtà scaricarsi molto più a nord, ma al tempo stesso potrebbe essere molto, ma molto più tremendo di quanto previsto finora. Per farla breve (ma consiglio a tutti di leggere l’articolo cliccando qui), il sisma mostruoso interesserebbe una faglia che è stata scoperta soltanto 50 anni fa, la faglia di Cascadia, che va da Cape Mendocino, nella California del nord, a Vancouver in Canada. La zona in questione ha subìto 41 terremoti di questa catastrofica entità negli ultimi 10.000 anni, in media uno ogni 243 anni; il che significa che a oggi siamo arrivati al 315mo anno dall’ultimo episodio.
Il 26 gennaio 1700 alle nove della sera (ora ancora più epocale delle celebri cinque di Lorca) un sisma di magnitudo 9.0 colpì infatti il Pacific Northwest, sollevando un’onda sismica lunga quasi mille chilometri che attraversò l’oceano Pacifico in sole dieci ore e si abbatté sul Giappone senza alcuna scossa di preavviso. Uno degli effetti tuttora visibili di quel disastro è tipicamente (poiché stiamo parlando dell’Uomo) diventato attrazione turistica: si chiama Ghost Forest, e se un tempo era un bosco di cedri rossi sulle rive del fiume Copalis, quel fatidico 26 gennaio di 315 anni fa si trasformò istantaneamente in una distesa di tronchi bianco-argento, privi di rami, foglie e cortecce, uccisi in un unico, istantaneo “evento” dalla tremenda onda di acqua salata.
La “colpa” di tutto questo, per semplificare, è dell’ostinata placca tettonica di Juan de Fuca, che sta lentamente scivolando sotto il continente nordamericano, sollevando la placca continentale e spingendola contro il cratone, la massa al centro del continente. È proprio l’impatto tra placca e cratone e il susseguente “rimbalzo” a creare il terremoto.
Si può immaginare il miscuglio di ansia e meraviglia che simili notizie provocarono nella delicata psiche dell’autore a pezzi; il quale, nella gloriosa tradizione dell’invettiva contro chi non ha possibilità di replica, decise immantinente di prendersela con colui che suo malgrado aveva dato il nome alla placca irrequieta e che aveva contribuito alla civilizzazione di queste terre condannate, apponendo il marchio umano a una Natura che forse, chissà, magari sarebbe stato più saggio lasciare alle sue scosse telluriche e alle sue rigenerazioni epocali: tale Juan de Fuca, nato Iannis Fokas, navigatore ed esploratore greco del sedicesimo secolo al soldo della Spagna di Filippo II.

Ma visto che si parla di natura, quella della poesia non si lascia mai confinare a un solo dettato; e accade così che quella che con la penna ancora a mezz’aria nasce come requisitoria si trasformi, durante il viaggio da pensiero a verso, in qualcosa di molto diverso.

 

Lettera a un esploratore, con rimprovero e perdono

Sul tuo carattere non so niente di certo,
ma posso forse immaginare
il moto di ripulsa del navigatore nel vedersi
sulle carte come placca intenta con calma rocciosa
a scivolare sotto il continente:
niente più rotte immaginate per Ioannis Fokas,
greco ribattezzato Juan de Fuca
dalla corona spagnola e padrona, niente più
di un nome affibbiato a uno stretto di scarsa conseguenza
e a un corpo geologico dal muovere codardo.
Tutti quei sogni di terre sconosciute
passaggi a nord-ovest continenti attraversati
– tutti quei viaggi a percorrere il crinale
tra visione e illusione – ridotti alla marcia nascosta
di fondo marino verso Laurentia,
cratone dal nome ingannevole, terra ferma
per definizione: basterebbe a far rivoltare
l’esploratore della tomba, se il pensiero di farlo
non causasse timori di altri sismi.
Il senno di poi esagera a chiedere
a chi navigava il sedicesimo secolo
di avere vista così acuta e a lungo raggio
da prevedere la catastrofe che ancora oggi
la scienza dissenna: seicento anni sono troppi
anche per chi traccia rotte sulle coste ignote
degli Oceani: ma forse poco più di un secolo
avresti potuto navigarlo, Juan de Fuca,
fino a quella sera di gennaio del 1700
in cui cessò di esistere l’intera tribù indiana
di Pachema Bay, strappata dall’onda gigante
al suo pacifico vivere di pesca, e i cedri rossi
sulle rive di Copalis vennero ridotti di colpo
a tronchi grigio-argento senza rami,
foglie e corteccia, pietre tombali di se stessi,
e dieci ore dopo, nell’ottavo giorno
del dodicesimo mese dell’anno duodecimo
dell’era Genroku, il muro d’acqua
crollò sulle coste del Giappone senza scosse,
orfano di causa apparente, campione incosciente
di traversata oceanica e per questo motivo ulteriore
di bestemmia d’alto mare: ma questa è la storia
come è andata, Ioannis Fokas, e per di più
è Storia sovrumana, lenta silente inesorabile,
e non c’è nulla che si possa fare per sfuggirle,
adesso come allora,
come sempre.

 

 

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