Echi

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Nel 2013, durante una delle mie lunghe e fruttuose peregrinazioni newyorkesi (New York, o meglio Manhattan, è forse la città dove più si cammina al mondo: ingannato dalle sue prospettive aperte e lineari, la vittima della sua speciale malìa continua a posticipare la discesa nel ventre della Subway, ripetendosi “ci posso arrivare” – e alla fine in effetti arriva, a scapito delle sue appendici), venni premiato da una di quelle visioni destinate a restare per sempre impresse a caldo sulla retina e fumigare nelle sinapsi. La visione era triplice e prospettica: seduta accanto a me su una panchina del Madison Square Park, una ninfetta rossocrinuta e biancovestita emanava un’indifferenza pari solo alla crudeltà di Lolita nei riguardi del povero H.H.; alle sue spalle, la testa candida e gigante di una scultura chiamata Echo, come la ninfa della mitologia greca, osservava la scena con grazia e comprensione sovrumane, mentre poco più in là una giovane orientale, riconoscendosi nei tratti dell’opera di Jaume Plensa che si ergeva in mezzo al prato, si faceva fotografare da un’amica in un innocente afflato autocelebrativo.
La poesia si è scritta mentre la ninfetta si allontanava dalla panchina senza registrare altra presenza umana che non fosse la sua, peraltro già in sé perfetta, la giovane orientale rideva nella lingua internazionale della piccola vanità ed Eco continuava a guardare, forse condannata alla ripetizione anche nel silenzio della resina di poliestere, del pigmento bianco e della polvere di marmo.

Ninfe, New York City

Davanti a “Echo” di Jaume Plensa

Only in Manhattan: la discreta sinfonia di bianco
rosso ed efelidi accanto a cui siedi
– che sia per semplice stanchezza
o più per scelta estetica e di sensi –
risponde a un qualche nome
riconosciuto dagli occupanti occasionali
del prato ovale davanti alla panchina; mentre
sul verde tre bambine bionde zampettano
in fila perfetta come quaglie
(a distanza la statura sempra poco superiore)
il volto bianco e allungato della ninfa guarda,
non guarda, forse sogna questa scena
di tante che è posta a sorvegliare, e la sua presenza
è liquida nelle forme che pare aver trovato e afferrato
per caso un quieto mattino catalano, così vista
da un vicino di casa indiscreto.
Davanti, in primo piano, una ragazza
dai tratti orientali si fa fotografare,
riflesso digitale di una somiglianza
che non è la sola ad avvertire:
come un gioco di rimandi,
soprassalto ironico di un’Eco.

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2 comments

  1. Ninfetta bianca e rossa inconsapevole anche della sua fortuna: immortalata in versi d’oltreoceano che la rendono forse più interessante di quanto mai potrà essere. Ma (anche ) a questo serve la poesia, ad evocare oltre la realtà.
    Inoltre: da “Califia” in avanti, le quaglie mi affascinano.

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