Al fuoco

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Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con quella fetta di Sogno Americano comunemente nota con il nome di California sa che, al di là dello spettro del Big One, il terremoto destinato a rimodellare questa terra estrema a Occidente, o forse addirittura a cancellarla e inghiottirla come una nuova, concretissima Atlantide (e a proposito di Big One, prossimamente su queste sparse pagine arriverà anche il suo momento), la sua popolazione umana, animale e vegetale deve periodicamente affrontare un tipo diverso, forse meno apocalittico ma non meno distruttivo, di calamità naturale: il fuoco.

Doloso o accidentale che sia, l’incendio in California assume spesso proporzioni devastanti, specialmente in periodi di grave siccità come quello attuale. Alimentato in modo quasi diabolico dal vento caldo che soffia dal deserto (il mitico Santa Ana a cui Chandler ha dedicato uno dei suoi racconti più belli, Red Wind), il fuoco divora foreste e praterie e spesso distrugge i centri abitati che in questa terra spesso si abbarbicano con surreale hybris alle pareti di canyon fino a poche decine di anni fa abitati soltanto da coyote, puma, opossum, procioni, vedove nere, serpenti a sonagli.

Spettacolo di morte, distruzione ma anche rigenerazione, il fuoco riduce al grado zero ambizioni e intenzioni umane; per questo la poesia che vi ho dedicato (tratta da Califia) ne dipinge le origini in un atto di pura stupidità , ritraendo, negli interrogativi del pilota di un aereo dei vigili del fuoco, il gesto inane di un gruppo di “cuccioli d’uomo” più incoscienti che malvagi, mossi non tanto dalle cattive intenzioni quanto – ci risiamo – da pura, semplice, rovinosa hybris.

 


 

Bruciano le ferite della terra che conducono al mare,

e la domanda si fa più rovente ancora della fiamma:

quali pensieri, sempre siano tali,

avranno sfiorato per qualche irrimediabile secondo,

distratte dal ricordo del tuffo perfetto e tagliente

nella superficie specchiata della cava

la sera prima o quella prima ancora nell’estate,

le menti raccolte in ordine sparso nella cerchia

attorno a tutto ciò che era proibito?

Quale seduzione della corsa incoata all’azione

può averli spinti a strofinare il legno secco sulla pietra,

a rigirarlo fra le palme quasi unite delle mani

fino a vedere l’istante di luce, fino a udire

lo schiocco irritato che chiunque aveva loro insegnato

a rifuggire? Ma forse ha poco senso interrogarsi,

mentre si sorvola la distesa in fiamme

scorgendo in basso il profilo d’ombra delle ali

che scorre quasi inutile, leggero

quasi avesse paura di scottarsi,

sui motivi dei figli che come quello che fu il primo,

Fetonte di Apollo e Climene, si abbagliano alle scintille

dell’impresa e non vedono, già vive ma bluastre,

quasi trasparenti di calma e discrezione,

le prime delle lingue roventi che verranno:

forse il tracciato di stoppie nere e di carbone

che la terra ha sempre ereditato è parte,

condizione del suo ripresentarsi, il giorno dopo.

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