Mese: novembre 2015

Registi divini & divini quadrupedi

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Qualche tempo fa su queste pagine minacciavo seguaci e appassionati (vi conosco, tutti e due) di tornare sull’argomento del mio nuovo romanzo, Billy & Coyote, al momento attuale ancora orfano di editore, e spiegarne genesi e ispirazioni (perché è questo, dopo tutto, lo scopo e la missione dell’autore a pezzi: esporre i propri pezzi al pubblico scrutinio).
Poiché oltre che un autore di parole sono anche un autore di parola, mi accingo dunque all’impresa con il Primo Post dell’Anno Nuovo (e non nascondo che in questa scelta, che ha ben poco di casuale, c’è una buona dose di cabala: il pensiero magico che vi sta dietro è una sorta di rito iniziatico per il mio ultimogenito letterario, che viene così spedito in Rete  con la speranza che trovi presto il suo sentiero).

Ma procediamo con ordine. In principio, come spesso accade all’autore a pezzi, fu la poesia; nello specifico, il terzo e ultimo poemetto di Califia, intitolato Un arcano episodio della vita di Samuel Wilder, detto Billy.
L’assunto di questo poemetto in trenta sestine è che Coyote, il trickster degli Indiani d’America, il buffone divino, il dio dello scherzo, del divertimento crudele, del travestimento, ritrovatosi (grazie al programmatico sterminio dei nativi da parte dell’Uomo Bianco) privo di un popolo a cui rivolgersi e a cui ammannire le sue burle cosmiche, decida un bel giorno di cercare una Voce, un Interprete, un Messaggero fra gli umani. Maniaco di cinema, in cui ha sempre visto quella tendenza alla trasgressione che è il suo dettato ontologico (e qui penso soprattutto alle vertiginose commedie hollywoodiane dei primi anni Trenta che precedono l’istituzione, nel 1934, del famigerato Codice Hays), Coyote si reca nella Città dei Lustrini e comincia a cercare – fino a trovare il candidato perfetto in uno sceneggiatore di origini galiziane da poco sbarcato dall’Europa: l’irreprensibile Billy Wilder. Da qui inizia un sodalizio che accompagnerà Wilder in tutta la sua carriera, forgiandone la visione con gli aiuti, i suggerimenti e le ispirazioni che soltanto un Buffone Divino è in grado di dare.

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Il poemetto essendo poesia e non narrativa, ad avere la precedenza in questo caso non sono le storie, i dettagli e gli episodi romanzeschi del comprovato (lo giuro) sodalizio, bensì una sorta di carrellata lirica sui temi, le ossessioni, le figure cangianti eppure sempre coerenti del grande cinema di Wilder.
Quando lo scrissi, in realtà, ero più o meno convinto che un soggetto simile (perché diciamocelo, l’idea è vagamente delirante, il che non è necessariamente un difetto) potesse prestarsi soltanto a una specie di ballata mitologica, narrativa finché si vuole, ma sicuramente molto diversa da un vero romanzo. Finché, metti una sera a cena, un’amica non mi disse con la consueta delicatezza: «Ma sei scemo? È un romanzo perfetto.»
La conseguenza di quel discreto e calibrato giudizio critico fu che il giorno dopo cominciai a buttare giù la prima stesura di Billy & Coyote. Ma se questa non è un’altra storia (come amerebbe dire l’oste Moustache, una delle grandi creazioni della premiata ditta Wilder/Diamond/Coyote), dovrà comunque attendere il suo momento, prossimamente sui vostri schermi piccoli e grandi, fissi e portatili.
Questo momento, per il momento, appartiene ancora alla poesia:

 

Un arcano episodio della vita di Samuel Wilder, detto Billy

I

Coyote in sala, panico fra il pubblico: sarebbe
titolo preciso ma ingannevole come può esserlo
soltanto il gesto umano del tradurre il passo,
il balzo, la zampata del suo ingresso nel tempo,
nel giorno di soste e comitive, cartelli, fiancate
lustre dai vetri scuriti, discese ordinate, gite e code:

la sua, spelacchiata dall’eterno andirivieni,
appare e scompare nella ressa intorno alle impronte
spazzando sdegnosa polvere e cenere, mozziconi ricordo,
i segni del culto che a volte – solo a volte – gli pare
di invidiare, poi si infila nel buio artificiale
che ama dalla prima volta in cui vi entrò.

II

(Benché si dica che possa cambiare forma a piacimento,
colui che per timore di burle a rappresaglia
chiameremo solo C. modifica e aggiusta
la sua presenza al mondo secondo la storia
che di lui si racconta o che sceglie da sola di narrarsi,
entrandovi senza badare ad annunciarsi:

se un pomeriggio compare al vecchio Grauman’s
nelle dimesse vesti del suo nome noto è perché
la storia così si è pensata piacendosi e si è cantata
o sussurrata chissà dove, attorno a un fuoco acceso:
il dio a quattro zampe in sala piena, il buio crepitante,
lo squarcio rauco di risata inaudita, l’ululato.)

III

Uscito per sua scelta o messo in fuga dagli SWAT,
C. ha tempo (ha tutto il tempo, da quando il tempo esiste)
di ripensare a quando percorreva vellutato questi viali
alla ricerca di una voce nuova, di un abito elegante,
di un uomo ben visto al mondano, buon guidatore
di convertible (questo l’annuncio, se l’avesse pubblicato):

un volto, sì, e appena sotto un corpo funzionante,
ma in primo luogo scintilla fra sinapsi e cuore,
corto circuito, combustione spontanea di sensi,
cachinni, invenzioni. Orso e bisonte gli era bastato
nominarli, antilope e cervo due parole nel buio, l’uomo
un pugno di fango e una risata nel vedere il risultato:

poi era giunta la caduta, le praterie bruciate, e dopo
la burla subìta dai suoi figli il riflesso del ghigno nel vuoto.
E le parole doppie del pennuto divino, fratello di scherzi:
“Avessi quattro zampe come te, due le userei
per proseguire, il resto per fuggire.
Ma ho soltanto due ali, quindi addio”.

IV

Era stato allora, assorto nell’enigma fraterno,
che C. era entrato nella prima sala buia, in fuga
passeggera dal sole: un caldo da bruciare anche zampe
immortali, due strade in croce, una scatola di stucco,
l’insegna a promettere un doppio spettacolo,
il buio improvviso come la notte prima dell’origine:

quindi il momento ronzante dell’inizio, il fascio luminoso,
la polvere d’immagini sospese nella luce, i bagliori
guizzanti sullo schermo e mai uguali, i gesti irrisori
– e quelle figure mai ferme bianche e nere,
il rincorrersi delle risate nel seguirle: la lingua ideale
per un dio con grandi cose ancora da narrare.

V

Deciso a darle voce, guardandosi intorno nel tempo,
fingendosi bipede C. aveva aperto una sera
la porta di Lucey’s su Melrose. Alcune teste si erano voltate,
use al controllo curioso e un po’ maligno di chi
da dentro segue l’ingresso dell’estraneo,
ma non avevano visto che luce e vortice di polvere:

niente più che assenza là dove erano pronte a scorgere
corpo e movimento, forse un istante di luce cangiante,
un riflesso dell’aria su se stessa – C. si era reso sottile,
più ancora di quando aveva assistito, allibito dal ridicolo,
alla Prima Copula della sua creatura preferita e l’aveva
cacciata a sghignazzi dal Piano di Quello che Conta:

si era mosso, il nume quadrupede che c’era e non c’era,
senza temere di urtare o strofinare il pelo sacro
sulle pieghe attillate dei maschi o lungo le curve
avvolte delle femmine, e un brivido l’aveva percorso
violento, quasi solido – un ossessivo brillìo di mocassini
pareva indicare noia umana o genio pronto all’espressione:

la scarpa, con la sua gemella, era incollata a un corpo alto,
coperto da stracci di buon gusto e poco costo,
lanciato in un passo di danza fra due donne
all’unico scopo di schiudere le loro labbra dipinte
alla lingua divina, la risata: “Signore mie, è un onore,
il mio nome è Samuel Wilder, per amore materno detto Billy”.

VI

Guizzando fra le gambe della folla mossa a fuga
dalla sua presenza fuori luogo, tralasciando
per ripicca di farsi invisibile, Canis Latrans Divinus
attraversa col rosso il traffico di Hollywood & Vine,
ogni colpo ovattato di zampa sull’asfalto un fotogramma
di quel primo incontro voluto, cercato, provocato:

in questo giorno di sole memoriale, il vento
a ravvivare bandiere estranee all’occasione,
“a un decennio dalla scomparsa del Maestro”
rivede il momento lontano ma per lui coevo
con la nostalgia di chi ha perduto la voce che allora
si era dato, il traduttore mortale dei suoi giochi:

quella prima sera, affiancando soffice i passi cadenzati
e occupando composto e non visto il sedile accanto
sull’auto scoperta, aveva pensato un fitto dialogo
con l’ignaro al volante, convinto di passare un momento
di grazia tutto suo. Sarai la voce ridente che io cerco,
gli aveva detto e non detto. Farai ghignare l’umano di se stesso.

VII

L’inizio era stato ticchettio di tasti ossessivi e delirio
di gesti fra tavolo e divano; mai seduto, mai senza cappello,
sempre in mano qualcosa – bastone, riga da geometra
di storie, grimaldello sempre pronto a forzare,
con gesto secco di prezioso lestofante, ciò che da lui
chiunque si sarebbe aspettato, la via più battuta:

ma nelle mani mai ferme dell’inventore inventato
non esisteva nulla di impossibile; il prediletto alunno
del prestigiatore sapeva estrarre dal cilindro il lieto fine,
e da demiurgo in fieri piegava gli strumenti del mestiere
– luce corpo fotogramma cinepresa – al racconto
che aveva scelto proprio lui per raccontarsi:

il primo passo sarebbe stato della finta bambina
in partenza da Grand Central Station, ma il treno
si sarebbe fermato soltanto per il gesto estremo
della stella, sorella più fragile di quella tramontata
sul viale che unisce tutti i punti del sogno,
segno che il tessitore era rimasto senza filo:

ma le stazioni intermedie sarebbero state soste in sogno,
ritardi di senso, partenze su binari non posati, orari
capricciosi e passeggeri saliti e mai più scesi,
e sulle cappelliere i totem cari a C. (per Capotreno):
ukulele, conchiglie, calze verdi, pipe che si fumano
da sole, scolapasta di fortuna, carrelli & magnetofoni.

VIII

Ma anche l’altra vita, quella vera e vissuta, o vissuta
e non per questo più vera del suo specchio, vista
con occhio socchiuso e rovesciato di sciamano,
con sguardo su ciò che si cela appena dietro,
apre squarci altrimenti negati e rivela a chi vuole
ed è pronto l’impronta soffusa del segreto ispiratore:

così il tuffo vestito in piscina diventato mito, così
la gamba tesa a sgambettare il rivale lanciato
verso il premio, così le passioni brevi e inaudite
che assorbono e consumano per presto svanire
o cambiare forma in un gioco inesausto di maschere,
così i botti sonori di spirito che minano i giorni:

e allo stesso modo le più segrete coincidenze,
i segnali nascosti di un destino di invitato
a una tavola da altre mani beffarde imbandita
– quel primo amore disilluso nella città perduta,
così simile alla ferita mortale del professore omicida,
squarcio a cui l’uomo imperfetto reagisce come può:

con passione folle l’erudito, con risata selvaggia
il commediante, due lati della stessa medaglia brunita
dal tempo, levigata dall’uso e dallo scambio,
passata di mano in mano e poi lanciata
a vorticare nel vuoto e dire la fortuna dove cade
– la moneta dal tasso più instabile chiamata esistenza.

IX

A esistere in lui, da lui su pagina e schermo,
erano le creature nate adulte dalle sue gestazioni,
uscite nude e formose dal mare del suo mondo
da cui C., da sempre restìo a immergersi nei liquidi
e privo delle ali nere e salvifiche fraterne,
si teneva con ferma intenzione alla larga:

gli bastava guardare da lontano, seguire
il morbido incedere dei corpi sullo schermo,
fiutare l’aroma noto solo a lui delle emozioni,
distinguere sottili i riflessi di stelle fra i gesti,
i movimenti, le fughe e le pause d’incanto,
gli scambi ineguali e sorprendenti dell’umano:

come se il cono di luce scegliesse ogni volta
una zona nuova da fissare nei dettagli
ma sempre parte dello stesso quadro,
la grande tela di piccole azioni e di vizi
invisibili a occhio nudo o meno occhialuto
del suo, celato dalla tesa perenne del cappello:

ma dove immagini e storie si cantavano più intense
era in loro, nelle donne delle sue invenzioni,
forme piene e disarmate del bello, dell’accadere
rivelato con lo scarto del gioco di prestigio
– e il pelo di C. si rizza sempre al pensiero
del profluvio di giochi, bambole russe, scatole cinesi:

finché corpi e gesti si confondono a distanza
anche nella memoria sovrumana del quadrupede
e le bianche opulenze del mito impossibile,
così simile per il suo creatore alla ninfetta
del re giunto dopo il sole, si perdono nella grazia
sottile di gazzella, nel sorriso di luminosa intelligenza:

e tutte insieme volgono gli occhi verso il buio,
dove le attende chi è chiamato a amarle e risponde;
e allo stesso modo le sue storie diventano una,
maiuscola, fluviale, e mentre i titoli scorrono la coda
di quella che pare conclusa si rivela la testa della prossima,
e l’ultima è l’inizio, il principio la fine, l’infinito:

 

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Un uomo di cuore

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Stephen Dobyns non è soltanto un romanziere di vaglia (non conosco la sua serie di gialli ambientati a Saratoga nel mondo delle corse dei cavalli, anche perché sono allergico tanto al mystery classico quanto al pelo equino, ma posso personalmente garantire sulla qualità di almeno tre suoi romanzi sul lato oscuro della cosiddetta Smalltown America, Il santuario delle ragazze morte, Il ragazzo nell’acqua e The Burn Palace), ma anche, e per quanto mi riguarda soprattutto, un ottimo poeta (qui trovate una sua bella intervista sul mestiere pubblicata dal New Yorker).

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Pressoché sconosciuti in Italia, i suoi versi si inscrivono nella grande tradizione della prosodia americana del XX secolo e di questo scorcio del XXI; sono versi che raccontano ed esplorano, senza quasi mai rinunciare a una “finta” colloquialità (finta perché in realtà ricercatissima e affilata come un coltello) e a un sottofondo tragico e assurdo di commedia . Una specie di incontro (im)possibile fra il delirio esistenziale e psicotropico di un John Berryman e l’ironia quotidiana di un Billy Collins.
La poesia che ho tradotto per l’incontenibile gioia dei miei sfuggenti lettori appartiene a un libro pubblicato da Penguin nel 1999 e intitolato Pallbearers Envying the One Who Rides (traducibile, già che ci siamo, con il decisamente meno musicale “Portatori di bara che invidiano il passeggero”).

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Come tutte le altre liriche della raccolta,  vede protagonista un personaggio di nome Heart (Cuore), visto in primo luogo come il benemerito organo-pompa, in secondo luogo come l’allegorica sede delle emozioni umane e infine, last but not least, come un signore di nome Heart.
Leggete e palpitate con lui.


 

LIKE A REVOLVING DOOR

Heart feels sad. He’s tired of being a heart
and wants to be a lung. A lung never lacks
a sister or a brother. He wants to be a finger.
A finger always has a family. Or a spleen
which only feels anger and is never sad.
Sometimes Heart feels joyous, beats with vigor.
But then the old stories resurface again:
hardship, cruelty, the Human Condition.
A kidney never faces these problems alone.
The eyes in unison devise a third dimension.
Not by being solo do the ears create stereo.
But Heart must turn outward for comradeship,
to seek another heart, a journey fraught
with uncertainty. Like a revolving door –
such is falling in and out of love. And
the betrayals! Heart needs only to consult
his book of broken hearts to feel pessimistic.
But soon he puts on a fresh shirt and heads out
to the highway. He hangs a red valentine heart
from a stick so people will guess his business.
No matter that the sun is sinking and storm-
clouds thicken. Approaching headlights glisten
on his newly pressed shirt and on his smile
which looks a trifle forced. Dust catches in his hair
and makes him cough. Why is heart alone in the chest?
Because hope is an aspect of the single condition
and without hope, why move our feet? To see himself
as purely a fragment: such is Heart’s obligation.
Let’s quickly depart before we learn what happens.
Sometimes a car stops. Sometimes there is nothing.

Copyright © Stephen Dobyns, 1999
From Pallbearers Envying the One Who Rides, Penguin Books 1999

COME UNA PORTA GIREVOLE

Heart si sente triste. È stanco di essere un cuore
e vuole essere un polmone. A un polmone non manca mai
un fratello o una sorella. Vuole essere un dito.
Un dito ha sempre una famiglia. O uno splene
che prova solo rabbia e non è mai triste.
A volte Heart è pieno di gioia, batte con vigore.
Ma poi riemergono le solite vecchie storie:
avversità, crudeltà, la Condizione Umana.
Un rene non deve mai affrontare problemi simili da solo.
Gli occhi concepiscono insieme una terza dimensione.
Non è da soliste che le orecchie creano lo stereo.
Ma Heart deve guardare all’esterno per cercare compagnia,
per trovare un altro cuore, ed è un viaggio carico
di incertezze. Come una porta girevole –
sono così l’amore e il disamore. E
i tradimenti! Heart deve solo consultare
il proprio libro dei cuori infranti per essere pessimista.
Ma poi indossa una camicia nuova e si dirige
in autostrada. Appende un cuoricino rosso di carta
a un bastone perché si capisca cosa fa.
Non importa che il sole stia calando e che nubi
di tempesta si stiano ammassando. I raggi dei fari
fanno brillare la sua camicia stirata e un sorriso
che appare un po’ forzato. La polvere gli si annida nei capelli
e lo fa tossire. Perché Heart è solo nel petto?
Perché la speranza è un aspetto della condizione del singolo
e senza speranza per quale motivo ci muoveremmo? Vedersi
come puro frammento: è questo l’obbligo di Heart.
Allontaniamoci rapidi prima di scoprire cosa accade.
A volte si ferma un’automobile. A volte non c’è nulla.

Copyright traduzione © Stefano Bortolussi, 2015

Sismi di terra e coscienza

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La Ghost Forest di Copalis, Washington

 

Il 20 luglio 2015, in piena fase di decompressione dopo il mio consueto, stagionale going to California (per citare a sproposito la premiata ditta Page & Plant), le mie sparse energie rigeneratrici subirono un duro colpo a causa della lettura di un articolo sul New Yorker, bellissimo e documentatissimo come al solito. Nel suo lungo ma appassionante pezzo, intitolato The Really Big One, l’autrice Kathryn Schultz racconta di come il mitico Big One, il grande terremoto che minaccia di cancellare la California dalle mappe, relegandola per sempre al mondo del Mito e del Sogno, potrebbe in realtà scaricarsi molto più a nord, ma al tempo stesso potrebbe essere molto, ma molto più tremendo di quanto previsto finora. Per farla breve (ma consiglio a tutti di leggere l’articolo cliccando qui), il sisma mostruoso interesserebbe una faglia che è stata scoperta soltanto 50 anni fa, la faglia di Cascadia, che va da Cape Mendocino, nella California del nord, a Vancouver in Canada. La zona in questione ha subìto 41 terremoti di questa catastrofica entità negli ultimi 10.000 anni, in media uno ogni 243 anni; il che significa che a oggi siamo arrivati al 315mo anno dall’ultimo episodio.
Il 26 gennaio 1700 alle nove della sera (ora ancora più epocale delle celebri cinque di Lorca) un sisma di magnitudo 9.0 colpì infatti il Pacific Northwest, sollevando un’onda sismica lunga quasi mille chilometri che attraversò l’oceano Pacifico in sole dieci ore e si abbatté sul Giappone senza alcuna scossa di preavviso. Uno degli effetti tuttora visibili di quel disastro è tipicamente (poiché stiamo parlando dell’Uomo) diventato attrazione turistica: si chiama Ghost Forest, e se un tempo era un bosco di cedri rossi sulle rive del fiume Copalis, quel fatidico 26 gennaio di 315 anni fa si trasformò istantaneamente in una distesa di tronchi bianco-argento, privi di rami, foglie e cortecce, uccisi in un unico, istantaneo “evento” dalla tremenda onda di acqua salata.
La “colpa” di tutto questo, per semplificare, è dell’ostinata placca tettonica di Juan de Fuca, che sta lentamente scivolando sotto il continente nordamericano, sollevando la placca continentale e spingendola contro il cratone, la massa al centro del continente. È proprio l’impatto tra placca e cratone e il susseguente “rimbalzo” a creare il terremoto.
Si può immaginare il miscuglio di ansia e meraviglia che simili notizie provocarono nella delicata psiche dell’autore a pezzi; il quale, nella gloriosa tradizione dell’invettiva contro chi non ha possibilità di replica, decise immantinente di prendersela con colui che suo malgrado aveva dato il nome alla placca irrequieta e che aveva contribuito alla civilizzazione di queste terre condannate, apponendo il marchio umano a una Natura che forse, chissà, magari sarebbe stato più saggio lasciare alle sue scosse telluriche e alle sue rigenerazioni epocali: tale Juan de Fuca, nato Iannis Fokas, navigatore ed esploratore greco del sedicesimo secolo al soldo della Spagna di Filippo II.

Ma visto che si parla di natura, quella della poesia non si lascia mai confinare a un solo dettato; e accade così che quella che con la penna ancora a mezz’aria nasce come requisitoria si trasformi, durante il viaggio da pensiero a verso, in qualcosa di molto diverso.

 

Lettera a un esploratore, con rimprovero e perdono

Sul tuo carattere non so niente di certo,
ma posso forse immaginare
il moto di ripulsa del navigatore nel vedersi
sulle carte come placca intenta con calma rocciosa
a scivolare sotto il continente:
niente più rotte immaginate per Ioannis Fokas,
greco ribattezzato Juan de Fuca
dalla corona spagnola e padrona, niente più
di un nome affibbiato a uno stretto di scarsa conseguenza
e a un corpo geologico dal muovere codardo.
Tutti quei sogni di terre sconosciute
passaggi a nord-ovest continenti attraversati
– tutti quei viaggi a percorrere il crinale
tra visione e illusione – ridotti alla marcia nascosta
di fondo marino verso Laurentia,
cratone dal nome ingannevole, terra ferma
per definizione: basterebbe a far rivoltare
l’esploratore della tomba, se il pensiero di farlo
non causasse timori di altri sismi.
Il senno di poi esagera a chiedere
a chi navigava il sedicesimo secolo
di avere vista così acuta e a lungo raggio
da prevedere la catastrofe che ancora oggi
la scienza dissenna: seicento anni sono troppi
anche per chi traccia rotte sulle coste ignote
degli Oceani: ma forse poco più di un secolo
avresti potuto navigarlo, Juan de Fuca,
fino a quella sera di gennaio del 1700
in cui cessò di esistere l’intera tribù indiana
di Pachema Bay, strappata dall’onda gigante
al suo pacifico vivere di pesca, e i cedri rossi
sulle rive di Copalis vennero ridotti di colpo
a tronchi grigio-argento senza rami,
foglie e corteccia, pietre tombali di se stessi,
e dieci ore dopo, nell’ottavo giorno
del dodicesimo mese dell’anno duodecimo
dell’era Genroku, il muro d’acqua
crollò sulle coste del Giappone senza scosse,
orfano di causa apparente, campione incosciente
di traversata oceanica e per questo motivo ulteriore
di bestemmia d’alto mare: ma questa è la storia
come è andata, Ioannis Fokas, e per di più
è Storia sovrumana, lenta silente inesorabile,
e non c’è nulla che si possa fare per sfuggirle,
adesso come allora,
come sempre.

 

 

Echi

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Nel 2013, durante una delle mie lunghe e fruttuose peregrinazioni newyorkesi (New York, o meglio Manhattan, è forse la città dove più si cammina al mondo: ingannato dalle sue prospettive aperte e lineari, la vittima della sua speciale malìa continua a posticipare la discesa nel ventre della Subway, ripetendosi “ci posso arrivare” – e alla fine in effetti arriva, a scapito delle sue appendici), venni premiato da una di quelle visioni destinate a restare per sempre impresse a caldo sulla retina e fumigare nelle sinapsi. La visione era triplice e prospettica: seduta accanto a me su una panchina del Madison Square Park, una ninfetta rossocrinuta e biancovestita emanava un’indifferenza pari solo alla crudeltà di Lolita nei riguardi del povero H.H.; alle sue spalle, la testa candida e gigante di una scultura chiamata Echo, come la ninfa della mitologia greca, osservava la scena con grazia e comprensione sovrumane, mentre poco più in là una giovane orientale, riconoscendosi nei tratti dell’opera di Jaume Plensa che si ergeva in mezzo al prato, si faceva fotografare da un’amica in un innocente afflato autocelebrativo.
La poesia si è scritta mentre la ninfetta si allontanava dalla panchina senza registrare altra presenza umana che non fosse la sua, peraltro già in sé perfetta, la giovane orientale rideva nella lingua internazionale della piccola vanità ed Eco continuava a guardare, forse condannata alla ripetizione anche nel silenzio della resina di poliestere, del pigmento bianco e della polvere di marmo.

Ninfe, New York City

Davanti a “Echo” di Jaume Plensa

Only in Manhattan: la discreta sinfonia di bianco
rosso ed efelidi accanto a cui siedi
– che sia per semplice stanchezza
o più per scelta estetica e di sensi –
risponde a un qualche nome
riconosciuto dagli occupanti occasionali
del prato ovale davanti alla panchina; mentre
sul verde tre bambine bionde zampettano
in fila perfetta come quaglie
(a distanza la statura sempra poco superiore)
il volto bianco e allungato della ninfa guarda,
non guarda, forse sogna questa scena
di tante che è posta a sorvegliare, e la sua presenza
è liquida nelle forme che pare aver trovato e afferrato
per caso un quieto mattino catalano, così vista
da un vicino di casa indiscreto.
Davanti, in primo piano, una ragazza
dai tratti orientali si fa fotografare,
riflesso digitale di una somiglianza
che non è la sola ad avvertire:
come un gioco di rimandi,
soprassalto ironico di un’Eco.

Al fuoco

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Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con quella fetta di Sogno Americano comunemente nota con il nome di California sa che, al di là dello spettro del Big One, il terremoto destinato a rimodellare questa terra estrema a Occidente, o forse addirittura a cancellarla e inghiottirla come una nuova, concretissima Atlantide (e a proposito di Big One, prossimamente su queste sparse pagine arriverà anche il suo momento), la sua popolazione umana, animale e vegetale deve periodicamente affrontare un tipo diverso, forse meno apocalittico ma non meno distruttivo, di calamità naturale: il fuoco.

Doloso o accidentale che sia, l’incendio in California assume spesso proporzioni devastanti, specialmente in periodi di grave siccità come quello attuale. Alimentato in modo quasi diabolico dal vento caldo che soffia dal deserto (il mitico Santa Ana a cui Chandler ha dedicato uno dei suoi racconti più belli, Red Wind), il fuoco divora foreste e praterie e spesso distrugge i centri abitati che in questa terra spesso si abbarbicano con surreale hybris alle pareti di canyon fino a poche decine di anni fa abitati soltanto da coyote, puma, opossum, procioni, vedove nere, serpenti a sonagli.

Spettacolo di morte, distruzione ma anche rigenerazione, il fuoco riduce al grado zero ambizioni e intenzioni umane; per questo la poesia che vi ho dedicato (tratta da Califia) ne dipinge le origini in un atto di pura stupidità , ritraendo, negli interrogativi del pilota di un aereo dei vigili del fuoco, il gesto inane di un gruppo di “cuccioli d’uomo” più incoscienti che malvagi, mossi non tanto dalle cattive intenzioni quanto – ci risiamo – da pura, semplice, rovinosa hybris.

 


 

Bruciano le ferite della terra che conducono al mare,

e la domanda si fa più rovente ancora della fiamma:

quali pensieri, sempre siano tali,

avranno sfiorato per qualche irrimediabile secondo,

distratte dal ricordo del tuffo perfetto e tagliente

nella superficie specchiata della cava

la sera prima o quella prima ancora nell’estate,

le menti raccolte in ordine sparso nella cerchia

attorno a tutto ciò che era proibito?

Quale seduzione della corsa incoata all’azione

può averli spinti a strofinare il legno secco sulla pietra,

a rigirarlo fra le palme quasi unite delle mani

fino a vedere l’istante di luce, fino a udire

lo schiocco irritato che chiunque aveva loro insegnato

a rifuggire? Ma forse ha poco senso interrogarsi,

mentre si sorvola la distesa in fiamme

scorgendo in basso il profilo d’ombra delle ali

che scorre quasi inutile, leggero

quasi avesse paura di scottarsi,

sui motivi dei figli che come quello che fu il primo,

Fetonte di Apollo e Climene, si abbagliano alle scintille

dell’impresa e non vedono, già vive ma bluastre,

quasi trasparenti di calma e discrezione,

le prime delle lingue roventi che verranno:

forse il tracciato di stoppie nere e di carbone

che la terra ha sempre ereditato è parte,

condizione del suo ripresentarsi, il giorno dopo.