Un ultimo giro di valzer

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Considerati da molti semplicemente come “quelli che accompagnarono Dylan nella sua svolta elettrica”, Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel e Garth Hudson (o più sinteticamente The Band) sono in realtà fra coloro che meglio hanno incarnato e interpretato lo spirito mitopoetico del Grande Rock Americano (che a ben vedere non è che una variante per orecchi fini del Grande Romanzo Americano). Molto più modestamente, sono parte integrante del mio piccolo grande pantheon poetico/musicale: senza la loro musica epica, ardente, narrativa e consapevolmente storica un libro come Califia non sarebbe mai nato dalle mie contorte sinapsi.

Una delle poesie di Califia è questa ballata, composta nella triste occasione della scomparsa di Rick Danko, bassista della Band e titolare di una delle voci più struggenti dell’universo rock. Oltre a Rick, e dopo la ormai decennale dipartita di Richard, nel 2012 se n’è andato anche Levon, e a testimoniare della grandezza di questo manipolo di dolci banditi della musica restano soltanto Robbie dalla voce cavernosa e Garth il gigante gentile – oltre, naturalmente e per nostra perenne fortuna, alle loro canzoni.

Nota: per la corretta fruizione della ballata, si consiglia la pressione del dito indice sul mouse (detta anche clic) sul brano linkato, It Makes No Difference: it does make a difference. Buon viaggio.


When I see a detour up ahead,
Well, I leave it far behind
                                         The Band

Il canto d’America che vedo non guardando

è un coro di voci pastose, accordate sul miele

di dolori evocati senza pena, con il lucore stanco

di uno sguardo che getta se stesso al passato

e ne riemerge saggio, gravido delle storie

che altri raccontano, che in loro sono note.

Ascoltare quelle frasi colorate d’ocra,

seguire gli intrecci dei nastri brillanti

sui tappeti di seta, sui solchi profondi

stesi con finta noncuranza da un’aggressiva

ma delicata malìa, stupire di fronte

ai loro tre minuti è lasciare se stessi.

Perché lo scivolare armonioso ma pronto

ad accettare in sé un’idea, uno squillo

d’imprevisto, il salto nel buio di sorpresa

appartiene da sempre a questa terra,

ai fiumi gonfi di detriti e chilometri,

alle catene di picchi, alle falde, alle paludi:

e come bagna la terra e decide il disgelo,

come modella rocce e governa il doppio

abbraccio a volte letale degli oceani,

come muove sottile le distese di erba blu,

come gonfia di fango i bacini al meridione,

quella forza oscillante scuote e modella la musica.

Così nasce, grave ma sempre pronto allo stupore,

il loro canto: sospeso s’insinua fra i sensi

come una frase udita e mai penetrata

ma lasciata soffusa da un intreccio opaco

di fatti e ricordi, di volti visti di sfuggita,

di eredità pallide ma pressanti di silenzio.

I ritmi, poi, a distendersi imprevisti su quanto

li precede, a farsi e disfarsi secondando

un ciclo più segreto e liquefatto nel tempo,

l’arrivo annunciato e spavaldo, per la fortuna

di chi sogna prospera e soffre delle sue comparse,

di Re Raccolto, capriccioso sovrano di vita.

E le presenze, tenaci e prone alla malinconia

per un’età dell’oro che brilla per assenza,

sono chiamate a spiegare i perché del rimpianto:

Evangeline e l’amato sepolti lungo il bayou,

Virgil e il dolore per la scomparsa di un mondo,

Daniel e Fanny e l’ambulante Walcott.

Altre presenze, da questa parte delle note,

donano se stesse agli impasti delle voci,

indelebile una traccia lasciando su quello

che oggi aleggia ancora come un tempo

e sugli incanti di coloro che ne fanno un appiglio

per il tenace calpestare i selciati dei giorni:

penso a lui, il magro e ricciuto ragazzo

che un giorno lasciò il Minnesota

e per inurbarsi si diede un nuovo nome;

ma non è solo la sua nasale cantilena

a insinuarsi irrequieta fra le ali lanose

e vagamente sorde del loro accompagnare:

fantasmi uniscono sussurri rochi d’ambra

– spettri amichevoli che prima di loro hanno

percorso strade simili, saltando sui vagoni

dei merci a sferragliare sfiancati in viaggio

da Tin Pan Alley a Storyville, dagli Appalachi al Delta,

e che incantano cantando di cammini.

E stendendo il suo manto sonoro sulle spalle

di quelle creature di fumo e melodie,

di confessioni alcoliche, di fughe e ribellioni,

la banda si permette, ora come allora,

un giro di valzer che non sarà mai l’ultimo,

un passo nei ricordi di noi in ascolto.

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