Mese: ottobre 2015

Un ultimo giro di valzer

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Considerati da molti semplicemente come “quelli che accompagnarono Dylan nella sua svolta elettrica”, Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel e Garth Hudson (o più sinteticamente The Band) sono in realtà fra coloro che meglio hanno incarnato e interpretato lo spirito mitopoetico del Grande Rock Americano (che a ben vedere non è che una variante per orecchi fini del Grande Romanzo Americano). Molto più modestamente, sono parte integrante del mio piccolo grande pantheon poetico/musicale: senza la loro musica epica, ardente, narrativa e consapevolmente storica un libro come Califia non sarebbe mai nato dalle mie contorte sinapsi.

Una delle poesie di Califia è questa ballata, composta nella triste occasione della scomparsa di Rick Danko, bassista della Band e titolare di una delle voci più struggenti dell’universo rock. Oltre a Rick, e dopo la ormai decennale dipartita di Richard, nel 2012 se n’è andato anche Levon, e a testimoniare della grandezza di questo manipolo di dolci banditi della musica restano soltanto Robbie dalla voce cavernosa e Garth il gigante gentile – oltre, naturalmente e per nostra perenne fortuna, alle loro canzoni.

Nota: per la corretta fruizione della ballata, si consiglia la pressione del dito indice sul mouse (detta anche clic) sul brano linkato, It Makes No Difference: it does make a difference. Buon viaggio.


When I see a detour up ahead,
Well, I leave it far behind
                                         The Band

Il canto d’America che vedo non guardando

è un coro di voci pastose, accordate sul miele

di dolori evocati senza pena, con il lucore stanco

di uno sguardo che getta se stesso al passato

e ne riemerge saggio, gravido delle storie

che altri raccontano, che in loro sono note.

Ascoltare quelle frasi colorate d’ocra,

seguire gli intrecci dei nastri brillanti

sui tappeti di seta, sui solchi profondi

stesi con finta noncuranza da un’aggressiva

ma delicata malìa, stupire di fronte

ai loro tre minuti è lasciare se stessi.

Perché lo scivolare armonioso ma pronto

ad accettare in sé un’idea, uno squillo

d’imprevisto, il salto nel buio di sorpresa

appartiene da sempre a questa terra,

ai fiumi gonfi di detriti e chilometri,

alle catene di picchi, alle falde, alle paludi:

e come bagna la terra e decide il disgelo,

come modella rocce e governa il doppio

abbraccio a volte letale degli oceani,

come muove sottile le distese di erba blu,

come gonfia di fango i bacini al meridione,

quella forza oscillante scuote e modella la musica.

Così nasce, grave ma sempre pronto allo stupore,

il loro canto: sospeso s’insinua fra i sensi

come una frase udita e mai penetrata

ma lasciata soffusa da un intreccio opaco

di fatti e ricordi, di volti visti di sfuggita,

di eredità pallide ma pressanti di silenzio.

I ritmi, poi, a distendersi imprevisti su quanto

li precede, a farsi e disfarsi secondando

un ciclo più segreto e liquefatto nel tempo,

l’arrivo annunciato e spavaldo, per la fortuna

di chi sogna prospera e soffre delle sue comparse,

di Re Raccolto, capriccioso sovrano di vita.

E le presenze, tenaci e prone alla malinconia

per un’età dell’oro che brilla per assenza,

sono chiamate a spiegare i perché del rimpianto:

Evangeline e l’amato sepolti lungo il bayou,

Virgil e il dolore per la scomparsa di un mondo,

Daniel e Fanny e l’ambulante Walcott.

Altre presenze, da questa parte delle note,

donano se stesse agli impasti delle voci,

indelebile una traccia lasciando su quello

che oggi aleggia ancora come un tempo

e sugli incanti di coloro che ne fanno un appiglio

per il tenace calpestare i selciati dei giorni:

penso a lui, il magro e ricciuto ragazzo

che un giorno lasciò il Minnesota

e per inurbarsi si diede un nuovo nome;

ma non è solo la sua nasale cantilena

a insinuarsi irrequieta fra le ali lanose

e vagamente sorde del loro accompagnare:

fantasmi uniscono sussurri rochi d’ambra

– spettri amichevoli che prima di loro hanno

percorso strade simili, saltando sui vagoni

dei merci a sferragliare sfiancati in viaggio

da Tin Pan Alley a Storyville, dagli Appalachi al Delta,

e che incantano cantando di cammini.

E stendendo il suo manto sonoro sulle spalle

di quelle creature di fumo e melodie,

di confessioni alcoliche, di fughe e ribellioni,

la banda si permette, ora come allora,

un giro di valzer che non sarà mai l’ultimo,

un passo nei ricordi di noi in ascolto.

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Breve incontro

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Più o meno un anno fa l’amico Giacomo Mondadori mi chiese un contributo per il volume Bananafish, da lui curato per la collana Feltrinelli Real Cinema. Come si evince dal titolo, tratto da quello che a mio equilibrato parere è il più bel racconto che sia mai stato scritto da chiunque, A Perfect Day for Bananafish, il libro avrebbe accompagnato la pubblicazione in DVD del documentario Salinger di Shane Salerno.

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Consapevole del mio amore ossessivo (ma motivatissimo) per Billy Wilder, Giacomo aveva pensato a me quando aveva scoperto, studiando il documentario, che Wilder aveva cercato inutilmente di acquistare i diritti di The Catcher in the Rye (Il giovane Holden, per i due che non lo sapessero), scontrandosi naturalmente con la famigerata protervia salingeriana. Giacomo sapeva anche che BW è il protagonista del mio ultimo romanzo, Billy & Coyote, che vaga ancora là fuori nello Spazio Profondo alla ricerca di un editore e che su questo blog (lo prometto ai tre interessati) sarà oggetto di future anticipazioni e amenità varie – prima fra le quali la spiegazione del suo curioso titolo.

Per farla breve – che non è, lo riconosco, la mia dote più spiccata – mi parve che la proposta di Giacomo si prestasse magnificamente alla creazione di una sorta di piccola “costola” ribelle del romanzo, un incontro fantastico fra BW e JDS, o meglio fra i loro ingombranti e irascibili fantasmi, la cronaca speculativa di un incontro non meno impossibile di quello che è al centro del mio romanzo (e che i tre interessati di cui sopra, che a questo punto potrebbero essersi ridotti a due, dovranno pazientare ancora un poco per scoprire.)

Il risultato è questo breve divertimento, che in buono spirito hollywoodiano ho scelto di intitolare Breve incontro – Una fantasia.


BREVE INCONTRO Una fantasia

“Billy Wilder era così determinato a fare un film sul “Giovane Holden” che i suoi agenti perseguitavano Salinger. Salinger si presentò di punto in bianco negli uffici degli agenti di Wilder a New York, urlando: ‘Dite a Billy Wilder di lasciarmi in pace! È veramente un insensibile!’”

Da Salinger – Il mistero del giovane Holden di Shane Salerno

L’edificio si staglia, squadrato, rigato, massiccio, all’incrocio fra Wilshire e Westwood. La scritta, “Hammer Museum”, riluce nel crepuscolo violaceo di Los Angeles, e la folla delle grandi occasioni assembrata sull’ampio marciapiede sta cominciando a sfilare all’interno del teatro, la cui insegna sfoggia l’eleganza un po’ stantia delle commemorazioni: Billy Wilder Theatre.
Schmucks” mugugna il vecchio alto e insolitamente pallido sul lato opposto del viale, grattandosi la fronte sotto la tesa del panama di paglia. “Neanche lo straccio di un cortometraggio in vent’anni, e adesso che sono sull’altro marciapiede addirittura una sala.”
Si è rivolto alla presenza al suo fianco, un vecchio ancora più alto e più pallido di lui, con una testa canuta, un corpo dinoccolato e un volto lungo come un ferro da stiro rovesciato. Per un istante questi sembra infastidito; si ritrae di scatto, come se non avesse messo in conto di dover fare conversazione anche nelle presenti condizioni. Si accende nervosamente una sigaretta, poi nota con la coda dell’occhio che l’altro si sta rigirando un lungo Panatela fra le labbra e suo malgrado, in un afflato quasi automatico, gli offre la fiamma. Il vecchio con il panama solleva le sopracciglia in un’espressione di grato sollievo e aspira una serie di rapide boccate, facendo scomparire i propri connotati dietro una cortina di fumo grigio scuro.
“Certo, qualcuno potrebbe illudersi che in questo” ­– indica la scena con un cenno del capo – “ci sia una pretesa di immortalità.”
L’altro si limita a emettere un grugnito di scarsa eloquenza.
“E non mi riferisco soltanto a me stesso” soggiunge il vecchio con il sigaro, una scintilla furba nello sguardo dietro i grossi occhiali da vista.
Quello con la faccia a ferro da stiro lo occhieggia con sospetto, e in tutta risposta lui muove di scatto la tesa del cappello verso il cartellone appena sotto l’insegna del teatro. Special Preview, annuncia la scritta. “Salinger”, a film by Shane Salerno.
“Benvenuto a bordo.”
Il volto del vecchio canuto sembra farsi ancora più lungo; il mento si abbassa per la forza di gravità del disappunto. Quando gli escono dalle labbra, le sue parole sono rauche e contratte, come di chi abbia perduto l’abitudine al dialogo.
“Ma come…”
“La sua è una faccia che non si scorda. E in generale, nella nostra condizione si dimentica ben poco.” Un piccolo ghigno attorno al grosso sigaro. “Se posso chiederlo, quando è arrivato su questo marciapiede?”
Il vecchio ferro da stiro libera un sospiro quasi rassegnato. Non ha scelto di essere qui, né ora né mai, e a quanto pare non può nemmeno scegliere di evitare questa fastidiosa conversazione. Le gioie impreviste della vita dopo la vita. “Duemiladieci” borbotta.
L’altro si apre in un gran sorriso. “Piacere. Leva del duemilasei.” Poi punta il sigaro verso il nome della sala.
Il vecchio canuto segue l’indicazione, registra l’informazione, sgrana gli occhi; poi torna a guatare il suo interlocutore con rinnovata censura.
“Non le do la mano perché il contatto fisico non mi è mai piaciuto in vita, figuriamoci adesso” dice questi con un brivido teatrale. “Due schmendricks che si fingono ancora vivi e vegeti. Roba da cinema di serie zeta.”
L’altro libera uno sbuffo dal naso. “Tutto il cinema è di serie zeta, se lo chiede a me.”
Il vecchio occhialuto lo guarda da sotto la tesa del panama. “Non glielo chiedo, anche perché mi ha già dato la risposta.” Tira una boccata dal sigaro, la soffia provocatoriamente verso il ferro da stiro. “Quello che mi chiedo è perché.”
Suo malgrado, questi si scopre irretito dalla curiosa energia dialettica del suo interlocutore. Un trascinatore, si dice scuotendo mentalmente la testa: per lui è tutt’altro che un complimento. “Perché il cinema è tutto da buttare?”
“No, perché lei ha deciso di buttarlo.”
Non vorrebbe rispondere, eppure si sorprende a farlo ­– e in modo molto più personale di quanto avrebbe voluto. “Potrei cominciare da Chaplin. Lui e le sue mostruose seduzioni. Approfittare dell’innocenza altrui…”
Oona, riflette il fumatore di sigaro. Una ferita ancora aperta, il primo grande amore rubato. Sa bene anche lui cosa significhi: ha passato metà della sua vita a esorcizzare il pessimo ricordo di Ilse in quel di Vienna. Urge riportare il discorso su binari meno freudiani. “Chaplin non è il cinema” obietta.
“Vada a dirlo ai francesi.”
“Gliel’ho detto. Loro hanno risposto che il cinema ero anch’io, e a un tratto la mia vis polemica si è stemperata.”
“Ma lei che cosa avrebbe fatto, se avessero tratto una tremenda idiozia da qualcosa di suo?”
“Crede che non mi sia mai accaduto? Mein Gott! Pensa che frenerei, se vedessi attraversare la strada a quel putz di Mitch Leisen?”
“Non so chi sia Mitch Leisen, ma la sua risposta non fa che confermare la mia tesi. Vedere quello che Goldwyn e Robson fecero dello Zio Wiggily Nel Connecticut fu devastante. Questo mio folle cuore! Se ne rende conto? Dana Andrews!”
Il vecchio con il panama inarca le sopracciglia. “Oy vey! Se lo zio Wiggily fosse stato un uomo – e non lo era, visto che era una caviglia – si sarebbe rivoltato nella tomba. Dico bene?”
“Hmfff.”
“D’altra parte, Sam Goldwyn? Strano.”
“Perché strano?” Il tono della domanda è diffidente.
“Goldwyn era un ganef, questo è vero: il fetente mi fregò la bellezza di mille dollari, mille dollari del quarantuno, per la sceneggiatura di Colpo di fulmine.” Un pausa equanime. “Ma era uno che il cinema lo masticava.” Poi, quasi fra sé: “Certo, poi a digerirlo erano altri…”.
Il vecchio canuto non ha udito l’ultima frase, ma ciò che ha sentito gli basta. Tradisce un moto di stizza. “Mi sta dicendo che Questo mio folle cuore è un bel film?”
“No, le sto dicendo quello che ho sempre ripetuto a me stesso: nel corso della giornata, di qualsiasi giornata, il momento di sedersi sulla tazza arriva per tutti.”
Preso in contropiede, si accende un’altra sigaretta. “A una frase simile non so come rispondere.”
“Non c’è bisogno che lo faccia.”
Un grugnito, non si capisce se di assenso o di disprezzo. “Ma quello che vorrei sapere…” torna alla carica l’altro.
Ci risiamo, pensa il ferro da stiro. Tenace come uno schnauzer.
“…è perché a suo tempo mi negò i diritti del Giovane Holden.”
Lo fissa, vagamente sconcertato. È una punta di rassegnazione, quella che sente insinuarsi nella propria corazza di alterigia? Che cosa c’è, in questo fantasma dal marcato accento austro-ungarico, che lo calamita suo malgrado verso il confronto, lo scambio, il botta-e-risposta? “Il giovane Holden?” ripete retoricamente. “Lo stesso Holden che per tutto il romanzo non fa che ripetere quanto odia il cinema?”
“Proprio lui.”
Scuote la testa: certe vane pretese non giustificano il costo di un ragionamento.
Ma il vecchio occhialuto, che nella sua vita non ha mai rinunciato a un affondo dialettico e che non vede perché dovrebbe farlo da morto, tira la sua stoccata: “Ha idea di cosa avrei potuto cavarne?”.
Mentre il suo interlocutore trasalisce (cavarne!), mima eccitato con le dita a tenaglia lo scorrere di un titolone: “Dal capolavoro della ribellione al cinema dell’autodisprezzo.” Si apre in un ghigno demiurgico, aspira un gran tiro dal sigaro e lo soffia fuori come una locomotiva a vapore.
L’altro è senza parole. Per la prima volta nella sua vita, se così si può dire visto che non è più in vita, comincia a dubitare della saggezza delle proprie scelte. Scelte che non devono essere state del tutto salubri, se l’hanno portato a trascorrere l’agognato oblio su un marciapiede di Los Angeles in compagnia di un regista maniacale e logorroico.
Il quale, per non uscire di metafora, è ormai un treno in corsa: “Senza contare le, le, le centinaia di corrispondenze fra la nostre opere”, torna alla carica masticando il sigaro, sollevando il panama per l’eccitazione e riabbassandolo sul cranio rotondo.
Se avesse in mano un bastone, o magari un frustino, lo calerebbe sulla prima superficie disponibile, pensa il vecchio canuto senza sapere quanto è andato vicino alla verità. “Corrispondenze?” non può fare a meno di ripetere, e subito vorrebbe cancellare l’inane domanda, appallottolare la pagina, gettarla nel cestino come ha fatto decine di migliaia di altre volte. Ma non può più farlo.
L’altro fa schioccare le mani entusiasta, spaventandolo. “Esmé!” esclama come se avesse appena rivisto una vecchia conoscenza e la stesse chiamando. “Phoebe! Sybil! Vi presento Su-Su Applegate!”
Il ferro da stiro impallidisce, diventando praticamente invisibile. Se ben ricorda (la sua conoscenza del cinema è molto più approfondita di quanto abbia mai dato a vedere), Su-Su Applegate è la protagonista di un’offensiva commediola, Frutto proibito. E se ben ricorda Su-Su, o meglio Susan, non è affatto una bambina, bensì una donna adulta, interpretata da Ginger Rogers, che si finge ragazzina e di cui Ray Milland si infatua…
Ma le sue inorridite riflessioni sono di nuovo interrotte dall’altro, che lo incalza come se gli avesse letto nel pensiero. “Lo so, lo so, lo so; ma l’importante non è Su-Su, Susan e men che meno Ginger: l’importante è l’incanto. Lo stesso incanto di Esmé, di Phoebe, di Sybil, di…”
Il vecchio canuto si sente sempre più leggero, come preda di una vertigine che non è soltanto mentale ma sembra invadergli le membra già incorporee, diffondendosi come acqua in una spugna. Cerca di ribattere qualcosa, qualsiasi cosa, ma non trova in sé la voce; il volto già lungo si sta come squagliando, il mento gli cola sul petto, la mano perde la presa sull’ennesima sigaretta, che si consuma da sola a velocità vertiginosa. Sta scomparendo, e in un ultimo, incongruo impulso di generosità vorrebbe avvertire quel pazzo che sta continuando a blaterare senza nemmeno guardarlo, percorrendo il marciapiede avanti e indietro come in gabbia, agitando le braccia e sferzando l’aria con il suo sigaro fumante, ma lui non lo ascolta, non lo sente, non lo può sentire, e insiste, spettro vitalissimo e molesto, nel suo delirio sciamanico: “…e cos’è la solitudine newyorkese di Holden se non la malinconia dei gradini di casa di C.C. Baxter? E i pesci-banana della sua Florida, non sono forse i cugini dei pesci volanti della mia, della Florida di Jerry, Joe e Sugar? E non è finita, non è affatto finita…”.
Gesticolando dal profondo del vortice di richiami come dall’occhio di un ciclone, il vecchio che ha appena finito il suo sigaro si volta finalmente verso il punto fino a pochi istanti prima occupato dal suo interlocutore e all’improvviso si arresta, finalmente ammutolito dalla sorpresa. L’altro è scomparso, inghiottito da chissà quale paradosso spazio-temporale, risucchiato nel suo solitario angolo di oblio, o forse soltanto messo in fuga dal fiume in piena di cui lui ha abbattuto la diga e in cui si è lanciato come in un’impresa di rafting estremo.
Il dubbio che la ritirata finale di Jerome David Salinger, l’ultima di una serie durata un’intera esistenza e forse la più definitiva di tutte, sia stata causata dalle sue intemperanze creative bussa alla porta della sua coscienza, la apre con un cigolìo e la varca timidamente, in punta di piedi, forse timoroso di una qualche severa reprimenda; ma viene subito allontanato con una scrollata di spalle e un aggiustamento del panama sulla pelata.
Narrishkeit, si dice Billy Wilder. Nessuno è perfetto.

 

Morte di un giovane coguaro

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Lunedì 10 agosto, sulla Interstate 5 vicino a Castaic, California, il giovane puma noto alle autorità forestali e a una certa parte del pubblico (me compreso) con la sigla P-32 moriva investito da un’auto. P-32, ritratto qui sopra dall’obbiettivo dei ricercatori, era monitorato come tutti gli esemplari della sua specie che ancora vivono e si aggirano per le foreste e le colline intorno a Los Angeles. Era una sorta di celebrità locale per il numero di volte in cui aveva sfidato illeso il traffico, attraversando con sprezzo del pericolo e una buona dose di comprensibile disperazione strade statali e autostrade nel tentativo di riguadagnare a sé un territorio sempre più usurpato dalla nostra notoria invadenza. La notizia, letta qualche giorno dopo il fatto sull’edizione online del Los Angeles Times, mi ha rattristato e impoverito a più di un livello, da quello meramente umano (con relativo senso di colpa) a quello mitologico-simbolico, e ne è scaturita l’elegia che vi somministro di seguito, in cui l’unica licenza poetica che mi sono concesso è stata quella di trasformare l’automobile fatale in un metaforico autoarticolato alla Duel.

So long, my daring, dashing imaginary friend.


Elegia per P-32

Non ti hanno lasciato diventare adulto,

i bisonti della strada lanciati nell’alba

verso il punto illusorio in cui i due lati

sembrano congiungersi dell’arteria

asfaltata che pompa a ciclo continuo

il sangue necessario alla nostra implacabile

avanzata in questa terra non più tua,

quelle duecento miglia quadrate che hai bisogno

di percorrere marcare reclamare

per incrociare il cervo che sostenta

la polla d’acqua che riflette

la foresta di Los Padres che accoglie,

nasconde e parla le mille lingue degli uccelli.

 

Travolto dall’acciaio lanciato lungo la mediana

che non ti poteva parlare o intimare la pausa,

l’attesa del passaggio di mandria ignota

e immangiabile, hai messo fine

senza neanche saperlo

alla tua epica di scatti e coraggio

di sfide alle cariche di mostri indecifrabili

di bocche lucenti con zanne tutte uguali

zampe nere roteanti

ruggiti costanti e monocordi:

un conto alla rovescia calcolato da nessuno,

nemmeno da coloro che senza sospettarne l’ironia

ti hanno dato una sigla numerica

che sembra appartenere  più a un computo stradale

che animale: dalla 118 che valica il passo

di Santa Susana alla 101 di miti non tuoi,

dalla 26 che termina nel nome del pioniere

alla 23 che riconduce al mare

per incontrare la fine sulla 5

che avrebbe potuto incoronarti re dell’asfalto.

 

Così non è stato, e del mistero e portento

del tuo andare e venire ora non resta

che il percorso, ridicolo al confronto,

di questa penna sul foglio,

di questa nostalgia.