Poesia tentacolare

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Qualche anno fa (si era per la precisione nel 2010) Roberto Mussapi mi chiese se nel mio carnet poetico avessi qualcosa (poemetto, monologo in versi, dramma in poesia) da inserire in Bona Vox, un’antologia, da lui ideata e curata per l’editore Jaca Book, di poeti italiani con una speciale affinità con il teatro (sarei stato in buona compagnia, poiché l’antologia avrebbe ospitato versi dello stesso Mussapi e di Gabriela Fantato, Valentino Fossati, Patrizia Giovannoni, Gianfranco Lauretano, Francesca Merloni, Massimo Morasso, Fabrizio Pagni, Claudio Pozzani, Loretto Rafanelli, Davide Rondoni, Cristina Sparagana, Alberto Toni, Patrizia Villani e Marco Vitale).

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 In realtà qualcosa del genere l’avevo: era un monologo in versi intitolato Un’ora a maggio che era andato in scena a Milano e a Roma con la magica interpretazione di Orietta Notari e la regia di Alberto Ferrari.

Ma la richiesta di Mussapi, per cui il rapporto fra poesia e teatro è sempre stato centrale e che credeva profondamente nella forza dirompente del progetto in una scena poetica dominata dalla lirica e dal minimalismo come quella italiana, mi spinse a scrivere qualcosa di nuovo.

Il soggetto era in realtà già pronto, e si aggirava da tempo per le mie sinapsi. La sua origine era un articolo del New Yorker su un certo Steve O’Shea. biologo marino neozelandese che aveva deciso di dedicare la propria vita
alle ricerche sul mitico Architeuthis. Uso il termine “mitico” a proposito, poiché se il nome italiano di questa creatura marina è il prosaico e ben poco suggestivo “calamaro gigante”, il suo status leggendario di Mostro Marino per eccellenza è testimoniato da innumerevoli fonti letterarie e non, dalla Bibbia alle grandi saghe nordiche, da Jules Verne alla fantascienza steampunk (Kraken, di China Mieville).

Ne venne fuori questo poemetto, un monologo in versi la cui voce è quella di un individuo immaginario che con il vero Steve O’Shea condivide probabilmente soltanto l’ossessione, per me profondamente poetica, per questa orribile, magnifica creatura.

Buona esplorazione.

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 Il moto ondoso del cercare

Chiamatemi come volete, se volete; un nome vale l’altro,

quando tutto ciò che al nome viene al solito associato

­– parlo delle azioni ­­– ha luogo in una sorta di non-luogo,

si aggrappa al folle incanto della presenza umana

sopra, sotto e nel mezzo di un fluido distendersi

e contrarsi di correnti, di un continuo sospiro all’orizzonte.

 

Tutto nacque – se per forza di cose vogliamo risalire

a un inizio e non seguire il migliore dei suggerimenti

della materia stessa di cui ci ossessioniamo,

abbandonando noi stessi e i pochi che ci seguono

al semplice, disteso andirivieni della vita –

il giorno in cui, mosso dallo spirito

della scarsa manciata di stagioni che portavo

sulle spalle spoglie d’esperienze, dietro di esse

lasciai colei per il cui diletto le squadravo,

mi incamminai deciso sulla sabbia di Onetangi

e senza esitare proseguii laddove la schiuma la copriva,

cancellandosi ad ogni nuova carica come se,

consapevole della forza del suo medesimo ripetersi,

non avesse problemi a inghiottire se stessa di continuo.

Fu un istante: mentre mi voltavo, fingendo

di mostrare indifferenza verso l’onda,

in direzione di lei che in quel momento

mi donava la fugace esclusiva del suo sguardo,

l’acqua mi si chiuse ai polpacci come se volesse

colmare un vuoto percepito, o reagire a una minaccia,

e fece per trascinarmi a sé, in sé,

quasi mi avesse atteso, potente di pazienza,

per tutti gli anni che avevo impiegato ad arrivare.

L’attimo dopo era tutto già finito: il bipede istinto,

allora ancora equivalente alle mie forze,

mi portò in salvo con un balzo

di cui la destinataria del mio gesto scelse di vedere

il lato comico, nitrendo una risata da puledra.

Ma io vi riconobbi l’affondo del dramma sfiorato;

diedi le spalle alla commedia e tornai a guardare la tragedia,

e fu allora, in un istante, che capii chi amavo veramente.

 

Proseguii così, a piccole immersioni progressive,

a lievi schiaffi sul volto di schiuma,

verso il finale annegamento di qualsiasi volontà

non fosse l’entrarvi, l’esservi,  il farsene percorrere.

Sulle prime rimasi in superficie: mi allungavo

nel freddo delle correnti che incrociavano

quasi intendessero lottare, con le mie deboli ossa

ma in primo luogo fra di loro,

e proiettavo le braccia nel futuro più immediato

a cercare forse di afferrarlo, le gambe a segnare

il ritmo regolare di esorcismi raccattati chissà dove,

la bocca a sfiatare nel ricordo di un organo diverso,

meno futile: ma tornato a riva, riguadagnata una sabbia

che sempre mi invadeva come un granuloso

sospetto di sconfitta, dirigevo lo sguardo

verso il largo di me stesso e non trovavo, sorpreso

e più di un po’ perplesso, traccia alcuna

di ciò che là fuori parevo aver solcato.

Mi pareva, nel mio confuso afflato, di aver bisogno d’altro;

di sentirmene cinto, forse, oppure invaso, oppure ancora

minacciato e insieme cullato; la parola stessa

che sembrava chiamarmi al passo successivo, immersione,

aveva in sé qualcosa di quello che cercavo,

il segnale di un abbandono di piattaforme fisse,

di lingue stabili di terra, di superfici solide,

di un ingresso nell’aggraziata trasparenza

di un mondo di gesti lenti e necessari, colpi di pinna,

bolle d’aria – e silenzio.  E nel silenzio mi immersi,

nel mondo in negativo del mondo,

dove i monti precipitano invece di salire,

dove il peso di ciò che ti preme in superficie

sembra sollevato dai tuoi gesti ma grava in realtà

su ogni infinitesimo frammento del tuo corpo:

mi immersi e vi rimasi, a lungo e a più riprese,

finché al mio ritorno all’aria, decompresso,

l’aria stessa cominciò a sembrarmi stanca, viziata,

come già respirata da un respito malato, sofferente.

 

Urgeva un altro passo avanti, un tuffo da vertigine,

la vertigine di una rotta nuova, di un naufragio.

A quei tempi raccoglievo conchiglie: vagavo per spiagge roventi

e scogli acuminati in cerca di prove,

di messaggi della vorticosa perfezione di quel mondo

di cui sapevo così poco e da cui mi sentivo trattato

come un amante giovane, inesperto.

Qualsiasi cosa ne venisse rigettata, come espulsa

da un volere che ne avesse decretato la fine

per chissà quale colpa o insufficienza,

qualsiasi creatura che era stata viva e guizzante

e che più non lo era, qualunque essiccato ricordo

di una stagione nel buio paradiso mi era caro,

e andava a popolare i miei fondali

come un deposito che alla lunga, con pazienza,

avrebbe potuto formare piccoli continenti di esperienza.

 

Finché non la vidi, la creatura, un giorno fino a quel punto

come un altro, e alla sua vista mi sentii mancare,

non foss’altro che per la generosa potenza del suo tanfo:

era un qualcosa di fisico, una massa solida

che non si limitava a circondarla ma ti veniva incontro,

quasi a darti, in extremis, un minaccioso avvertimento

d’altri tempi: hic sunt dracones, conviene lasciare ogni speranza.

Al lercio pescatore che l’aveva scaricata sul pontile

chi era, domandai, non cosa: come se già a prima vista

avessi avvertito le dimensioni del rispetto che esigeva.

Lui mi guardò come si guardano i folli, i patetici,

i perduti; non mi rispose, preferendo tessere

la sua rete di grandi, di piccole menzogne

sulla lotta in alto mare che l’aveva visto vittorioso,

e io mi ritrassi dalla cerchia di una curiosità

che non sarebbe sopravvissuta alla notte

e mi riavvicinai alla creatura, alla sua massa

di potente gelatina, ai tentacoli più lunghi in apparenza

dell’idea stessa che mi ero fatto di lunghezza,

agli occhi enormi e scuri che sembravano osservare,

impassibili nella loro sgranata ironia,

il circo umano senza tenda che aveva preso forma

attorno a loro; e a me stesso quanto a lei,

all’essere la cui morte era tale che già sapeva

di decomposizione, con una leggerezza composta

al sessanta per cento d’acqua e al quaranta di delirio

promisi eterna, inorridita fedeltà.

 

Il suo nome – Architeuthis – è quello di chi domina la specie

ma possiede al tempo stesso la triste nobiltà

dell’estinto, del mai esistito, del vociferato

sui ponti dei pescherecci e nelle stive delle navi cargo:

c’è chi l’ha intravisto, chi ne è stato visitato e chi lo fugge,

ma sono in pochi a cercarlo, e nessuno ha mai avuto

la dubbia fortuna di vederlo vivo, gigantesco, maestoso

nelle sue acque di casa: ciò che sappiamo di lui

lo dobbiamo alle parti fuoriuscite dai ventri ingordi

dei capodogli, o portate gentilmente a riva

dalle correnti che da sempre amano sorprenderci,

oppure ancora, in casi straordinari, a corpi interi

ma privi di tutto tranne che di massa, di odore,

dell’insormontata stanchezza della fine.

E’ Scilla di cui ci incanta Omero, è il Kraken

delle leggende di lassù, è il biblico  drago

che risiede nel mare; è l’enorme polipo

dal terribile odore dell’antica storia naturale,

l’isola galleggiante di vescovo Pontoppidam,

il devilfish dei balenieri americani, la vasta massa flaccida

di Melville, il nemico di nessuno che attende il Nautilus

a una profondità che tutti, ingenui, crediamo di conoscere;

è la creatura che non sa di essere gigante

e abita imperterrita un mare diventato troppo piccolo

per chi non si conforma alle dimensioni del reale:

è questo l’essere che allora, nei suoi tentacoli,

prese al laccio la mia vita.

 

Da buon figlio dell’andato secolo capii subito

che per capirne qualcosa avrei dovuto guardare alla famiglia,

ai fratelli (l’ampio, il leopardato, il verrucoso,

per arrivare al maggiore, il colossale)

alle varianti di tentacoli, ventose, becchi,

occhi e manti ­– e trarne le vertiginose conclusioni.

E così feci un tipo diverso di immersione,

nelle pagine e nelle aule d’accademia, e ne riemersi

magari non più saggio, ma di sicuro più informato.

Mi divenne presto chiaro un apparente paradosso:

se avessi voluto incontrarlo vivo, il gigante,

i tentacoli del suo mistero ancora intatti,

non avrei dovuto cercare il grande, bensì il piccolo:

non provare ad addentrarmi nel suo regno di buio,

fra i trecento e i mille metri in cui si dice viva

e da cui sembra continuamente farsi gioco

delle nostre risentite attenzioni, ma raccoglierne

la progenie appena nata al largo delle coste di casa,

in questo mare che accoglie le grandi correnti avversarie

dei Tropici e di Antartide, con il semplice retino

del naturalista dilettante, e osservarlo crescere in silenzio

fino a diventare il più esagerato dei sogni dell’umano.

 

Da allora, e forse per sempre, incrocio al largo

di coste su cui trovo soltanto passeggera accoglienza,

come un lasso lanciato dal tempo che rincorre,

che non molla; e nel moto ondoso, insistente

della mia ossessione, del sognato incontro

con la paralarva di quello che un giorno

sarà leviatano, con il meraviglioso mostro

ancora piccolo, trovo respiro e lo traggo,

di questo e tutto il resto grato.

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