Il compleanno di una dea

Il 6 ottobre 1955, sessant’anni fa, veniva ufficialmente presentato al pubblico il primo modello della Citroën DS, forse l’automobile più “soprannominata” della storia: lo Squalo, il Nautilus (Roland Barthes), il Ferro da Stiro, la Balena (il commissario Ginko di diabolika memoria), la Pantofola, la Vasca da Bagno, la Rana, il Cammello, e naturalmente, come d’altra parte pretende il Suo nome, la Dea (déesse in francese).

Per me la DS è sinonimo di memorie di interminabili viaggi per la montagna, con annesse nausee, soste e vomitate a proiettile: mio padre alla guida (per la verità un po’ “allegra”, come si suol dire, e quindi concausa, insieme al famigerato sistema di sospensioni idrauliche dell’auto, delle eiezioni di varia natura dal sedile posteriore), mia madre sul sedile accanto, mio fratello e io dietro insieme al malcapitato amichetto di turno e alla bambinaia di corvée (per fortuna non del genere cantato dal Sassaroli nell’immortale scena di Amici miei: “tedesca, due anni di contratto, severissima, in uniforme”).

Inevitabile che tutto questo, unito al malinconico dato che io e la dea siamo quasi coetanei (nonché alla triste constatazione che queste due magiche consonanti, DS, siano ormai ridotte a un marchio sfacciato e privo di senso della storia, dell’eleganza, della memoria) mi ispirasse un omaggio accorato, un’ode modesta, forse un’elegia.


 

Alla dea, che compie sessant’anni

Solo sessanta, a cavallo di due secoli

ma alla resa dei conti tre brevi decenni,

due carriere di mezz’ali dai muscoli di vetro:

basta questo, ormai, a ridurre una dea

a semplice memoria – o peggio a marchio

astruso e profittevole, privo di senso

e delle linee stesse che allora la segnavano,

déesse delle nostre preghiere di viaggi

e vacanze, ferro da stiro che lisciava ogni accidente

di percorso a eccezione del mal d’auto

di noi piccoli fratelli con amici

che forzavano alla sosta ripetuta

sul ciglio del tornante

il padre voglioso di arrivo e gin rosa:

per noi le sospensioni idropneumatiche

erano solo forma basculante di tortura,

peggio che cinese, e non c’era Ginko o Fantomas

che tenesse testa alla nausea

ritmata di conati, ai lamenti allora ignari

delle meraviglie delle quattro sfere di acciaio,

una per ruota, per metà piene d’olio e per l’altra

di azoto: si arrivava più tardi al drink preserale

– comprensibile tensione sul sedile anteriore –

e solo allora il dirigibile perdeva quota,

il Nautilus ridiscendeva sotto il filo

di un’acqua invisibile, i passeggeri

emergevano pallidi dal ventre dello squalo

e la meravigliosa bestia sospirava il suo arrivo.

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