Mese: settembre 2015

Versi migranti

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L’autore a pezzi ha già parlato di Luis Alberto Urrea (Di uomini e puma), presentandolo come nume ispiratore e autore di magnifici reportage e romanzi, ma è arrivato il momento di riferire della sua poesia. Urrea ha da poco pubblicato un bellissimo libro, The Tijuana Book of the Dead. È una raccolta di liriche sul mondo e sulla gente di confine, e contiene versi di grande potenza e umanità, escoriati al punto giusto, odorosi di deserto e di sudore, pieni di dramma ma anche dell’assurda commedia della vita.

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Ho voluto tradurre una poesia che mi pare esemplare per nitidezza e forza propulsiva; è l’accorato appello dell’autore ai suoi fratelli (carnales) di razza e di sangue, ed è un grido di dolore e consapevolezza che a mio parere viaggia molto bene nello spazio/tempo, adattandosi alla perfezione a confini, drammi e barriere a noi più vicini.

Chiedo venia all’autore per l’impossibilità di rendere appieno in italiano alcune delle sfumature della sua poesia, e in particolar modo la commistione, al tempo stesso molto concreta e profondamente metaforica, di inglese americano e spagnolo messicano. Fra “hear it, mi gente” e “sentite, mi gente” passano due continenti e un oceano, ma qui risiede il senso tutto e l’assurdo della singolar tenzone fra testo e traduzione (rima non cercata, ma già che è venuta, perché no?), e per citare un altro nume tutelare, “Quella è un’altra storia”.


Listen

listen

carnales, listen

listen with sympathy

listen with the purity of death

the pliance of swampwater soft

in heat and gator patience

listen like a mountain

listen like saguaros listening

to cactus wrens, coyotes, night

owl: listen like the owl

listen like the owl’s prey

jittery in rocks beneath bighorn’s

clocking feet: listen to the clock

listen to time, listen

to rattler’s warning maracas

listen, like the culebra, with

your tongues:

listen like rocks

listening to snow

hear it: hear it, mi gente, all

of it – hear the hate when it splashes,

the love when it weeps

listen to the rail lines ringing

listen to the cymbal sizzle of weeds,

the grito of wind

cutting around locked gates, palomas,

rummy wino’s holy Halsted cough

listen

carnales listen

to the hymn of it, the lie of it, the

prayer of it, the voices

singing our names: listen

it’s our story, it’s our song,

you’ve got to hear it –

listen.

© 2015 Luis Alberto Urrea

(From The Tijuana Book of the Dead, Soft Skull Press – An Imprint of COUNTERPOINT – 2560 Ninth Street, Suite 318 – Berkeley, CA 94710)

 

Ascoltate

ascoltate

carnales, ascoltate

ascoltate con pietà

ascoltate con la purezza della morte

la docilità d’acqua di palude soffusa

di caldo e pazienza d’alligatore

ascoltate come una montagna

ascoltate come i saguaros ascoltano

gli scriccioli dei cactus, i coyote,

il gufo: ascoltate come il gufo

ascoltate come la sua preda

nervosa fra le rocce sotto i rintocchi

delle zampe del caprone: ascoltate l’orologio

che ascolta il tempo, ascoltate

l’allarme di maracas del crotalo

ascoltate, come culebra, con

la lingua:

ascoltate come i sassi

ascoltano la neve

sentite: sentite, mi gente, tutto

­questo – sentite l’odio quando schizza,

l’amore quando piange

ascoltate fischiare le rotaie

ascoltate il crepitìo di piatti delle erbacce,

il grito del vento

che gira intorno ai cancelli chiusi, palomas,

la tosse santa dell’ubriacone su Halsted

ascoltate

carnales
ascoltatene

l’inno, la preghiera, la

menzogna, le voci

cantare i nostri nomi: ascoltate

è la nostra storia, è la nostra canzone,

dovete sentirla –

ascoltate.

Traduzione: © 2015 Stefano Bortolussi

Poesia tentacolare

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Qualche anno fa (si era per la precisione nel 2010) Roberto Mussapi mi chiese se nel mio carnet poetico avessi qualcosa (poemetto, monologo in versi, dramma in poesia) da inserire in Bona Vox, un’antologia, da lui ideata e curata per l’editore Jaca Book, di poeti italiani con una speciale affinità con il teatro (sarei stato in buona compagnia, poiché l’antologia avrebbe ospitato versi dello stesso Mussapi e di Gabriela Fantato, Valentino Fossati, Patrizia Giovannoni, Gianfranco Lauretano, Francesca Merloni, Massimo Morasso, Fabrizio Pagni, Claudio Pozzani, Loretto Rafanelli, Davide Rondoni, Cristina Sparagana, Alberto Toni, Patrizia Villani e Marco Vitale).

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 In realtà qualcosa del genere l’avevo: era un monologo in versi intitolato Un’ora a maggio che era andato in scena a Milano e a Roma con la magica interpretazione di Orietta Notari e la regia di Alberto Ferrari.

Ma la richiesta di Mussapi, per cui il rapporto fra poesia e teatro è sempre stato centrale e che credeva profondamente nella forza dirompente del progetto in una scena poetica dominata dalla lirica e dal minimalismo come quella italiana, mi spinse a scrivere qualcosa di nuovo.

Il soggetto era in realtà già pronto, e si aggirava da tempo per le mie sinapsi. La sua origine era un articolo del New Yorker su un certo Steve O’Shea. biologo marino neozelandese che aveva deciso di dedicare la propria vita
alle ricerche sul mitico Architeuthis. Uso il termine “mitico” a proposito, poiché se il nome italiano di questa creatura marina è il prosaico e ben poco suggestivo “calamaro gigante”, il suo status leggendario di Mostro Marino per eccellenza è testimoniato da innumerevoli fonti letterarie e non, dalla Bibbia alle grandi saghe nordiche, da Jules Verne alla fantascienza steampunk (Kraken, di China Mieville).

Ne venne fuori questo poemetto, un monologo in versi la cui voce è quella di un individuo immaginario che con il vero Steve O’Shea condivide probabilmente soltanto l’ossessione, per me profondamente poetica, per questa orribile, magnifica creatura.

Buona esplorazione.

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 Il moto ondoso del cercare

Chiamatemi come volete, se volete; un nome vale l’altro,

quando tutto ciò che al nome viene al solito associato

­– parlo delle azioni ­­– ha luogo in una sorta di non-luogo,

si aggrappa al folle incanto della presenza umana

sopra, sotto e nel mezzo di un fluido distendersi

e contrarsi di correnti, di un continuo sospiro all’orizzonte.

 

Tutto nacque – se per forza di cose vogliamo risalire

a un inizio e non seguire il migliore dei suggerimenti

della materia stessa di cui ci ossessioniamo,

abbandonando noi stessi e i pochi che ci seguono

al semplice, disteso andirivieni della vita –

il giorno in cui, mosso dallo spirito

della scarsa manciata di stagioni che portavo

sulle spalle spoglie d’esperienze, dietro di esse

lasciai colei per il cui diletto le squadravo,

mi incamminai deciso sulla sabbia di Onetangi

e senza esitare proseguii laddove la schiuma la copriva,

cancellandosi ad ogni nuova carica come se,

consapevole della forza del suo medesimo ripetersi,

non avesse problemi a inghiottire se stessa di continuo.

Fu un istante: mentre mi voltavo, fingendo

di mostrare indifferenza verso l’onda,

in direzione di lei che in quel momento

mi donava la fugace esclusiva del suo sguardo,

l’acqua mi si chiuse ai polpacci come se volesse

colmare un vuoto percepito, o reagire a una minaccia,

e fece per trascinarmi a sé, in sé,

quasi mi avesse atteso, potente di pazienza,

per tutti gli anni che avevo impiegato ad arrivare.

L’attimo dopo era tutto già finito: il bipede istinto,

allora ancora equivalente alle mie forze,

mi portò in salvo con un balzo

di cui la destinataria del mio gesto scelse di vedere

il lato comico, nitrendo una risata da puledra.

Ma io vi riconobbi l’affondo del dramma sfiorato;

diedi le spalle alla commedia e tornai a guardare la tragedia,

e fu allora, in un istante, che capii chi amavo veramente.

 

Proseguii così, a piccole immersioni progressive,

a lievi schiaffi sul volto di schiuma,

verso il finale annegamento di qualsiasi volontà

non fosse l’entrarvi, l’esservi,  il farsene percorrere.

Sulle prime rimasi in superficie: mi allungavo

nel freddo delle correnti che incrociavano

quasi intendessero lottare, con le mie deboli ossa

ma in primo luogo fra di loro,

e proiettavo le braccia nel futuro più immediato

a cercare forse di afferrarlo, le gambe a segnare

il ritmo regolare di esorcismi raccattati chissà dove,

la bocca a sfiatare nel ricordo di un organo diverso,

meno futile: ma tornato a riva, riguadagnata una sabbia

che sempre mi invadeva come un granuloso

sospetto di sconfitta, dirigevo lo sguardo

verso il largo di me stesso e non trovavo, sorpreso

e più di un po’ perplesso, traccia alcuna

di ciò che là fuori parevo aver solcato.

Mi pareva, nel mio confuso afflato, di aver bisogno d’altro;

di sentirmene cinto, forse, oppure invaso, oppure ancora

minacciato e insieme cullato; la parola stessa

che sembrava chiamarmi al passo successivo, immersione,

aveva in sé qualcosa di quello che cercavo,

il segnale di un abbandono di piattaforme fisse,

di lingue stabili di terra, di superfici solide,

di un ingresso nell’aggraziata trasparenza

di un mondo di gesti lenti e necessari, colpi di pinna,

bolle d’aria – e silenzio.  E nel silenzio mi immersi,

nel mondo in negativo del mondo,

dove i monti precipitano invece di salire,

dove il peso di ciò che ti preme in superficie

sembra sollevato dai tuoi gesti ma grava in realtà

su ogni infinitesimo frammento del tuo corpo:

mi immersi e vi rimasi, a lungo e a più riprese,

finché al mio ritorno all’aria, decompresso,

l’aria stessa cominciò a sembrarmi stanca, viziata,

come già respirata da un respito malato, sofferente.

 

Urgeva un altro passo avanti, un tuffo da vertigine,

la vertigine di una rotta nuova, di un naufragio.

A quei tempi raccoglievo conchiglie: vagavo per spiagge roventi

e scogli acuminati in cerca di prove,

di messaggi della vorticosa perfezione di quel mondo

di cui sapevo così poco e da cui mi sentivo trattato

come un amante giovane, inesperto.

Qualsiasi cosa ne venisse rigettata, come espulsa

da un volere che ne avesse decretato la fine

per chissà quale colpa o insufficienza,

qualsiasi creatura che era stata viva e guizzante

e che più non lo era, qualunque essiccato ricordo

di una stagione nel buio paradiso mi era caro,

e andava a popolare i miei fondali

come un deposito che alla lunga, con pazienza,

avrebbe potuto formare piccoli continenti di esperienza.

 

Finché non la vidi, la creatura, un giorno fino a quel punto

come un altro, e alla sua vista mi sentii mancare,

non foss’altro che per la generosa potenza del suo tanfo:

era un qualcosa di fisico, una massa solida

che non si limitava a circondarla ma ti veniva incontro,

quasi a darti, in extremis, un minaccioso avvertimento

d’altri tempi: hic sunt dracones, conviene lasciare ogni speranza.

Al lercio pescatore che l’aveva scaricata sul pontile

chi era, domandai, non cosa: come se già a prima vista

avessi avvertito le dimensioni del rispetto che esigeva.

Lui mi guardò come si guardano i folli, i patetici,

i perduti; non mi rispose, preferendo tessere

la sua rete di grandi, di piccole menzogne

sulla lotta in alto mare che l’aveva visto vittorioso,

e io mi ritrassi dalla cerchia di una curiosità

che non sarebbe sopravvissuta alla notte

e mi riavvicinai alla creatura, alla sua massa

di potente gelatina, ai tentacoli più lunghi in apparenza

dell’idea stessa che mi ero fatto di lunghezza,

agli occhi enormi e scuri che sembravano osservare,

impassibili nella loro sgranata ironia,

il circo umano senza tenda che aveva preso forma

attorno a loro; e a me stesso quanto a lei,

all’essere la cui morte era tale che già sapeva

di decomposizione, con una leggerezza composta

al sessanta per cento d’acqua e al quaranta di delirio

promisi eterna, inorridita fedeltà.

 

Il suo nome – Architeuthis – è quello di chi domina la specie

ma possiede al tempo stesso la triste nobiltà

dell’estinto, del mai esistito, del vociferato

sui ponti dei pescherecci e nelle stive delle navi cargo:

c’è chi l’ha intravisto, chi ne è stato visitato e chi lo fugge,

ma sono in pochi a cercarlo, e nessuno ha mai avuto

la dubbia fortuna di vederlo vivo, gigantesco, maestoso

nelle sue acque di casa: ciò che sappiamo di lui

lo dobbiamo alle parti fuoriuscite dai ventri ingordi

dei capodogli, o portate gentilmente a riva

dalle correnti che da sempre amano sorprenderci,

oppure ancora, in casi straordinari, a corpi interi

ma privi di tutto tranne che di massa, di odore,

dell’insormontata stanchezza della fine.

E’ Scilla di cui ci incanta Omero, è il Kraken

delle leggende di lassù, è il biblico  drago

che risiede nel mare; è l’enorme polipo

dal terribile odore dell’antica storia naturale,

l’isola galleggiante di vescovo Pontoppidam,

il devilfish dei balenieri americani, la vasta massa flaccida

di Melville, il nemico di nessuno che attende il Nautilus

a una profondità che tutti, ingenui, crediamo di conoscere;

è la creatura che non sa di essere gigante

e abita imperterrita un mare diventato troppo piccolo

per chi non si conforma alle dimensioni del reale:

è questo l’essere che allora, nei suoi tentacoli,

prese al laccio la mia vita.

 

Da buon figlio dell’andato secolo capii subito

che per capirne qualcosa avrei dovuto guardare alla famiglia,

ai fratelli (l’ampio, il leopardato, il verrucoso,

per arrivare al maggiore, il colossale)

alle varianti di tentacoli, ventose, becchi,

occhi e manti ­– e trarne le vertiginose conclusioni.

E così feci un tipo diverso di immersione,

nelle pagine e nelle aule d’accademia, e ne riemersi

magari non più saggio, ma di sicuro più informato.

Mi divenne presto chiaro un apparente paradosso:

se avessi voluto incontrarlo vivo, il gigante,

i tentacoli del suo mistero ancora intatti,

non avrei dovuto cercare il grande, bensì il piccolo:

non provare ad addentrarmi nel suo regno di buio,

fra i trecento e i mille metri in cui si dice viva

e da cui sembra continuamente farsi gioco

delle nostre risentite attenzioni, ma raccoglierne

la progenie appena nata al largo delle coste di casa,

in questo mare che accoglie le grandi correnti avversarie

dei Tropici e di Antartide, con il semplice retino

del naturalista dilettante, e osservarlo crescere in silenzio

fino a diventare il più esagerato dei sogni dell’umano.

 

Da allora, e forse per sempre, incrocio al largo

di coste su cui trovo soltanto passeggera accoglienza,

come un lasso lanciato dal tempo che rincorre,

che non molla; e nel moto ondoso, insistente

della mia ossessione, del sognato incontro

con la paralarva di quello che un giorno

sarà leviatano, con il meraviglioso mostro

ancora piccolo, trovo respiro e lo traggo,

di questo e tutto il resto grato.

Storie di traduttori e traduzioni #2 – doppioverso

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L’ottimo blog doppioverso, creazione delle due colleghe traduttrici Chiara Rizzo e Barbara Ronca, pubblica la seconda puntata della rubrica Found in translation (gran bel titolo, by the way), nella quale, oltre ai contributi di altre due colleghe, Valentina Daniele e Claudia Zonghetti, c’è anche un mio intervento sulla traduzione di I venerdì da Enrico’s di Don Carpenter (Frassinelli)… e ovviamente sulla California.

Storie di traduttori e traduzioni #2 – doppioverso

Il compleanno di una dea

Il 6 ottobre 1955, sessant’anni fa, veniva ufficialmente presentato al pubblico il primo modello della Citroën DS, forse l’automobile più “soprannominata” della storia: lo Squalo, il Nautilus (Roland Barthes), il Ferro da Stiro, la Balena (il commissario Ginko di diabolika memoria), la Pantofola, la Vasca da Bagno, la Rana, il Cammello, e naturalmente, come d’altra parte pretende il Suo nome, la Dea (déesse in francese).

Per me la DS è sinonimo di memorie di interminabili viaggi per la montagna, con annesse nausee, soste e vomitate a proiettile: mio padre alla guida (per la verità un po’ “allegra”, come si suol dire, e quindi concausa, insieme al famigerato sistema di sospensioni idrauliche dell’auto, delle eiezioni di varia natura dal sedile posteriore), mia madre sul sedile accanto, mio fratello e io dietro insieme al malcapitato amichetto di turno e alla bambinaia di corvée (per fortuna non del genere cantato dal Sassaroli nell’immortale scena di Amici miei: “tedesca, due anni di contratto, severissima, in uniforme”).

Inevitabile che tutto questo, unito al malinconico dato che io e la dea siamo quasi coetanei (nonché alla triste constatazione che queste due magiche consonanti, DS, siano ormai ridotte a un marchio sfacciato e privo di senso della storia, dell’eleganza, della memoria) mi ispirasse un omaggio accorato, un’ode modesta, forse un’elegia.


 

Alla dea, che compie sessant’anni

Solo sessanta, a cavallo di due secoli

ma alla resa dei conti tre brevi decenni,

due carriere di mezz’ali dai muscoli di vetro:

basta questo, ormai, a ridurre una dea

a semplice memoria – o peggio a marchio

astruso e profittevole, privo di senso

e delle linee stesse che allora la segnavano,

déesse delle nostre preghiere di viaggi

e vacanze, ferro da stiro che lisciava ogni accidente

di percorso a eccezione del mal d’auto

di noi piccoli fratelli con amici

che forzavano alla sosta ripetuta

sul ciglio del tornante

il padre voglioso di arrivo e gin rosa:

per noi le sospensioni idropneumatiche

erano solo forma basculante di tortura,

peggio che cinese, e non c’era Ginko o Fantomas

che tenesse testa alla nausea

ritmata di conati, ai lamenti allora ignari

delle meraviglie delle quattro sfere di acciaio,

una per ruota, per metà piene d’olio e per l’altra

di azoto: si arrivava più tardi al drink preserale

– comprensibile tensione sul sedile anteriore –

e solo allora il dirigibile perdeva quota,

il Nautilus ridiscendeva sotto il filo

di un’acqua invisibile, i passeggeri

emergevano pallidi dal ventre dello squalo

e la meravigliosa bestia sospirava il suo arrivo.

Ponti di senso

Qualche anno fa, in occasione dell’uscita del mio secondo romanzo, Fuoritempo, un pomeriggio mio fratello mi chiamò da una grande libreria milanese. “Sono vicino alla cassa, e c’è una donna che sta comprando il tuo libro”, mi disse nel tono lievemente ansimante tipico di maniaci e cospiratori. Poi, dopo una breve pausa di sconcerto: “E non la conosciamo”.

L’ameno episodio mi è tornato in mente proprio ieri, dopo aver visto su Twitter che l’emerito blog letterario PaperLife ha pubblicato una bella recensione del mio Califia – e questo dopo che l’autrice del blog, la misteriosa LadyJack (un nome non a caso beaucoup noir), aveva già scritto ben tre appassionate, empatiche e soprattutto lucide e accessibili recensioni di altrettanti poemetti della raccolta.

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Ora, per tornare all’aneddoto iniziale, io non conosco LadyJack, o @BooksPrincess come cinguetta il suo nome twitteriano. Ci siamo presentati elettronicamente soltanto dopo la prima delle sue recensioni alla mia poesia, che potete leggere qui. Spero che un giorno avremo occasione di incontrarci anche “dal vivo”, ma se anche ciò non accadesse sono già contento così. Qualcuno ha teso un ponte fra se stesso e ciò che scrivo e ha scelto di avventurarvisi, e per il poeta, il romanziere, il traduttore, lo scriba questo è più che sufficiente a dare un senso al terrore del prossimo, immancabile foglio bianco.

Le supplicanti di Myndos

Ci sono momenti in cui ti chiedi se quello che fai (nel caso specifico: la poesia) abbia davvero significato e conti qualcosa nel Grande Libro Contabile del Mondo. Questo è uno di quei momenti: di fronte all’evidenza drammatica e assurda della Storia, ti domandi dove risiedano la giustificazione e la ragione del tuo fare. E la risposta che ti sembra di trovare è che forse l’unico modo di dare senso al lavoro del poeta è sforzarsi di applicare, ora più che mai, quello che è il dettato fondamentale della poesia: “dire” la realtà in modo trasformativo.

Il villaggio turco di Gümüşlük si trova nei pressi di quella Bodrum il cui nome è ormai tristemente noto a tutti. Sorge sulle rovine di Myndos, un’antica colonia dorica di Trezene, al centro di una piccola baia dominata a un’estremità da un promontorio il cui versante è costellato di sabirlik (da sabir, pazienza). Questi alberelli, o arbusti o comunque li si voglia chiamare, fioriscono soltanto una volta nel loro arco di vita (da qui il loro nome volgare) e vengono utilizzati dalla popolazione locale come rudimentali e suggestivi lampadari lungo il litorale della baia, appendendo ai corti rami gusci di zucca illuminati che danno al tutto un vago e suggestivo sapore votivo.

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Ma sulla collina, osservati all’ora giusta e controsole, i sabirlik dipingono un’immagine di poetica desolazione, quella di scheletri curvi che protendono le tozze braccia verso il cielo.

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Le supplicanti di Myndos

Secche, sottili, sbiancate da un sole

non amico e di natura implacabile,

le vecchie immobili di Myndos sommersa

si protendono sparse verso la cresta

con le loro braccia sottili e patetiche,

troppo corte per strappare risposte

alla luna che pregano o spiegazioni

dell’indifferenza crudele del mare

che non distingue età ed intenzioni:

non c’è anima, sulla collina rossa anche di nome,

che sappia o possa dare un perché

alla storia che ripete e si ripete,

e di tutto resta solo il gesto impietrito

delle magre donne avvizzite dal pianto

e dal ripetersi vano del loro appello nella notte:

 

Ti prego, Madre Luna, ti preghiamo,

dacci ragione di questo nostro supplizio inaridito.