Maestri/Ghiannis Ritsos

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Ed ecco che è arrivato il momento dell’immenso Ghiannis Ritsos (o Yiannis, o Jannis, a seconda della grafia che più aggrada). L’aggettivazione è ovviamente del tutto personale, e riflette, più che un giudizio critico che non mi spetta, la verità di un incontro poetico ed esistenziale che mi cambiò la vita e che continua a nutrirla.

Si era nel lontano 1979, gli anni della protesta e del Movimento erano drammaticamente sfociati nel terrorismo e chi di noi, deluso dalla politica, cercava nuove strade di impegno e interesse doveva arrabattarsi a trovarle senza la gruccia di quella che allora (Gaber docet) si chiamava “partecipazione”. In altre parole, e come dice il Poeta, cavoli tuoi.

Le mie strade si chiamavano quella che una volta si definiva “musica creativa e improvvisata” (il copyright è di Franco Bolelli) e la poesia. Superata la sbronza rimbaudiana, che appartiene a ogni giovanotto che si rispetti ma che davvero non dovrebbe andare oltre (altra opinione strettamente personale, ma in fondo state leggendo il mio blog, quindi concedetemela) e deluso dalle velleità post-beat che avevano dato il loro ultimo vagito al Festival di Castelporziano, un giorno mi imbattei in un libro marroncino pubblicato da Guanda e intitolato “TRE POEMETTI – CRISÒTEMI ELENA ISMENE“ di un poeta greco contemporaneo, appunto Ghiannis Ritsos. L’ironica sottolineatura al fatidico incontro era data dalla fascetta apposta dall’editore, che recitava: PREMIO LENIN 1977.

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Ovviamente me lo accaparrai, e fu come se Zeus (visto che siamo in tema) avesse squarciato i cieli e mi avesse pungolato con un fulmine non letale, ma abbastanza intenso da farmi sentire odore di bruciato. Era il fumo che sorgeva dal mio cuore e dalla mia mente, presi d’assalto e abbrustoliti dai versi più evocativi, travolgenti, cantanti, epici, tragici, luminosi e musicali che avessi mai letto.

Versi lunghi, drammatici, narrativi, immaginifici e umanissimi, che per me fecero un’istantanea piazza pulita di tutto (o quasi) quello che avevo letto fino a quel momento; da allora Ritsos non mi ha mai abbandonato, e intendo proprio che il suo fantasma poetico continua ad abitarmi: il mio amore per la sua poesia non è una scelta, bensì qualcosa di più profondo e oceanico, un magma che col passare degli anni ha informato la mia scrittura e le mie ispirazioni, accompagnandomi fino a Califia.

Ecco allora, per la vostra gioia e meraviglia, il poemetto La sonata al chiaro di luna nella traduzione di Nicola Crocetti, parte del volume Quarta dimensione (Crocetti), libro che per quanto mi riguarda è la summa poetica di questo grande, indimenticabile Maestro:


 

La sonata al chiaro di luna

(Sera primaverile. Grande stanza di una vecchia casa. Una donna anziana, vestita di nero, parla a un giovane. Non hanno acceso la luce. Dalle due finestre entra un implacabile chiaro di luna. Ho dimenticato di dire che la Donna in Nero ha pubblicato due o tre interessanti raccolte di versi di ispirazione religiosa.
Dunque, la Donna in Nero parla al Giovane):

Lasciami venire con te. Che luna stasera!

La luna è buona – non si vedrà

che si sono imbiancati i miei capelli. La luna

me li farà ancora biondi. Non te ne accorgerai.

Lasciami venire con te.

Con la luna ingrandiscono le ombre nella casa,

mani invisibili tirano le tende,

un dito pallido scrive sulla polvere del piano

parole dimenticate – non le voglio sentire. Taci.
Lasciami venire con te

poco più avanti, fino al recinto del mattonificio,

fin dove la strada svolta e appare

la città d’aria e di cemento, calcinata dal chiaro di luna,

così indifferente e immateriale

così positiva, quasi metafisica,

che puoi finalmente credere che esisti e non esisti

che non sei mai esistito, non è esistito il tempo con la sua rovina.

Lasciami venire con te.

Ci siederemo un poco sul muretto, sull’altura,

rinfrescandoci al vento di primavera

e forse immagineremo di volare,

perché spesso, e perfino ora, sento il fruscìo della mia veste

che pare il battito di due ali forti,

e quando ti chiudi in questo rumore del volo

senti tendersi il collo, i fianchi, la tua carne,

e così stretto nei muscoli del vento azzurro,

nei nervi robusti dell’altezza,

non ha importanza che tu parta o torni

né conta che i miei capelli siano bianchi

(non è questo che mi dà pena – mi dà pena

che non mi s’imbianchi anche il cuore).

Lasciami venire con te.

Lo so, ciascuno cammina solo verso l’amore,

solo verso la gloria e la morte.

Lo so. L’ho provato. Non giova a niente.

Lasciami venire con te.

 

Questa casa è abitata dai fantasmi, mi scaccia –

voglio dire ch’è invecchiata molto, i chiodi si staccano,

i quadri è come se si tuffassero nel vuoto,

gli intonaci cadono in silenzio,

come il cappello del morto cade dall’attaccapanni nel corridoio scuro

come il guanto di lana consunto del silenzio cade dalle sue ginocchia

come una striscia di luna cade sulla vecchia poltrona sventrata.
Un tempo era giovane anche lei  – non la foto che guardi con tanta diffidenza,

parlo della poltrona, così riposante, potevi sedertici per ore

e a occhi chiusi sognare a tuo piacere

– un arenile umido e liscio, lucido per la luna,

più lucido delle mie scarpe di coppale che ogni mese do al lustrascarpe qui
all’angolo,

o della vela di un pescatore che si perde sul fondo cullata dal suo stesso
respiro,

una vela triangolare come un fazzoletto piegato di traverso

come se non avesse nulla da chiedere o da contenere

o da salutare sventolando. Ho sempre avuto la mania dei fazzoletti,

non per tenervi ripiegato qualcosa,

certi semi di fiori o camomilla raccolti nei prati verso sera,

o farvi quattro nodi, come il berretto degli operai del cantiere di
fronte,

o per asciugarmi gli occhi – ho conservato buona la vista;

non ho mai portato gli occhiali. Una semplice stravaganza i fazzoletti.

Adesso li piego in quattro, in otto, in sedici

per tenere occupate le dita. E ora mi ricordo

che ritmavo così la musica quando andavo al Conservatorio

col grembiule blu e il colletto bianco, con due trecce bionde

– 8, 16, 32, 64 –

per mano a un’amichetta-pesco tutta luce e fiori rosa,

(perdona queste parole – una cattiva abitudine) – 32, 64 – e i miei
riponevano

grandi speranze nel mio talento musicale. Dunque, dicevo, la poltrona –

sventrata – si vedono le molle arrugginite, la paglia –

pensavo di portarla dal mobiliere qui accanto,

ma chi ha il tempo, la voglia, i soldi  – che cosa riparare per prima? –

pensavo di buttarci su un lenzuolo – ho avuto paura

del lenzuolo bianco con questo chiaro di luna. Qui si sono sedute

persone che hanno sognato grandi sogni, come te, e come me del resto,

e che ora riposano sottoterra senza che la pioggia o la luna li disturbi.

Lasciami venire con te.

Ci fermeremo un po’ in cima alla scala di marmo di San
Nicola,

poi tu scenderai e io tornerò indietro

avendo sul fianco sinistro il calore del contatto casuale con la tua
giacca,

alcuni riquadri di luce delle piccole finestre del quartiere

e questo fiato bianchissimo della luna che sembra un corteo di cigni d’argento –

non ho paura di questa frase, perché io

molte notti di primavera, un tempo, ho dialogato con Dio, che mi è
apparso

nel manto di caligine e di gloria di un chiaro di luna come questo,

e molti giovani, più belli anche di te, gli ho sacrificato,

svaporando così, bianca e inaccessibile nella mia fiamma bianca, nel biancore del chiaro di luna,

incendiata dagli sguardi voraci degli uomini e dall’estasi incerta degli
adolescenti,

assediata da stupendi corpi abbronzati,

da membra robuste addestrate nel nuoto, nei remi, nell’atletica, nel calcio
(che fingevo di non vedere),

da fronti, labbra, colli, ginocchia, dita e occhi

toraci, braccia, cosce (e davvero non li vedevo)

– sai, certe volte, ammirando, dimentichi quel che ammiri, ti basta
l’ammirazione –

Dio mio, che occhi pieni di stelle, e mi elevavo in un’apoteosi di stelle
rifiutate

perché, così assediata, dentro e fuori,

non mi restava altra via che verso l’alto o il basso. – No, non basta.

Lasciami venire con te.

Lo so che s’è ormai fatto tardi. Lasciami venire,

poiché per tanti anni, giorni e notti e meriggi purpurei, sono rimasta sola,

irriducibile, immacolata e sola,

perfino nel mio letto nuziale immacolata e sola,

scrivendo versi gloriosi sulle ginocchia di Dio,

versi che, ti assicuro, resteranno come scolpiti su un marmo irreprensibile

oltre la mia vita e la tua, molto oltre. Non basta.

Lasciami venire con te.

 

Non fa più per me questa casa.

Non sopporto di averla sulle spalle.

Devi sempre badare a questo e a quello,

a puntellare il muro con la grande credenza

a puntellare la credenza con l’antichissimo tavolo intagliato

a puntellare il tavolo con le sedie

a puntellare

le sedie con le mani

a sostenere con la spalla la trave che ha ceduto.

E il piano, chiuso come un feretro nero. Non osi aprirlo.

Sempre badare a questo e a quello, che non cada, a non cadere tu. Non ce la
faccio.

Lasciami venire con te.

Questa casa, pur con tutti i suoi morti, non vuol saperne di morire.

Si ostina a vivere con i suoi morti

a vivere dei suoi morti

a vivere della certezza della sua morte

perfino a sistemare i suoi morti su letti e mensole pericolanti.

Lasciami venire con te.

 

Qui, per quanto piano io cammini nel fiato della sera,

in pantofole o scalza,

qualcosa scricchiola, – s’incrina un vetro o uno specchio,

si odono passi, – non sono i miei.

Fuori, per strada, può darsi che non si odano questi passi, –

il pentimento, dicono, porta scarpe di legno, –

e se fai per guardare in questo specchio o in quello,

dietro la polvere e le incrinature,

scorgi più opaco e frantumato il tuo viso,

il tuo viso: non chiederesti altro alla vita che di conservarlo puro e
compatto.

 

L’orlo del bicchiere riluce al chiaro di luna

come un rasoio circolare – come portarlo alle labbra,

pur così assetata? – come? – Vedi?

Ho ancora voglia di similitudini, – m’è rimasto questo,

questo mi rassicura ancora che non manco.

Lasciami venire con te.

A volte, quando fa sera, ho la sensazione

che fuori dalle finestre passi l’ambulante con la sua vecchia orsa
pesante

dal pelo pieno di spine e lappole

sollevando la polvere sulla strada del quartiere,

una nube solitaria di polvere che incensa il crepuscolo,

e i bambini sono tornati alle loro case per la cena e non li lasciamo più
uscire

benché dietro i muri loro indovinino i passi della vecchia orsa –

e l’orsa stanca incede nella saggezza della sua solitudine, senza un dove e un perché –

s’è appesantita, non riesce più a ballare sulle zampe posteriori,

non riesce a portare la cuffia merlettata per far divertire i bambini, gli
sfaccendati, gli esigenti,

vuole solo stendersi in terra

lasciando che le calpestino il ventre, giocando così il suo ultimo gioco

mostrando la sua tremenda forza di rinuncia,

la sua disobbedienza agli interessi altrui, agli anelli nelle labbra, alla
necessità dei denti,

la sua disobbedienza al dolore e alla vita

con l’alleanza certa della morte – foss’ anche di una morte lenta –

la sua estrema disobbedienza alla morte con la continuità e la cognizione della vita

che con la conoscenza e l’azione sale al di sopra della sua schiavitù.

Ma chi può giocare fino alla fine questo gioco?

E l’orsa si rialza e cammina

obbediente al suo laccio, agli anelli, ai denti,

sorridendo con le labbra lacere alle monete dei bambini belli e privi di
sospetto

(belli proprio perché privi di sospetto)

dicendo grazie. Perché gli orsi invecchiati

hanno solo imparato a dire: grazie, grazie.

Lasciami venire con te.

Questa casa mi soffoca. Anzi la cucina

è come il fondo del mare. I bricchi appesi brillano

come grossi occhi tondi di incredibili pesci,

i piatti si muovono lenti come meduse,

alghe e conchiglie mi s’impigliano tra i capelli – non riesco più a
staccarle,

non riesco a risalire in superficie –

il vassoio mi cade di mano senza rumore, – mi accascio

vedo salire, salire le bolle del mio respiro

tento di svagarmi guardandole

e mi chiedo cosa direbbe chi dall’alto vedesse queste bolle,

forse che qualcuno annega o che un sommozzatore sta esplorando gli
abissi?

E davvero, non di rado scopro lì, nel fondo dove annego,

coralli e perle e tesori di navi naufragate,

incontri imprevedibili, di ieri, di oggi e del futuro,

quasi una conferma di eternità,

un certo sollievo, un certo sorriso d’immortalità, come si dice,

una felicità, un’ebbrezza, perfino un entusiasmo,

coralli, perle e zaffiri;

solo che non so donarli – no, li dono;

solo che non so se loro possono prenderli – comunque io li dono.

Lasciami venire con te.

Un momento, che prendo la mia maglia.

Con questo tempo instabile, comunque, dobbiamo premunirci.

C’è umidità la sera, e la luna

non ti pare, davvero, che faccia aumentare il fresco?

 

Lascia che ti abbottoni la camicia – che petto forte hai,

– che luna forte, – la poltrona, dico – e quando sollevo la tazzina dal
tavolo

resta sotto un foro di silenzio, vi poso su la mano

per non guardare dentro, – rimetto la tazzina al suo posto;

anche la luna è un foro nel cranio del mondo – non guardarci dentro,

è una forza magnetica che attira – non guardare, non guardate,

ascoltate quello che vi dico – vi cadrete dentro. Questa bella vertigine,

leggera – attento, cadi  –

è un pozzo di marmo la luna,

si muovono ombre, ali mute, voci misteriose – non le udite?

Profonda la caduta,

profonda la risalita,

l’aerea statua tesa tra le sue ali aperte,

profonda l’implacabile carità del silenzio, –

luci tremule sull’altra riva, mentre oscilli sulla tua stessa onda,

respiro dell’oceano. Leggerissima, bella

questa vertigine – sta’ attento che cadi. Non guardare me,

il mio posto è l’oscillazione – la stupenda vertigine. Così ogni sera

ho un po’ di mal di testa, certi capogiri.

Spesso faccio un salto alla farmacia di fronte, per qualche aspirina,

a volte non mi va e resto col mal di testa

a sentire il rumore sordo dei tubi dell’acqua dentro i muri,

o mi faccio un caffè; sempre distratta

e smemorata, ne preparo due – chi berrà il secondo? –

buffo davvero, lo lascio sul davanzale a raffreddarsi,

o a volte bevo anche l’altro, guardando dalla finestra la lampada verde della farmacia

come la luce verde di un treno silenzioso che mi viene a prendere

con i miei fazzoletti, le mie scarpe sformate, la mia borsa nera, le mie
poesie,

senz’alcuna valigia – farne che?

Lasciami venire con te.

Ah, te ne vai? Buonanotte. No, non vengo.
Buonanotte.

Tra poco esco. Grazie. Perché infine bisognerà che esca da questa casa rotta.

Devo vedere un po’ di città – no, non la luna –

la città con le sue mani callose, la città del salario quotidiano,

la città che giura sul pane e sul suo pugno,

la città che ci regge tutti in spalla

con le nostre miserie, le cattiverie, le nostre inimicizie,

con le nostre ambizioni, la nostra ignoranza e la vecchiezza –

devo sentire i grandi passi della città,

per non sentire più i tuoi passi

né i passi di Dio, né i miei passi. Buonanotte.

(La stanza si fa buia. Si vede che una nube ha coperto la luna. D’un tutto, come se
qualcuno avesse alzato la radio del bar vicino, si udì una frase musicale molto
nota. Compresi allora come tutta questa scena fosse stata accompagnata a basso
volume dalla
Sonata al chiaro di luna, solo la prima parte. Ora il Giovane starà scendendo con un sorriso ironico, forse di commiserazione, sulle labbra ben disegnate, e con un senso diliberazione. Quando sarà arrivato a San Nicola, prima di scendere la scala di marmo, riderà, – un riso forte, irrefrenabile. La sua risata non suonerà affatto sconveniente sotto la luna. L’unica cosa sconveniente, forse, è che non c’è nulla di sconveniente. Poco dopo il Giovane tacerà, si farà serio e dirà: «La decadenza di un epoca». Così, ormai completamente tranquillo, si sbottonerà di nuovo la camicia  e andrà per la sua strada. Quanto alla Donna in Nero, non so se sia infine uscita di casa. Il chiaro di luna splende di nuovo. E
negli angoli della stanza le ombre si stingono per un incontenibile
contrizione, quasi un’ira, non tanto per la vita, quanto per l’inutile
confessione. Sentite? La radio continua.)

 Atene, giugno 1956

(Traduzione di Nicola Crocetti)

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