Di uomini e puma

Uno dei tre poemetti che figurano in Califia, L’ultima preghiera di Aparicio nelle fauci del coguaro, mi è stato ispirato dalla lettura di uno straordinario libro di Luis Alberto Urrea, The Devil’s Highway, sulle tragiche conseguenze dei disperati e tristemente attuali flussi migratori (in quel caso si parlava di Messico e Stati Uniti, ma il discorso vale purtroppo, come ben sappiamo, a tutte le latitudini in cui il Sud del mondo confina con il Nord). Il primo incontro con Urrea, che è anche un eccezionale romanziere (The Hummingbird’s Daughter e Queen of America sono due capolavori di meticciato letterario) lo devo d’altra parte al mio caro amico John Connolly, di cui ho tradotto quasi tutto ciò che ha scritto, nel suo agghiacciante (è un complimento) L’angelo delle ossa.

Ma la storia di Aparicio non ha solo origini letterarie. L’idea della piantagione clandestina di marijuana dietro i canyon di Malibu ha solide basi nella realtà, e l’irruzione del coguaro sulla scena umana ha origine nell’avvistamento di un puma da parte di mia suocera (ebbene sì) su Kanan Road, a pochi chilometri da casa.

E poi c’è la storia pregressa del poemetto e in realtà dell’intero Califia, che nasce da un lavoro poetico cominciato anni fa come una sorta di “call and response” fra me e Patrizia Villani, amica e bravissima collega in poesia (qui potete ordinare la sua splendida raccolta Conversazioni necessarie, edita da Raffaelli). L’idea iniziale era quella di compiere un percorso parallelo “sulle tracce dell’America” (che guarda caso è il titolo del prossimo, ancora inedito libro di Patrizia: editori fatevi avanti, astenersi perditempo), spinti e motivati da una comunanza tanto culturale quanto biografica. Poi, come accade spesso in viaggio e in poesia, le nostre strade (di scrittura, non certo di amicizia) si divisero, portando alla nascita di due raccolte separate.

Ma le corrispondenze non dovevano essersi esaurite, poiché poco dopo che le feci leggere L’ultima preghiera di Aparicio Patrizia mi sorprese e incantò con la sua bellissima, toccante risposta, Sogno e preghiera di Presencia, in cui riprende il personaggio della moglie di Aparicio, soltanto evocato nel mio poemetto, e le dona una voce indimenticabile. Per questo ho voluto qui pubblicare entrambi i poemetti in sequenza, nella versione “speciale” che Patrizia e io abbiamo adottato nelle nostre letture pubbliche.

Seguite il coguaro nel suo balzo e lanciatevi nella lettura dei nostri due blues in poesia…

image

Stefano Bortolussi

L’ultima preghiera di Aparicio nelle fauci del coguaro

 

Dietro la roccia scolpita dal tempo a testa di santo,

più sottile del normale e allungata

come se una forza del cielo la traesse ogni giorno,

appena al di là della curva a gomito di quello che qui passa per sentiero,

dove l’ombra del chaparral si fa maculata:

lì mi aspettavi pronto allo scatto, al balzo, alla zampata.

Ma il primo affondo non è stato tuo;

l’ha preceduto un pensiero, guizzante come mariposa,

ridicolo perfino nella sua logica fallibile:

se il destino è davvero scritto in un nome,

Aparicio non dovrebbe appartenere a questo bipede migrante

bensì a te, onza di leggenda, quitamiztli dei padri delle alture

o forse solo ultimo nato di una nidiata come altre

fra le gole e le pietre e i cacti del tuo mondo

ma ora, qui davanti a me, tanto possente

nella tua posa naturale di quadrupede

da richiamare alla mente spoglia della preda umana

una sola frase, una preghiera: coguaro, sii veloce.

 

Sii rapido, coguaro, a porre fine a questa marcia

nella polvere volatile del canyon che conduce a casa,

il povero intreccio di lamiera e legno marcio

nella cuna del terreno dipinto di mirto e larrea,

un luogo che potresti aver visitato cento volte

nelle cento notti in cui vi ho chiuso un occhio solo,

l’altro sbarrato a studiare la sera invadente

dagli spiragli fra le assi deformate dal caldo

o dal semplice sforzo di offrire riparo dal vento,

dal buio mai completo della notte,

dalle carnivore intenzioni di chi come te

è composto di fame, fiuto, fasci bruti.

Eppure non hai mai bussato a quella parodia di una porta:

forse ti sei anche avvicinato, quando il mio odore esausto

ti era giunto più intenso alle narici,

ma ti sei guardato dallo sferrare la zampata decisa

che l’avrebbe cancellata in un istante,

aprendo uno squarcio sul coperchio di stelle del cielo:

non l’hai fatto.

 

Hai atteso il momento di massima ironia:

in pieno giorno sei voluto apparire ad Aparicio

come uno scherzo divino, ricordo dei tempi in cui eri sacro all’azteco

e un tuo ruggito chiamava l’attenzione del dio piumato

ai sacrifici dell’umano.

In questo pomeriggio di luce e stanchezza

ti sei voluto celare dietro il gomito di pietre e cespugli,

quando l’unico pensiero del migrante di ritorno

andava a Presencia, giovane moglie d’ocra e ossidiana,

e a Carnacion, la piccola dalle forme ancora vaghe.

Hai voluto sorprendere l’ometto dal volto di argilla,

forse avvertito dall’aroma dolce della sensimilla

che insiste a ghermirlo anche dopo il lavoro

di un giorno nato come tanti

e in un baleno dal tuo alito caldo trasformato

nel passo di troppo oltre un crinale di barranca.

 

Poco lontano, in direzione del declivio

che riporta alla piantagione clandestina,

il relitto tutto ruggine e terra di un Chevy del ‘38

sembra acquattato nella macchia quasi fosse

pronto a balzare su di te, su di me,

sulle nostre membra ormai così intricate

che l’unica nota a distinguerle è il rosso lucore della linfa vitale

– perché il rapporto fra noi è semplice: io sanguino, tu sbrani.

Il sole si cala nel mare come un bimbo paffuto

dal costume arancione, finalmente deciso

a rischiare il brivido delle correnti e il bruciore agli occhi degli spruzzi:

ma la tenera bellezza del momento si stempera

quando le carni si guardano a distanza,

un braccio e l’altro separati non più solo dal torso che li univa

ma ormai da qualche metro di polvere e furia.

 

Forse ti è indifferente, intento come sei

a rendere le mie membra ormai sparse al tuo sistema digerente

e la mia anima agli dei che ti governano,

ma così facendo mi forzi a dire addio

alla magia dei giorni nati dalla sera in cui Presencia

mi si parò davanti, quinceanera,

più radiosa della Vergine che sorrideva fra le gale

dal declivio d’ombre del suo petto in boccio

e mi chiese  – inaudito –  di condurla nella danza

sulle note della sua canzone: te la canterei, coguaro,

se mi avessi lasciato una gola con cui farlo.

Ora di loro resta solo l’assenza, qui nella terra

segnata dai punti esclamativi dei tuoi artigli

e dai cerchi innocui delle impronte simili a disegni

di bambini ancora ignari del pericolo in agguato.

Lo troverai sorprendente, ma nell’uomo la mancanza degli amati

cresce in proporzione inversa a quanto resta del corpo

dopo l’assalto della belva che l’ha scelto come preda:

può darsi sia una legge dinatura, tanto pensiero per tanta carne lacera,

ma non è nella natura del migrante

soffermarsi a osservare ciò che capita,

occupato com’è a fare di tutto per evitare che succeda.

E ciò malgrado è accaduto, o meglio è in pieno accadimento,

questo iniquo interscambio fra noi due,

e mentre mi dissanguo non posso fare a meno di pensare

a quanto sia cònsono questo a questa terra,

così vicina a casa nei profumi e nelle fughe dello sguardo

ma infine sfuggente, il lato buio del sogno di una vita nuova.

 

Vi arrivai, assetato di liquidi e speranze,

con il seme di un’intenzione di riscossa,

e troppo presto mi ritrovai al servizio di un’erba potente senza semi.

Nella tua atavica fame non lo sai, puma divino,

ma anche i più nobili disegni sono segnati da confini;

e quando devi accettare il giorno per il buon motivo

che non ne sorge altro, non puoi che abbandonarli

alla frontiera del tuo ieri.

 

E forse allora non è un caso che ciò che vedo adesso,

con chiarezza, dietro questa cataratta di polvere e sangue,

appartenga a uno ieri non più mio:

la perfetta, scura fonte di Presencia,

nera come le acque di una cava d’onice nelle poche sere senza luna,

la timorosa offerta sul bianco della vecchia tovaglia

stesa a terra nella piccola conca

stretta dall’abbraccio di ocotillo, paloverde e mesquite

e sorvegliata dalle torri severe del cardòn,

la prima volta che portai le labbra fra le sue e bevvi la sua linfa.

O forse è soltanto la voluttà della tua fame di pantera

a trasportarmi in luoghi più usi all’annodarsi

che al lacerarsi delle membra;

e l’abbandono di allora si ritrova in questa resa.

La differenza, come sempre, è tutta nel dolore:

ma ciò che gli sparsi filamenti dei nervi mi trasmettono

non è nulla in confronto a quel nero, a quel bianco,

al succore ancora vivo in me mentre muoio –

ed è per questo che la mia preghiera è diventata altra:

coguaro, divorami con calma.


image

Patrizia Villani

Sogno e
preghiera di Presencia

 

Presencia… echeggia il mio nome nell’aria ardente

del pomeriggio e io rispondo svegliandomi

di soprassalto alla chiamata, ricondotta a questo mondo

dalla voce di Aparicio, che mi arriva da lontano.

 

Non c’è il mio Aparicio, il corpo magro e forte

non mi stringe in questo letto vuoto e io mi sveglio

soffocando, fra rivoli di sudore che mi scorrono

sul petto e sulla gola, le mani gelate e il cuore

che batte come dopo una corsa o uno spavento.

 

Mi vida, mi amor – dove sei in questo interminabile

momento di desideri e attese, costretti a sprecare

i nostri giorni in questo esistere penoso e solitario –

io chiusa qui, nella baracca che chiamiamo casa

in questo arido villaggio di poveri e di vecchi

cerco di far sopravvivere il mio sogno di ragazza

mentre mi sforzo di mettere insieme pranzo e cena

fra i ricordi del mio desiderio di ballare stretta a te

nelle sere calde e colorate, la felicità del nostro amore

di giovani sposi, il fuoco e la passione che ha generato

Carnaciòn, i piani ingenui per il futuro, poi la realtà

di famiglia spezzata di migranti, gogna di vagabondi.

 

Tu, Aparicio, un tempo così orgoglioso e fiero,

il ragazzo più bello del villaggio, che nascondevi

il cuore dietro quella finta indifferenza

senza mai ingannarmi, neppure per un istante,

e adesso — sono passati solo pochi anni,

ma quasi sembra un’altra vita — costretto

a vagare chissà dove oltre un confine incerto

di filo spinato, il volto indurito da rughe di fatica,

bracciante disprezzato e necessario che si vende

all’alba, a chiedere lavoro come un’elemosina

o un favore in quella lingua di suoni rotolanti

e incomprensibili come una pioggia di ciottoli

nei canyon polverosi da cui siamo circondati.

 

La bambina mi chiede ogni giorno dove sei,

quando torni, se le porterai un regalo. Non so

più che dire, le mie risposte si fanno sempre più sottili

e trasparenti mentre (con il cuore stretto) le sorrido

e l’accarezzo – diventa ogni giorno più carina,

la vedrai nel vestitino rosso che ho appena finito

di cucirle, cresce così in fretta! – e mi guarda

con gli occhi fissi, neri, nel viso tondo liscio

e paffuto, non dice nulla, ha già l’espressione

rassegnata e antica che è diventata un cromosoma

della nostra razza triste di affamati stanchi di penuria,

noi, che eravamo una civiltà di impavidi guerrieri,

costruttori della splendida città sul lago, piena di vita,

bianchi palazzi e giardini sulle acque — e ora,

spogliati di ogni cosa, siamo soltanto povere prede

senza nome e senza voce, umiliate dal vicino,

o squartate dai signori della guerra e della droga.

 

Dove sei, mi amor? E quando torni? Anch’io

un tempo saggia e paziente non ce la faccio più

senza di te, a tavola il tuo posto sempre vuoto

mi scava il cuore, così apparecchio anche per te

come se tu dovessi comparire a momenti sulla soglia

per il tuo piatto preferito di tamales, che cucino

impastando farina, lacrime e ricordi, cercando

di nascondere il mio pianto alla bambina, allo sguardo

che va troppo lontano per i suoi pochi anni

e mi segue dappertutto, per la paura muta

e profonda che un giorno anch’io possa sparire

dietro la curva maledetta di quella strada bianca,

nella polvere che ti ha portato via già tante volte.

 

E la notte, nel letto costruito con le tue stesse mani,

immobile e silenzioso e freddo, fatico a dormire

e sogno pericoli e animali, crudeltà e colpi di fucile,

inseguimenti, l’inutile malvagità della policia de fronteras,

tremo senza il calore del tuo corpo saldo che mi tiene,

senza la bocca conosciuta che svelava ogni segreto

del corpo muto, e mi offriva la notte in sacrificio.

 

Dove sei, Aparicio? Ti prego chiamami, scrivimi

com’è l’America, dimmi quando ci rivedremo,

così che abbia una speranza verde da coltivare qui,

e una storia strana e avventurosa per Carnaciòn

che la renda orgogliosa e fiera di suo padre, e

ci renda per un poco la vita e l’attesa meno amare.

Annunci

One comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...