Mese: giugno 2015

Vertigini

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Principale responsabile, insieme a A qualcuno piace caldo e a L’appartamento, del mio struggente amore per Billy Wilder, Frutto proibito (The Major and the Minor, 1942) è il primo film americano scritto e diretto da Wilder. Raccontando la storia di una giovane donna che è costretta a fingersi bambina per potersi pagare la tariffa ferroviaria da New York City a Stevenson, Iowa, questo piccolo, vertiginoso capolavoro prende una
storia che in altre mani sarebbe stata una sciocchezza vagamente scabrosa e la presenta, la mostra come attraverso uno schermo liquido e cangiante, facendola diventare continuamente altra da quello che sembra essere:
sfuggente, guizzante, sempre in movimento verso quel nodo percettivo che qualsiasi spettatore disposto allo stupore può riconoscere in sé, esattamente a metà strada fra ragione e sentimento.

Non si contano le volte che ho rivisto questo film, né quelle che l’ho inflitto ai miei più meritevoli amici, che a un certo punto, esausti ed esasperati, hanno smesso di esserlo (nel senso che hanno smesso di essermi amici, ma ora che ci penso, così facendo hanno anche cessato di essere meritevoli.)

Non poteva quindi mancare, da parte mia, il tentativo di ricreare la stessa vertigine in poesia, evocando questa sorta di Lolita ante litteram, il più romantico ma anche uno dei più sottilmente trasgressivi fra i film wilderiani. Tratti ancora dalla serie Sophisticated Comedies (Ipotesi di caldo, Book Editore 2001), i versi sono questi:

 

Rifuggi da imbarazzo,
mio maggiore, evoca
con due sillabe
rapide e doppie la tua dolce
testarossa sdraiata
a provocare sul suo segno:

iride accorta, discola
di sesso e di calzini
arrotolati a fingere
distanza da se stessa,
ti fa domande a cui
ora puoi rispondere.

Sophisticated Comedies

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Il cinema, quello vero, mi nutre e disseta fin da quando, in età non sospetta, compresi che certi amori vanno consumati in solitudine, al buio, illuminati di riflesso da uno schermo vivo di immagini sognate.

Il mio modesto e personale omaggio all’età d’oro di Hollywood (quella di cui ora rimpiango di aver già visto tutti i film, e di non poter più soggiacere al brivido irripetibile della prima volta) si chiama Sophisticated Comedies, ed è una serie di brevi poesie della raccolta Ipotesi di caldo, pubblicata nel 2001 da Book Editore.  La forma, volutamente “chiusa”, è quella breve della canzonetta, la sostanza cantata è quella della commedia classica: Lubitsch, Hawks, Sturges, Capra, ma soprattutto l’immenso Billy Wilder.

Questa, in particolare, evoca Irma la dolce (1963), nelle figure dell’esimio barista/filosofo/economista/avventuriero/poeta Moustache, che qui vediamo esporre un trattato di economia politica che neanche Xu He, e naturalmente di lei, Irma/Shirley, cui sempre apparterrà ben più di una libbra del mio cuore:

 

Fissando qui lo sguardo
si ridesta dall’incanto
lo sciamano di spine
e miscele, di tombini
a nascondere riserve
del suo sapere assorto.
E tu, calzaverde scatenata, signora
della notte del ventre
di Parigi, Irma d’ambrosia,
figura danzante, tu sai
quanto è doppio il mio amore.

 

Maestri/Ghiannis Ritsos

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Ed ecco che è arrivato il momento dell’immenso Ghiannis Ritsos (o Yiannis, o Jannis, a seconda della grafia che più aggrada). L’aggettivazione è ovviamente del tutto personale, e riflette, più che un giudizio critico che non mi spetta, la verità di un incontro poetico ed esistenziale che mi cambiò la vita e che continua a nutrirla.

Si era nel lontano 1979, gli anni della protesta e del Movimento erano drammaticamente sfociati nel terrorismo e chi di noi, deluso dalla politica, cercava nuove strade di impegno e interesse doveva arrabattarsi a trovarle senza la gruccia di quella che allora (Gaber docet) si chiamava “partecipazione”. In altre parole, e come dice il Poeta, cavoli tuoi.

Le mie strade si chiamavano quella che una volta si definiva “musica creativa e improvvisata” (il copyright è di Franco Bolelli) e la poesia. Superata la sbronza rimbaudiana, che appartiene a ogni giovanotto che si rispetti ma che davvero non dovrebbe andare oltre (altra opinione strettamente personale, ma in fondo state leggendo il mio blog, quindi concedetemela) e deluso dalle velleità post-beat che avevano dato il loro ultimo vagito al Festival di Castelporziano, un giorno mi imbattei in un libro marroncino pubblicato da Guanda e intitolato “TRE POEMETTI – CRISÒTEMI ELENA ISMENE“ di un poeta greco contemporaneo, appunto Ghiannis Ritsos. L’ironica sottolineatura al fatidico incontro era data dalla fascetta apposta dall’editore, che recitava: PREMIO LENIN 1977.

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Ovviamente me lo accaparrai, e fu come se Zeus (visto che siamo in tema) avesse squarciato i cieli e mi avesse pungolato con un fulmine non letale, ma abbastanza intenso da farmi sentire odore di bruciato. Era il fumo che sorgeva dal mio cuore e dalla mia mente, presi d’assalto e abbrustoliti dai versi più evocativi, travolgenti, cantanti, epici, tragici, luminosi e musicali che avessi mai letto.

Versi lunghi, drammatici, narrativi, immaginifici e umanissimi, che per me fecero un’istantanea piazza pulita di tutto (o quasi) quello che avevo letto fino a quel momento; da allora Ritsos non mi ha mai abbandonato, e intendo proprio che il suo fantasma poetico continua ad abitarmi: il mio amore per la sua poesia non è una scelta, bensì qualcosa di più profondo e oceanico, un magma che col passare degli anni ha informato la mia scrittura e le mie ispirazioni, accompagnandomi fino a Califia.

Ecco allora, per la vostra gioia e meraviglia, il poemetto La sonata al chiaro di luna nella traduzione di Nicola Crocetti, parte del volume Quarta dimensione (Crocetti), libro che per quanto mi riguarda è la summa poetica di questo grande, indimenticabile Maestro:


 

La sonata al chiaro di luna

(Sera primaverile. Grande stanza di una vecchia casa. Una donna anziana, vestita di nero, parla a un giovane. Non hanno acceso la luce. Dalle due finestre entra un implacabile chiaro di luna. Ho dimenticato di dire che la Donna in Nero ha pubblicato due o tre interessanti raccolte di versi di ispirazione religiosa.
Dunque, la Donna in Nero parla al Giovane):

Lasciami venire con te. Che luna stasera!

La luna è buona – non si vedrà

che si sono imbiancati i miei capelli. La luna

me li farà ancora biondi. Non te ne accorgerai.

Lasciami venire con te.

Con la luna ingrandiscono le ombre nella casa,

mani invisibili tirano le tende,

un dito pallido scrive sulla polvere del piano

parole dimenticate – non le voglio sentire. Taci.
Lasciami venire con te

poco più avanti, fino al recinto del mattonificio,

fin dove la strada svolta e appare

la città d’aria e di cemento, calcinata dal chiaro di luna,

così indifferente e immateriale

così positiva, quasi metafisica,

che puoi finalmente credere che esisti e non esisti

che non sei mai esistito, non è esistito il tempo con la sua rovina.

Lasciami venire con te.

Ci siederemo un poco sul muretto, sull’altura,

rinfrescandoci al vento di primavera

e forse immagineremo di volare,

perché spesso, e perfino ora, sento il fruscìo della mia veste

che pare il battito di due ali forti,

e quando ti chiudi in questo rumore del volo

senti tendersi il collo, i fianchi, la tua carne,

e così stretto nei muscoli del vento azzurro,

nei nervi robusti dell’altezza,

non ha importanza che tu parta o torni

né conta che i miei capelli siano bianchi

(non è questo che mi dà pena – mi dà pena

che non mi s’imbianchi anche il cuore).

Lasciami venire con te.

Lo so, ciascuno cammina solo verso l’amore,

solo verso la gloria e la morte.

Lo so. L’ho provato. Non giova a niente.

Lasciami venire con te.

 

Questa casa è abitata dai fantasmi, mi scaccia –

voglio dire ch’è invecchiata molto, i chiodi si staccano,

i quadri è come se si tuffassero nel vuoto,

gli intonaci cadono in silenzio,

come il cappello del morto cade dall’attaccapanni nel corridoio scuro

come il guanto di lana consunto del silenzio cade dalle sue ginocchia

come una striscia di luna cade sulla vecchia poltrona sventrata.
Un tempo era giovane anche lei  – non la foto che guardi con tanta diffidenza,

parlo della poltrona, così riposante, potevi sedertici per ore

e a occhi chiusi sognare a tuo piacere

– un arenile umido e liscio, lucido per la luna,

più lucido delle mie scarpe di coppale che ogni mese do al lustrascarpe qui
all’angolo,

o della vela di un pescatore che si perde sul fondo cullata dal suo stesso
respiro,

una vela triangolare come un fazzoletto piegato di traverso

come se non avesse nulla da chiedere o da contenere

o da salutare sventolando. Ho sempre avuto la mania dei fazzoletti,

non per tenervi ripiegato qualcosa,

certi semi di fiori o camomilla raccolti nei prati verso sera,

o farvi quattro nodi, come il berretto degli operai del cantiere di
fronte,

o per asciugarmi gli occhi – ho conservato buona la vista;

non ho mai portato gli occhiali. Una semplice stravaganza i fazzoletti.

Adesso li piego in quattro, in otto, in sedici

per tenere occupate le dita. E ora mi ricordo

che ritmavo così la musica quando andavo al Conservatorio

col grembiule blu e il colletto bianco, con due trecce bionde

– 8, 16, 32, 64 –

per mano a un’amichetta-pesco tutta luce e fiori rosa,

(perdona queste parole – una cattiva abitudine) – 32, 64 – e i miei
riponevano

grandi speranze nel mio talento musicale. Dunque, dicevo, la poltrona –

sventrata – si vedono le molle arrugginite, la paglia –

pensavo di portarla dal mobiliere qui accanto,

ma chi ha il tempo, la voglia, i soldi  – che cosa riparare per prima? –

pensavo di buttarci su un lenzuolo – ho avuto paura

del lenzuolo bianco con questo chiaro di luna. Qui si sono sedute

persone che hanno sognato grandi sogni, come te, e come me del resto,

e che ora riposano sottoterra senza che la pioggia o la luna li disturbi.

Lasciami venire con te.

Ci fermeremo un po’ in cima alla scala di marmo di San
Nicola,

poi tu scenderai e io tornerò indietro

avendo sul fianco sinistro il calore del contatto casuale con la tua
giacca,

alcuni riquadri di luce delle piccole finestre del quartiere

e questo fiato bianchissimo della luna che sembra un corteo di cigni d’argento –

non ho paura di questa frase, perché io

molte notti di primavera, un tempo, ho dialogato con Dio, che mi è
apparso

nel manto di caligine e di gloria di un chiaro di luna come questo,

e molti giovani, più belli anche di te, gli ho sacrificato,

svaporando così, bianca e inaccessibile nella mia fiamma bianca, nel biancore del chiaro di luna,

incendiata dagli sguardi voraci degli uomini e dall’estasi incerta degli
adolescenti,

assediata da stupendi corpi abbronzati,

da membra robuste addestrate nel nuoto, nei remi, nell’atletica, nel calcio
(che fingevo di non vedere),

da fronti, labbra, colli, ginocchia, dita e occhi

toraci, braccia, cosce (e davvero non li vedevo)

– sai, certe volte, ammirando, dimentichi quel che ammiri, ti basta
l’ammirazione –

Dio mio, che occhi pieni di stelle, e mi elevavo in un’apoteosi di stelle
rifiutate

perché, così assediata, dentro e fuori,

non mi restava altra via che verso l’alto o il basso. – No, non basta.

Lasciami venire con te.

Lo so che s’è ormai fatto tardi. Lasciami venire,

poiché per tanti anni, giorni e notti e meriggi purpurei, sono rimasta sola,

irriducibile, immacolata e sola,

perfino nel mio letto nuziale immacolata e sola,

scrivendo versi gloriosi sulle ginocchia di Dio,

versi che, ti assicuro, resteranno come scolpiti su un marmo irreprensibile

oltre la mia vita e la tua, molto oltre. Non basta.

Lasciami venire con te.

 

Non fa più per me questa casa.

Non sopporto di averla sulle spalle.

Devi sempre badare a questo e a quello,

a puntellare il muro con la grande credenza

a puntellare la credenza con l’antichissimo tavolo intagliato

a puntellare il tavolo con le sedie

a puntellare

le sedie con le mani

a sostenere con la spalla la trave che ha ceduto.

E il piano, chiuso come un feretro nero. Non osi aprirlo.

Sempre badare a questo e a quello, che non cada, a non cadere tu. Non ce la
faccio.

Lasciami venire con te.

Questa casa, pur con tutti i suoi morti, non vuol saperne di morire.

Si ostina a vivere con i suoi morti

a vivere dei suoi morti

a vivere della certezza della sua morte

perfino a sistemare i suoi morti su letti e mensole pericolanti.

Lasciami venire con te.

 

Qui, per quanto piano io cammini nel fiato della sera,

in pantofole o scalza,

qualcosa scricchiola, – s’incrina un vetro o uno specchio,

si odono passi, – non sono i miei.

Fuori, per strada, può darsi che non si odano questi passi, –

il pentimento, dicono, porta scarpe di legno, –

e se fai per guardare in questo specchio o in quello,

dietro la polvere e le incrinature,

scorgi più opaco e frantumato il tuo viso,

il tuo viso: non chiederesti altro alla vita che di conservarlo puro e
compatto.

 

L’orlo del bicchiere riluce al chiaro di luna

come un rasoio circolare – come portarlo alle labbra,

pur così assetata? – come? – Vedi?

Ho ancora voglia di similitudini, – m’è rimasto questo,

questo mi rassicura ancora che non manco.

Lasciami venire con te.

A volte, quando fa sera, ho la sensazione

che fuori dalle finestre passi l’ambulante con la sua vecchia orsa
pesante

dal pelo pieno di spine e lappole

sollevando la polvere sulla strada del quartiere,

una nube solitaria di polvere che incensa il crepuscolo,

e i bambini sono tornati alle loro case per la cena e non li lasciamo più
uscire

benché dietro i muri loro indovinino i passi della vecchia orsa –

e l’orsa stanca incede nella saggezza della sua solitudine, senza un dove e un perché –

s’è appesantita, non riesce più a ballare sulle zampe posteriori,

non riesce a portare la cuffia merlettata per far divertire i bambini, gli
sfaccendati, gli esigenti,

vuole solo stendersi in terra

lasciando che le calpestino il ventre, giocando così il suo ultimo gioco

mostrando la sua tremenda forza di rinuncia,

la sua disobbedienza agli interessi altrui, agli anelli nelle labbra, alla
necessità dei denti,

la sua disobbedienza al dolore e alla vita

con l’alleanza certa della morte – foss’ anche di una morte lenta –

la sua estrema disobbedienza alla morte con la continuità e la cognizione della vita

che con la conoscenza e l’azione sale al di sopra della sua schiavitù.

Ma chi può giocare fino alla fine questo gioco?

E l’orsa si rialza e cammina

obbediente al suo laccio, agli anelli, ai denti,

sorridendo con le labbra lacere alle monete dei bambini belli e privi di
sospetto

(belli proprio perché privi di sospetto)

dicendo grazie. Perché gli orsi invecchiati

hanno solo imparato a dire: grazie, grazie.

Lasciami venire con te.

Questa casa mi soffoca. Anzi la cucina

è come il fondo del mare. I bricchi appesi brillano

come grossi occhi tondi di incredibili pesci,

i piatti si muovono lenti come meduse,

alghe e conchiglie mi s’impigliano tra i capelli – non riesco più a
staccarle,

non riesco a risalire in superficie –

il vassoio mi cade di mano senza rumore, – mi accascio

vedo salire, salire le bolle del mio respiro

tento di svagarmi guardandole

e mi chiedo cosa direbbe chi dall’alto vedesse queste bolle,

forse che qualcuno annega o che un sommozzatore sta esplorando gli
abissi?

E davvero, non di rado scopro lì, nel fondo dove annego,

coralli e perle e tesori di navi naufragate,

incontri imprevedibili, di ieri, di oggi e del futuro,

quasi una conferma di eternità,

un certo sollievo, un certo sorriso d’immortalità, come si dice,

una felicità, un’ebbrezza, perfino un entusiasmo,

coralli, perle e zaffiri;

solo che non so donarli – no, li dono;

solo che non so se loro possono prenderli – comunque io li dono.

Lasciami venire con te.

Un momento, che prendo la mia maglia.

Con questo tempo instabile, comunque, dobbiamo premunirci.

C’è umidità la sera, e la luna

non ti pare, davvero, che faccia aumentare il fresco?

 

Lascia che ti abbottoni la camicia – che petto forte hai,

– che luna forte, – la poltrona, dico – e quando sollevo la tazzina dal
tavolo

resta sotto un foro di silenzio, vi poso su la mano

per non guardare dentro, – rimetto la tazzina al suo posto;

anche la luna è un foro nel cranio del mondo – non guardarci dentro,

è una forza magnetica che attira – non guardare, non guardate,

ascoltate quello che vi dico – vi cadrete dentro. Questa bella vertigine,

leggera – attento, cadi  –

è un pozzo di marmo la luna,

si muovono ombre, ali mute, voci misteriose – non le udite?

Profonda la caduta,

profonda la risalita,

l’aerea statua tesa tra le sue ali aperte,

profonda l’implacabile carità del silenzio, –

luci tremule sull’altra riva, mentre oscilli sulla tua stessa onda,

respiro dell’oceano. Leggerissima, bella

questa vertigine – sta’ attento che cadi. Non guardare me,

il mio posto è l’oscillazione – la stupenda vertigine. Così ogni sera

ho un po’ di mal di testa, certi capogiri.

Spesso faccio un salto alla farmacia di fronte, per qualche aspirina,

a volte non mi va e resto col mal di testa

a sentire il rumore sordo dei tubi dell’acqua dentro i muri,

o mi faccio un caffè; sempre distratta

e smemorata, ne preparo due – chi berrà il secondo? –

buffo davvero, lo lascio sul davanzale a raffreddarsi,

o a volte bevo anche l’altro, guardando dalla finestra la lampada verde della farmacia

come la luce verde di un treno silenzioso che mi viene a prendere

con i miei fazzoletti, le mie scarpe sformate, la mia borsa nera, le mie
poesie,

senz’alcuna valigia – farne che?

Lasciami venire con te.

Ah, te ne vai? Buonanotte. No, non vengo.
Buonanotte.

Tra poco esco. Grazie. Perché infine bisognerà che esca da questa casa rotta.

Devo vedere un po’ di città – no, non la luna –

la città con le sue mani callose, la città del salario quotidiano,

la città che giura sul pane e sul suo pugno,

la città che ci regge tutti in spalla

con le nostre miserie, le cattiverie, le nostre inimicizie,

con le nostre ambizioni, la nostra ignoranza e la vecchiezza –

devo sentire i grandi passi della città,

per non sentire più i tuoi passi

né i passi di Dio, né i miei passi. Buonanotte.

(La stanza si fa buia. Si vede che una nube ha coperto la luna. D’un tutto, come se
qualcuno avesse alzato la radio del bar vicino, si udì una frase musicale molto
nota. Compresi allora come tutta questa scena fosse stata accompagnata a basso
volume dalla
Sonata al chiaro di luna, solo la prima parte. Ora il Giovane starà scendendo con un sorriso ironico, forse di commiserazione, sulle labbra ben disegnate, e con un senso diliberazione. Quando sarà arrivato a San Nicola, prima di scendere la scala di marmo, riderà, – un riso forte, irrefrenabile. La sua risata non suonerà affatto sconveniente sotto la luna. L’unica cosa sconveniente, forse, è che non c’è nulla di sconveniente. Poco dopo il Giovane tacerà, si farà serio e dirà: «La decadenza di un epoca». Così, ormai completamente tranquillo, si sbottonerà di nuovo la camicia  e andrà per la sua strada. Quanto alla Donna in Nero, non so se sia infine uscita di casa. Il chiaro di luna splende di nuovo. E
negli angoli della stanza le ombre si stingono per un incontenibile
contrizione, quasi un’ira, non tanto per la vita, quanto per l’inutile
confessione. Sentite? La radio continua.)

 Atene, giugno 1956

(Traduzione di Nicola Crocetti)

Di uomini e puma

Uno dei tre poemetti che figurano in Califia, L’ultima preghiera di Aparicio nelle fauci del coguaro, mi è stato ispirato dalla lettura di uno straordinario libro di Luis Alberto Urrea, The Devil’s Highway, sulle tragiche conseguenze dei disperati e tristemente attuali flussi migratori (in quel caso si parlava di Messico e Stati Uniti, ma il discorso vale purtroppo, come ben sappiamo, a tutte le latitudini in cui il Sud del mondo confina con il Nord). Il primo incontro con Urrea, che è anche un eccezionale romanziere (The Hummingbird’s Daughter e Queen of America sono due capolavori di meticciato letterario) lo devo d’altra parte al mio caro amico John Connolly, di cui ho tradotto quasi tutto ciò che ha scritto, nel suo agghiacciante (è un complimento) L’angelo delle ossa.

Ma la storia di Aparicio non ha solo origini letterarie. L’idea della piantagione clandestina di marijuana dietro i canyon di Malibu ha solide basi nella realtà, e l’irruzione del coguaro sulla scena umana ha origine nell’avvistamento di un puma da parte di mia suocera (ebbene sì) su Kanan Road, a pochi chilometri da casa.

E poi c’è la storia pregressa del poemetto e in realtà dell’intero Califia, che nasce da un lavoro poetico cominciato anni fa come una sorta di “call and response” fra me e Patrizia Villani, amica e bravissima collega in poesia (qui potete ordinare la sua splendida raccolta Conversazioni necessarie, edita da Raffaelli). L’idea iniziale era quella di compiere un percorso parallelo “sulle tracce dell’America” (che guarda caso è il titolo del prossimo, ancora inedito libro di Patrizia: editori fatevi avanti, astenersi perditempo), spinti e motivati da una comunanza tanto culturale quanto biografica. Poi, come accade spesso in viaggio e in poesia, le nostre strade (di scrittura, non certo di amicizia) si divisero, portando alla nascita di due raccolte separate.

Ma le corrispondenze non dovevano essersi esaurite, poiché poco dopo che le feci leggere L’ultima preghiera di Aparicio Patrizia mi sorprese e incantò con la sua bellissima, toccante risposta, Sogno e preghiera di Presencia, in cui riprende il personaggio della moglie di Aparicio, soltanto evocato nel mio poemetto, e le dona una voce indimenticabile. Per questo ho voluto qui pubblicare entrambi i poemetti in sequenza, nella versione “speciale” che Patrizia e io abbiamo adottato nelle nostre letture pubbliche.

Seguite il coguaro nel suo balzo e lanciatevi nella lettura dei nostri due blues in poesia…

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Stefano Bortolussi

L’ultima preghiera di Aparicio nelle fauci del coguaro

 

Dietro la roccia scolpita dal tempo a testa di santo,

più sottile del normale e allungata

come se una forza del cielo la traesse ogni giorno,

appena al di là della curva a gomito di quello che qui passa per sentiero,

dove l’ombra del chaparral si fa maculata:

lì mi aspettavi pronto allo scatto, al balzo, alla zampata.

Ma il primo affondo non è stato tuo;

l’ha preceduto un pensiero, guizzante come mariposa,

ridicolo perfino nella sua logica fallibile:

se il destino è davvero scritto in un nome,

Aparicio non dovrebbe appartenere a questo bipede migrante

bensì a te, onza di leggenda, quitamiztli dei padri delle alture

o forse solo ultimo nato di una nidiata come altre

fra le gole e le pietre e i cacti del tuo mondo

ma ora, qui davanti a me, tanto possente

nella tua posa naturale di quadrupede

da richiamare alla mente spoglia della preda umana

una sola frase, una preghiera: coguaro, sii veloce.

 

Sii rapido, coguaro, a porre fine a questa marcia

nella polvere volatile del canyon che conduce a casa,

il povero intreccio di lamiera e legno marcio

nella cuna del terreno dipinto di mirto e larrea,

un luogo che potresti aver visitato cento volte

nelle cento notti in cui vi ho chiuso un occhio solo,

l’altro sbarrato a studiare la sera invadente

dagli spiragli fra le assi deformate dal caldo

o dal semplice sforzo di offrire riparo dal vento,

dal buio mai completo della notte,

dalle carnivore intenzioni di chi come te

è composto di fame, fiuto, fasci bruti.

Eppure non hai mai bussato a quella parodia di una porta:

forse ti sei anche avvicinato, quando il mio odore esausto

ti era giunto più intenso alle narici,

ma ti sei guardato dallo sferrare la zampata decisa

che l’avrebbe cancellata in un istante,

aprendo uno squarcio sul coperchio di stelle del cielo:

non l’hai fatto.

 

Hai atteso il momento di massima ironia:

in pieno giorno sei voluto apparire ad Aparicio

come uno scherzo divino, ricordo dei tempi in cui eri sacro all’azteco

e un tuo ruggito chiamava l’attenzione del dio piumato

ai sacrifici dell’umano.

In questo pomeriggio di luce e stanchezza

ti sei voluto celare dietro il gomito di pietre e cespugli,

quando l’unico pensiero del migrante di ritorno

andava a Presencia, giovane moglie d’ocra e ossidiana,

e a Carnacion, la piccola dalle forme ancora vaghe.

Hai voluto sorprendere l’ometto dal volto di argilla,

forse avvertito dall’aroma dolce della sensimilla

che insiste a ghermirlo anche dopo il lavoro

di un giorno nato come tanti

e in un baleno dal tuo alito caldo trasformato

nel passo di troppo oltre un crinale di barranca.

 

Poco lontano, in direzione del declivio

che riporta alla piantagione clandestina,

il relitto tutto ruggine e terra di un Chevy del ‘38

sembra acquattato nella macchia quasi fosse

pronto a balzare su di te, su di me,

sulle nostre membra ormai così intricate

che l’unica nota a distinguerle è il rosso lucore della linfa vitale

– perché il rapporto fra noi è semplice: io sanguino, tu sbrani.

Il sole si cala nel mare come un bimbo paffuto

dal costume arancione, finalmente deciso

a rischiare il brivido delle correnti e il bruciore agli occhi degli spruzzi:

ma la tenera bellezza del momento si stempera

quando le carni si guardano a distanza,

un braccio e l’altro separati non più solo dal torso che li univa

ma ormai da qualche metro di polvere e furia.

 

Forse ti è indifferente, intento come sei

a rendere le mie membra ormai sparse al tuo sistema digerente

e la mia anima agli dei che ti governano,

ma così facendo mi forzi a dire addio

alla magia dei giorni nati dalla sera in cui Presencia

mi si parò davanti, quinceanera,

più radiosa della Vergine che sorrideva fra le gale

dal declivio d’ombre del suo petto in boccio

e mi chiese  – inaudito –  di condurla nella danza

sulle note della sua canzone: te la canterei, coguaro,

se mi avessi lasciato una gola con cui farlo.

Ora di loro resta solo l’assenza, qui nella terra

segnata dai punti esclamativi dei tuoi artigli

e dai cerchi innocui delle impronte simili a disegni

di bambini ancora ignari del pericolo in agguato.

Lo troverai sorprendente, ma nell’uomo la mancanza degli amati

cresce in proporzione inversa a quanto resta del corpo

dopo l’assalto della belva che l’ha scelto come preda:

può darsi sia una legge dinatura, tanto pensiero per tanta carne lacera,

ma non è nella natura del migrante

soffermarsi a osservare ciò che capita,

occupato com’è a fare di tutto per evitare che succeda.

E ciò malgrado è accaduto, o meglio è in pieno accadimento,

questo iniquo interscambio fra noi due,

e mentre mi dissanguo non posso fare a meno di pensare

a quanto sia cònsono questo a questa terra,

così vicina a casa nei profumi e nelle fughe dello sguardo

ma infine sfuggente, il lato buio del sogno di una vita nuova.

 

Vi arrivai, assetato di liquidi e speranze,

con il seme di un’intenzione di riscossa,

e troppo presto mi ritrovai al servizio di un’erba potente senza semi.

Nella tua atavica fame non lo sai, puma divino,

ma anche i più nobili disegni sono segnati da confini;

e quando devi accettare il giorno per il buon motivo

che non ne sorge altro, non puoi che abbandonarli

alla frontiera del tuo ieri.

 

E forse allora non è un caso che ciò che vedo adesso,

con chiarezza, dietro questa cataratta di polvere e sangue,

appartenga a uno ieri non più mio:

la perfetta, scura fonte di Presencia,

nera come le acque di una cava d’onice nelle poche sere senza luna,

la timorosa offerta sul bianco della vecchia tovaglia

stesa a terra nella piccola conca

stretta dall’abbraccio di ocotillo, paloverde e mesquite

e sorvegliata dalle torri severe del cardòn,

la prima volta che portai le labbra fra le sue e bevvi la sua linfa.

O forse è soltanto la voluttà della tua fame di pantera

a trasportarmi in luoghi più usi all’annodarsi

che al lacerarsi delle membra;

e l’abbandono di allora si ritrova in questa resa.

La differenza, come sempre, è tutta nel dolore:

ma ciò che gli sparsi filamenti dei nervi mi trasmettono

non è nulla in confronto a quel nero, a quel bianco,

al succore ancora vivo in me mentre muoio –

ed è per questo che la mia preghiera è diventata altra:

coguaro, divorami con calma.


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Patrizia Villani

Sogno e
preghiera di Presencia

 

Presencia… echeggia il mio nome nell’aria ardente

del pomeriggio e io rispondo svegliandomi

di soprassalto alla chiamata, ricondotta a questo mondo

dalla voce di Aparicio, che mi arriva da lontano.

 

Non c’è il mio Aparicio, il corpo magro e forte

non mi stringe in questo letto vuoto e io mi sveglio

soffocando, fra rivoli di sudore che mi scorrono

sul petto e sulla gola, le mani gelate e il cuore

che batte come dopo una corsa o uno spavento.

 

Mi vida, mi amor – dove sei in questo interminabile

momento di desideri e attese, costretti a sprecare

i nostri giorni in questo esistere penoso e solitario –

io chiusa qui, nella baracca che chiamiamo casa

in questo arido villaggio di poveri e di vecchi

cerco di far sopravvivere il mio sogno di ragazza

mentre mi sforzo di mettere insieme pranzo e cena

fra i ricordi del mio desiderio di ballare stretta a te

nelle sere calde e colorate, la felicità del nostro amore

di giovani sposi, il fuoco e la passione che ha generato

Carnaciòn, i piani ingenui per il futuro, poi la realtà

di famiglia spezzata di migranti, gogna di vagabondi.

 

Tu, Aparicio, un tempo così orgoglioso e fiero,

il ragazzo più bello del villaggio, che nascondevi

il cuore dietro quella finta indifferenza

senza mai ingannarmi, neppure per un istante,

e adesso — sono passati solo pochi anni,

ma quasi sembra un’altra vita — costretto

a vagare chissà dove oltre un confine incerto

di filo spinato, il volto indurito da rughe di fatica,

bracciante disprezzato e necessario che si vende

all’alba, a chiedere lavoro come un’elemosina

o un favore in quella lingua di suoni rotolanti

e incomprensibili come una pioggia di ciottoli

nei canyon polverosi da cui siamo circondati.

 

La bambina mi chiede ogni giorno dove sei,

quando torni, se le porterai un regalo. Non so

più che dire, le mie risposte si fanno sempre più sottili

e trasparenti mentre (con il cuore stretto) le sorrido

e l’accarezzo – diventa ogni giorno più carina,

la vedrai nel vestitino rosso che ho appena finito

di cucirle, cresce così in fretta! – e mi guarda

con gli occhi fissi, neri, nel viso tondo liscio

e paffuto, non dice nulla, ha già l’espressione

rassegnata e antica che è diventata un cromosoma

della nostra razza triste di affamati stanchi di penuria,

noi, che eravamo una civiltà di impavidi guerrieri,

costruttori della splendida città sul lago, piena di vita,

bianchi palazzi e giardini sulle acque — e ora,

spogliati di ogni cosa, siamo soltanto povere prede

senza nome e senza voce, umiliate dal vicino,

o squartate dai signori della guerra e della droga.

 

Dove sei, mi amor? E quando torni? Anch’io

un tempo saggia e paziente non ce la faccio più

senza di te, a tavola il tuo posto sempre vuoto

mi scava il cuore, così apparecchio anche per te

come se tu dovessi comparire a momenti sulla soglia

per il tuo piatto preferito di tamales, che cucino

impastando farina, lacrime e ricordi, cercando

di nascondere il mio pianto alla bambina, allo sguardo

che va troppo lontano per i suoi pochi anni

e mi segue dappertutto, per la paura muta

e profonda che un giorno anch’io possa sparire

dietro la curva maledetta di quella strada bianca,

nella polvere che ti ha portato via già tante volte.

 

E la notte, nel letto costruito con le tue stesse mani,

immobile e silenzioso e freddo, fatico a dormire

e sogno pericoli e animali, crudeltà e colpi di fucile,

inseguimenti, l’inutile malvagità della policia de fronteras,

tremo senza il calore del tuo corpo saldo che mi tiene,

senza la bocca conosciuta che svelava ogni segreto

del corpo muto, e mi offriva la notte in sacrificio.

 

Dove sei, Aparicio? Ti prego chiamami, scrivimi

com’è l’America, dimmi quando ci rivedremo,

così che abbia una speranza verde da coltivare qui,

e una storia strana e avventurosa per Carnaciòn

che la renda orgogliosa e fiera di suo padre, e

ci renda per un poco la vita e l’attesa meno amare.