Mese: maggio 2015

Maestri: Ted Hughes legge Pike


Ted Hughes è uno dei poeti che mi hanno insegnato a guardare alla Natura come a un portento in continuo divenire, una manifestazione, talvolta anche violenta e sgradevole ma proprio per questo sempre potente, della magia del mondo.

Questa che potete sentire letta da lui (cliccando sulla sua foto oppure qui) è una superba poesia sul poco nobile luccio, pesce di fiume che non appartiene di certo al pantheon delle creature più attraenti e come dire, “poetiche” del creato.

Ma cosa possono fare l’ispirazione e la visione di un grande poeta…

Rotte alate


A volte le strade poetiche si incrociano nei più curiosi dei modi, forse a confermare il mistero che sta alla base della scrittura in versi.

Roberto Mussapi (questo il suo sito) è per me un ispiratore e un maestro, oltre che un amico, ma quando la scorsa estate, in seguito alla misteriosa, epifanica visita di un glorioso esemplare di gufo nel bel mezzo di una cena in giardino nella mia augurale California, non potei fare a meno di dedicarvi una poesia, giuro che mi ero (freudianamente?) dimenticato di una sua meravigliosa, fiabesca lirica uscita nel 2007 nella raccolta La stoffa dell’ombra e delle cose.

Il fatto che la poesia di Mussapi si intitoli Bubo Bubo, e sia quindi dedicata al membro più nobile della famiglia, il gufo reale, laddove la mia canta il meno illustre gufo comune, o Asio otus, è certamente da ascriversi a motivi geografici, visto che in America il gufo reale non esiste; ma nulla può togliermi dalla testa il sospetto che gli alati sappiano distinguere i loro testimoni poetici, e che il mondo naturale come lo vedo io, magico e numinoso e infinitamente saggio, scelga di manifestarsi e farsi cantare come meglio crede: e così, gufo delle nevi per Harry Potter, gufo reale per Mussapi, gufo comune per Bortolussi.

Senza falsa modestia, è giustizia poetica.


BUBO BUBO

Tu non conosci la selva, il buio,

non hai coscienza delle ombre intrecciate

che serrano il mondo trascorso l’imbrunire,

ti lasci avvolgere e cullare da loro,

scivoli adagio nel sonno, non le vedi

stringersi attorno a te con tutto il buio

che un giorno fu scisso nel creato.

Sì, io già allora volavo,

in alto, sulle vette, con i falchi e le aquile,

e al tramonto ritornavo al nido, chiudevo gli occhi anch’io.

Poi la vidi, dall’alto, prima di sera,

bianca, distesa nell’urna, addormentata,

con le ombre delle querce che si addensavano

fino a coprirla, a portarmela via.

Scesi, planando, con le ampie ali,

giunsi alla sua urna che era già buio.

Tu non conosci la selva e le sue voci,

gli atomi di luce che compulsi negli occhi

per farle chiaro, per tenerla in vita.

Su un ramo ammantato, pregando il Sole,

io ricevetti il suo dono,

i miei occhi si dilatarono in fari,

vidi la notte, il bosco, sentii respirare

la linfa degli alberi e il sonno degli umani.

E come avevo previsto o presognato

lui giunse, a cavallo, col corteo,

la vide, scese, già preso e rapito,

e lei si risvegliò alla sua voce,

stupita, incerta in quel primo sorriso.

Piansi quando lui la baciò e portò via.

Ma ero stato io a tenerla in vita,

nel lungo sonno e nella silente attesa,

perché tornasse al vostro reame.

Non hai bisogno di conoscere il buio

e le ombre della selva e il velo della luna,

io sono qui, ai confini, tra la città e la campagna

accanto alle soffitte e sotto il cielo,

c’è luce nei miei occhi, ti fa luce

nella tua mente nel sonno e nel buio

l’amore che mutò la mia natura

dalle vette celesti alle ombre cupe,

io ali chiuse, Bubo Bubo, custode.


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OTUS

 Ha un metro di apertura alare e ne misura

mezzo nei casi segnalati più notevoli,

ma il gufo che ci siamo visti passare

davanti agli occhi carezzati dalla brezza scura

mossa dal suo volo pareva disprezzare per natura

ogni vano afflato di misura, allungando l’ombra

del suo corpo nelle ombre della sera spezzata

dalla sua comparsa e subito scomparsa,

linea retta di volo dall’occidente

vuoto di sfere alla luna orientale,

rotta offerta in fruscio al nostro bisogno

immediato di ragioni: perché un volo così basso?

perché rasente la scarpata che divide

dal resto ciò che è nostro?

Il suo passaggio, lacerando il quadro orizzontale

che davanti si offriva e uscendone

senza concessioni alla platea,

spezzava la nostra solita propensione al retroscena.