L’innato autolesionismo del plantigrado

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Dopo le meraviglie di Immram di Paul Muldoon pubblico qui nella sua interezza il mio personale contributo (tratto da Califia) a un genere che forse neanche esiste, quello della poesia noir.

L’idea è quella di trovare (o meglio inventare) un punto di contatto fra le atmosfere e le storie del noir californiano e i miti metamorfici ovidiani: da qui l’ambientazione hollywoodiana del Chateau Marmont, glorioso e famigerato albergo sede di tanti misteri e tragedie, il personaggio del detective dal passo ursino (l’immenso Mitchum ne è l’incarnazione più pregnante), la dark lady dai capelli rosso miele, il committente con l’incarico impossibile, la sconfitta epocale del detective e la sua punitiva trasformazione nell’orso che sotto sotto è sempre stato, ma che ora sarà in senso letterale.

A soffiare su tutto un vento caldo un po’ sfiatato e stanco, ma soprattutto un senso di assenza dovuto alla scomparsa di una magia: quella delle storie di un cinema che non sa più raccontare né raccontarsi.

Altre ispirazioni e suggestioni sparse: l’irraggiungibile versione di Farewell, My Lovely realizzata da Dick Richards nel periodo d’oro della New Hollywood (vedi foto con Mitchum/Marlowe); la scena del tè subacqueo nella piscina del Chateau Marmont in Somewhere, tremendo film di Sofia Coppola graziato dalla sublime presenza di Elle Fanning; e ovviamente tutto Ross Macdonald, dalla prima all’ultima riga.


L’innato autolesionismo del plantigrado

                                                        You’re not human tonight, Marlowe.

                                                         (Raymond Chandler)

 

Il giorno sembrava uno come tanti,

il vento caldo si era speso nello sforzo vano

di riportare in città la sabbia di Padre Deserto,

e il sole celato dietro le fronde del Chateau Marmont

pareva quasi offeso, come sfiorato dall’idea

di mai più sorgere dai monti né calarsi in mare.

Oltre la curva del sentiero il profumo di eucalipto

consolava l’autore disilluso di turno,

e nella stanza/ufficio una mosca giocava esperta

con i miei ultimi brandelli di pazienza,

ronzando di sprezzo per la decadenza del detective

da stella dell’indagine a volo di falco

a plantigrado d’albergo, procione rovistante nei rifiuti,

orso ciondolante fra stanze e corridoi.

Basti questo, in sede di presentazione,

per dipingermi nello stato meno disposto

all’emozione: nulla, pensavo, sarebbe riuscito

a riscuotermi da una primavera in cui

per la prima volta mi sentivo stanco e vecchio.

Ma a quanto pareva non avevo fatto bene i conti

con me stesso: dalla somma totale mi era sfuggito

qualche sparso fattore decimale, una frazione o due,

forse l’eccezione alla regola algebrica del sé:

il moto reattivo del capo nell’udire una frase,

lo scatto d’orgoglio del mento sollevato al ricordo

di quando mi trovavo nel punto più alto di Mulholland

e dominavo la distesa di liquide luci e cartongesso.

Nei conti, se mai li avevo fatti,

non avevo neppure inserito la variabile,

non ancora impazzita ma ben lanciata sui tornanti

del senno perduto, che la frase sarebbe uscita

dalle labbra di una rossa di miele d’acacia,

di cui l’urside è famosamente ghiotto;

e che le stesse labbra, pronunciata la richiesta d’aiuto,

si sarebbero atteggiate a calamita finché

non vi avessi apposto le mie di cavalier stanziale,

per infine staccarsi e intonare il suo numero di stanza.

Scordavo, seguendola come orso balcanico al guinzaglio,

che “miele” ai piedi di queste colline è sinonimo

di trappola più ancora che sulle alture inabitate.

Era infatti dei loro, la rossa viscosa di succori

e sguardo verde; ma non badai al segnale

universale di pericolo, scegliendo di correrlo

o meglio dalla corsa facendomi scegliere,

bendato da ciò che vedevo e da nient’altro

– e a loro finii per essere condotto.

Se quello era il luogo in cui nascevano i sogni,

doveva essere perseguitato dall’insonnia:

nulla di più lontano da ciò che ti proietti

appena prima che lo spettacolo cominci,

di ciò che immagini prima ancora delle immagini.

Parola loro: “L’incarico che fa al caso suo”.

Parola mia silente, un’impresa impossibile

nella terra dove tutto pareva possibile:

ritrovare le storie che non abitavano più qui,

le storie smarrite, le storie dileguate.

Il panico si era diffuso nella città di luci e lustrini

come fuoco acceso dal briccone dei venti,

ma senza fare terra bruciata, piazza pulita,

salutare distesa di ceneri da cui nasce il nuovo;

aveva seminato una calma piatta d’inazione

e abbandono, il lato opaco della moneta d’arroganza:

si stendeva sui finti quartieri degli studios

come lustra macchia di grezzo sull’oceano,

tarpando di nero le ali di chiunque

tentasse un volo di scene, battute, dissolvenze.

Storie scomparse, prosciugate come gli agrumeti

di Pomona e Pasadena sacrificati alla sete inumana

della Città degli Angeli: e yours truly,

pena un’improvvisa siccità di secondi e terzi atti,

avrebbe dovuto sguainare artigli e astuzie

e riportarle a chi le reputava proprie,

badando bene a salvarne gli inizi, i finali

e già che c’era anche le soffici parti intermedie.

Avessi avuto capacità di divinare, la stessa

che sembrava disertare i numi degli uffici

dove l’aria si faceva rarefatta, mi sarei ritratto

fra le mura diroccate del Chateau, sollevando

il ponte levatoio di una scusa: sciatica, Tourette,

disturbo bipolare, avevo l’imbarazzo della scelta.

Per chissà quale atavico motivo non lo feci;

mi tenni i malanni che già sgomitavano

in cerca di primato e vi aggiunsi

la massima afflizione del detective,

il caso maledetto. E quando finalmente,

privo delle risposte pretese, presentai rapporto,

già sapevo che ne avrei risposto di persona

a un tratto non grata, e che come da copione

in questa città non avrei più lavorato.

Per i miei peccati ero incappato senza volerlo

nel vero, nel segreto nascosto nel pieno del sole

a occidente: se le storie non erano più qui,

non significava che fossero perdute:

stanche di ripetersi, prive ormai di voce,

si erano consegnate al vento, alle onde,

alle rocce, alle fughe da vertigini dei passi,

alle verginali aperture dei canyon;

non erano più soltanto qui ma tutt’attorno,

presenti a chiunque sapesse riconoscerle nel giorno.

I numi essendo numi, la loro reazione non fu umana:

dalla vetta del loro monte di acciaio e cristallo

mi bandirono con l’accusa di furto di fabula,

seguito dalla rossa sciolta in miele:

il miele che ora, erto su nuove zampe posteriori,

sono coartato a lappare senza tregua

– ormai storia anch’io fra tante, voce

fra voci che dicono a chi sente:

“Ascolta quello che ho da raccontare”.

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