Fuor d’acqua: un primo tuffo

Il mio primo romanzo Fuor d’acqua, pubblicato da peQuod nel 2004 ma uscito ancora prima in inglese per i gloriosi tipi della City Lights di Lawrence Ferlinghetti, è ora disponibile in una scintillante versione ebook grazie a VandA.epublishing.
Costa solo tre euro e novantanove (che sono quattro euro meno il classico
centesimo che per gli uffici marketing fa la differenza), possiede
pagine che non ingialliscono nel tempo ed è perfino possibile che in
questi dieci anni non sia ingiallito nemmeno nel contenuto. C’è solo un modo per scoprirlo, ed è leggerlo.

Per facilitarvi il compito, in esclusiva per i lettori di l’autore a pezzi e per gentile concessione di VandA, qui di seguito pubblico un estratto del primo capitolo. Tuffatevi nelle (dis)avventure di Cardo Mariano con quel lieve, gradevole brivido di shadenfreunde che è il segreto di ogni buona lettura, e a quel punto, se ne avete voglia (un’affascinante amica usava dire “se vi viene naturale”) cliccate sulla copertina (oppure qui) e vedrete che in questa nostra magica e spaventevole età aggiudicarsi un libro è la cosa più facile che esista.

Buona lettura a tutti.


Lo spinoso pomeriggio del Cardo

L’aveva già notata, vestita soltanto con un reggiseno da atletica e un paio di lucidi, aderenti pantaloncini da ciclista che ne mettevano in risalto le forme esageratamente tondeggianti ma per lui curiosamente seducenti – un ricordo di grasso infantile nella curva decisa delle natiche e nel lieve rigonfiamento del ventre, un accenno di abbondanza appena sopra la linea dell’elastico troppo stretto. Aveva capelli corvini crudamente potati appena sopra le spalle e raccolti in una sportiva coda di cavallo da un anello elastico di spugna nero come il reggiseno e i pantaloncini. Non doveva avere più di vent’anni, a giudicare dal maldestro entusiasmo con cui si muoveva fra gli attrezzi della palestra di riscaldamento e dal trasporto con cui scherzava con gli amici, i conoscenti o i semplici compagni di esercizi che incontrava nei suoi pomeriggi all’Idroscalo.

Riccardo sospettava che trascorresse tutti i suoi pomeriggi all’Idroscalo, poiché ogni volta che riusciva a ritagliarsi un’ora dal suo severo programma di lavoro, a recarsi al circolo di canoa e canottaggio sulle rive del laghetto artificiale milanese e a far scivolare una iole sulle sue acque stagnanti, la vedeva intenta a riscaldarsi prima di affrontare i cinquemila metri del perimetro del lago a bordo del suo lungo, sottile kayak da competizione.

L’impressione che ne aveva, in realtà, era quella di una persona che in qualche modo avesse a che fare con il circolo – la figlia di uno degli istruttori, la sorella di uno dei giovani sportivi che vi si allenavano, la nipote dell’anziano custode. Nonostante fosse iscritto al club da ormai due anni e lo frequentasse puntualmente due volte alla settimana (gli amici e i conoscenti si stupivano di tale regolarità, ma chi lo conosceva bene sapeva che era un semplice sottoprodotto della sua personalità ossessiva, né più né meno della disciplina con cui si applicava alla scrittura), Riccardo non aveva avuto modo di sapere di più per la semplice ragione che in quei due anni aveva scambiato sì e no qualche parola con gli altri frequentatori del circolo.

Non vi era aggressività, in questa riluttanza: soltanto un netto, preciso senso di estraneità alle dinamiche, ai comportamenti, ai discorsi di chi lo circondava. Riccardo si era iscritto al circolo, dopo aver frequentato un rapido corso e aver penetrato i segreti di base del canottaggio, proprio perché attirato dalla sua dimensione solitaria. A bordo di una iole, aveva ragionato, non devo sopportare vanterie, non devo sfidare competitività, non devo sorbirmi opinioni politiche, non devo subire critiche letterarie. Era – letteralmente – una boccata d’aria fresca, pur essendo l’Idroscalo un po’ troppo prossimo all’aeroporto, e un’occasione rara per fare un po’ di esercizio, sfiorare l’acqua che tanto amava e, perché no, cullare qualche idea per il romanzo su cui stava lavorando.

E così, per due anni – due volte alla settimana, ogni settimana, tempo permettendo – Riccardo era uscito con i remi senza scambiare più di qualche parola con il custode e con i membri più anziani (più innocui, li avrebbe definiti lui) del circolo. Si era lasciato regolarmente dietro i discorsi, i lazzi, le narrazioni delle imprese atletiche dei canottieri più giovani, aguzzando involontariamente l’orecchio soltanto quando aveva individuato nel gruppo, con la coda dell’occhio, la chiazza scura dei capelli della ragazza – o, in occasioni più ribalde, la curva marcata delle sue giovani natiche.

Era stato in uno di questi momenti che aveva udito il suo nome. Si chiamava Cate – o meglio così la chiamavano i suoi amici e compagni, poiché un nome così tronco non poteva che essere un diminutivo. Caterina, dunque, aveva concluso Riccardo. Le due semplici sillabe di “Cate”, a dire il vero, sembravano perfettamente adeguate al fisico della ragazza, il cui busto leggermente tozzo saliva a triangolo verso due spalle ben sviluppate, due spalle da canoista, sulle quali nelle giornate di sole scintillavano le gocce d’acqua sollevate dalla pagaia. Le due sillabe sembravano essere anche una sorta di richiamo nel circolo, un segnale acustico spesso ripetuto nella sua secca brevità, a dimostrazione forse di una popolarità acquisita, sospettava Riccardo, più grazie ai relativi meriti estetici che a una spiccata eccellenza agonistica.

“Cate!” era una sorta di sincopata colonna sonora dei pomeriggi – non più di un’ora, in realtà, il tempo necessario per percorrere il perimetro del lago – che Riccardo trascorreva all’Idroscalo. Lo accompagnava nelle attività preliminari fin già dagli spogliatoi, in cui le voci penetravano dall’esterno attraverso le finestre situate appena sotto il tetto del fabbricato, e lo seguiva finché non si era staccato da riva con pochi, decisi colpi di remo, per poi riprendere inesorabile al suo rientro, o seguirlo, quando “Cate” prendeva il largo insieme ai suoi compagni di esercitazioni, anche sull’acqua. Non era un sottofondo particolarmente fastidioso, anche perché Riccardo, non appena si staccava dal pontile, avviava il lettore portatile nel quale prima di uscire di casa si era premunito di inserire un cd.

Era soltanto un altro, deciso indizio dell’estraneità di Riccardo rispetto a quel mondo pomeridiano, a chi lo popolava e lo animava; un indizio soltanto leggermente meno lampante del fatto che nessuno, attorno al laghetto artificiale, sapesse che Riccardo Mariano era universalmente noto come Cardo Mariano, nome con cui firmava i suoi romanzi e con cui lo conoscevano tutti, ma proprio tutti, quelli che avevano a che fare con lui.

Riccardo – Cardo – non lo considerava un soprannome e nemmeno un diminutivo, ma una sorta di secondo battesimo, una dimensione aggiunta che si era imposto a un certo punto della sua esistenza ma che nel corso degli anni aveva dimostrato di meritare con il suo atteggiamento fra il fragile e lo spinoso, con la sua riluttanza a parlare di sé, con la conclamata secchezza del suo stile di scrittura. Era anche una sorta di scherzo privato fra lui e Sol, che da brava norvegese si trovava più a suo agio con le secche due sillabe di “Cardo” che con le tre di “Riccardo”. Ogni volta che lei pronunciava il suo nome, Cardo tradiva un piccolo trasalimento, quasi un sobbalzo: era la particolare enfasi nordica che Sol dava a quella “C” iniziale, trasformandola involontariamente in una “K”, che gli faceva balenare in mente l’idea di una punizione in arrivo o di una severa reprimenda. In realtà, Sol – che era figlia di un pescatore e che pertanto conosceva perfettamente l’importanza dell’economia nelle comunicazioni umane – non caricava di particolari significati quella “K”, se non quando era veramente infuriata o, curiosamente, quando facevano l’amore: in quei momenti la voce le scivolava verso la parete posteriore della gola e il suono secco della consonante si trasformava in un qualcosa di gutturale, raschiante, quasi selvatico.

Quel giorno, dunque, come tutti gli altri, nessuno era sembrato far caso a Cardo mentre si cambiava, sceglieva i remi della lunghezza giusta e sollevava la iole dalla rastrelliera, caricandosela in spalla e scendendo sul pontile. Qui giunto, Cardo regolò la distanza del poggiapiedi, calò la barca nell’acqua limacciosa dell’Idroscalo e prese il largo con una spinta che aveva quasi del leggiadro. Le liquide note del sassofono di John Surman producevano un gradevole contrasto con il tepore del tardo pomeriggio di fine estate, e Cardo cominciò a puntare verso la più ampia delle insenature sulla riva occidentale del laghetto, una semicirconferenza di terra punteggiata di canne davanti alla quale si stagliava un isolotto formato da un intrico apparentemente impenetrabile di vegetazione. Era la tipica destinazione delle sue uscite estive: era piacevole, a bordo della iole, scivolare fra le canne dimenticandosi per qualche istante di essere alle porte di Milano, abbandonandosi al piacere dell’immaginazione che riusciva immancabilmente a trasportarlo in luoghi in cui, in realtà, non era mai stato – e che evitava accuratamente di visitare nel timore di guastare quelle dolci proiezioni mentali. Era un indizio della contraddittorietà del carattere di Cardo il fatto che egli fosse un cultore di viaggi immaginari, un appassionato progettatore di vacanze avventurose che mai si trasformavano in realtà, un accanito compratore di guide turistiche dei luoghi più esotici che andavano semplicemente ad assommarsi alle centinaia di altri libri che occupavano gli scaffali di casa: in realtà, Cardo e Sol si recavano ogni anno, due volte all’anno – in estate e a Natale – alle isole Lofoten, dove la famiglia di lei viveva ancora dividendosi fra la pesca e la gestione di una pensione, l’unica di Nusfjord, il paesello nel quale abitavano. Era una visita a cui non riuscivano a sottrarsi, e alla quale peraltro non volevano sfuggire: per Cardo, Nusfjord era uno dei luoghi più incantevoli che avesse mai visto nonché una fonte garantita di quella tranquillità, di quello sprofondamento in se stessi e nel paesaggio che sempre precedeva l’ispirazione per un nuovo libro, mentre per Sol rappresentava un periodico ritorno alle radici e al tempo stesso un modo per rammentarsi perché un bel giorno se ne fosse andata e fosse partita per l’Italia.

Cardo era giunto a costeggiare l’isolotto quando gli parve, voltandosi per sincerarsi di non passare troppo vicino alle canne, di vedere un riflesso più scuro fra i rami. Qualcosa si era mosso impercettibilmente; forse, pensò Cardo, si trattava di una delle intrepide anatre che sguazzavano nelle acque poco linde del laghetto artificiale. Diede un colpo di remi e si avvicinò, non senza un rollio che non era mai veramente riuscito a capire come evitare. Fu allora che rivide il bagliore scuro – due bagliori, a dire il vero, entrambi neri – e subito dopo udì qualcosa, un gemito sottile, una specie di lamento.

Infilò la prua della iole nell’intrico di vegetazione e subito sentì un tonfo sordo e poco promettente, quasi l’imbarcazione avesse cozzato contro un corpo privo di vita. Fu ciò che accadde subito dopo a fargli capire che la prua della iole aveva cozzato contro un corpo, ma che tale corpo era lungi dall’essere esanime.

«Ahia, cazzo!», gridò una voce femminile fra i rami.

«C’è qualcuno?», domandò Cardo con una discreta dose di ingenuità. In realtà, sebbene sulla iole desse la schiena alla prua e quindi non riuscisse a vedere con chiarezza ciò che gli si parava davanti (o dietro, per la precisione), la scena ora gli si presentava molto chiara. Cate, l’atletica Cate, era immersa nell’acqua fino al petto, e stava cercando di districare la sua sottilissima imbarcazione da gara dall’intrico di rami e canne dell’isolotto. Come ci fosse finita, Cardo non riusciva a immaginarlo. Era abbastanza sicuro di poter escludere un semplice errore di manovra; Cate era un’esperta navigatrice del laghetto, e oltretutto la posizione del kayak – infilato quasi completamente fra i rami – escludeva a priori ogni illusione di casualità. Se il guscio si fosse semplicemente rovesciato, Cardo avrebbe avuto vita più facile nel determinare le cause dell’incidente; ma la scena a cui stava assistendo sembrava suggerire un grado di volontarietà che gli pareva vagamente inquietante. Cosa sta facendo?, si chiese nella frazione di secondo successiva all’avvistamento di Cate. Cosa voleva dimostrare?

La risposta, avrebbe scoperto soltanto pochi minuti dopo, era forse ancora più raggelante degli interrogativi di partenza. («Volevo vedere se riuscivo ad attraversare l’isolotto», gli avrebbe confessato Cate. «Sono cose che facciamo di continuo.» Quali fossero, di preciso, queste cose, e chi le facesse di continuo, era naturalmente un quesito che Cardo avrebbe volentieri posto alla ragazza, se non fosse stato, a quel punto, distratto da qualcosa di decisamente più pressante.)

Ma in quel momento, il primo di una rapida catena di eventi che nel giro di qualche minuto avrebbe agìto sul suo futuro e rimescolato il suo passato, Cardo riuscì soltanto a pensare a quanto fosse ambivalente l’esclamazione che Cate si era lasciata sfuggire quando la iole aveva urtato la morbida curva della sua natica destra: quell’“ahia” infantile e quasi innocente, subito seguito da quel “cazzo” pronunciato in modo così convinto che poteva soltanto provenire, si disse, da un’esperienza diretta. Fu forse per questo, per questa ribalda considerazione che gli sfuggì quasi involontariamente e che gli strappò un lieve sorriso, che Cardo decise di fare ciò che fece. Era inutile girarci intorno, si sarebbe detto ripensandoci, quando quel momento avrebbe guadagnato la ribalta delle sue riflessioni: la piccola Cate se la stava cavando benissimo anche da sola. Era fradicia, questo sì, essendo stata costretta a calarsi in acqua (fino al petto, avrebbe rammentato Cardo con una fitta di rimorso) per districare il kayak dalla sua prigione vegetale. Ma era anche giovane e forte e decisamente atletica (quanto atletica, Cardo l’avrebbe scoperto di lì a poco), e non sembrava avere bisogno di aiuto – specialmente dell’aiuto di un quasi-quarantenne con qualche problema alla schiena e una generosa cintura di adipe attorno ai fianchi.

Forse, dunque, fu veramente quell’“ahia, cazzo!” a spingere Cardo a fermarsi con una manovra un po’ maldestra, a interrompere la musica nel bel mezzo di una fuga di clarone e avvicinarsi a Cate. Ma fu sicuramente quello che Cate disse subito dopo a provocare in lui una reazione inaspettata e pungente, un subitaneo tumulto interiore che Cardo non aveva messo in preventivo prima di uscire di casa per una semplice oretta di esercizio e aria buona.

«Mi darebbe una mano?», fu quello che disse Cate.

In sé non era niente di straordinario – una semplice, discreta richiesta di aiuto. Ma Cardo, nell’udirla, non poté fare a meno di accusare una lieve fitta di disappunto.

Perché Cate gli aveva dato del lei.

In seguito, Cardo si sarebbe soffermato a lungo, e con una particolare dose di ironia, sull’idea che tre semplici lettere alla fine di un verbo al condizionale fossero in grado di cambiare la vita di un individuo. (E c’è qualcuno che mette ancora in dubbio l’importanza del linguaggio, si sarebbe detto scuotendo la testa.) In quel momento, tuttavia, sentì soltanto un lieve nodo allo stomaco, che aveva ormai imparato a riconoscere come un sicuro segnale di turbamento. Una ventenne di cui aveva avuto modo di incrociare lo sguardo, che aveva incontrato diverse volte a riva e sull’acqua, gli aveva dato del lei in un momento particolarmente critico. Era questa la differenza, pensò Cardo: in una circostanza meno estrema, se ad esempio si fossero incrociati sul pontile e si fossero finalmente decisi a scambiarsi un saluto che andasse al di là del solito sorridente cenno del capo, lui avrebbe accettato un lei di buon grado. Ma lì, a qualche decina di metri dalla riva più vicina, immersa (fino al petto!) nell’acqua lercia e lievemente maleodorante dell’Idroscalo, circondata dalle canne e dai rami e dai germani reali che sguazzavano intorno all’isolotto, Cate gli si era rivolta con un formalismo che poteva esprimere soltanto una cosa: l’estraneità di Cardo rispetto al suo mondo, ai suoi interessi e – soprattutto – alle sue predilezioni.

Il fatto era particolarmente grave, poiché Cardo era uno di quegli individui che tendevano naturalmente verso il tu, giungendo persino a provare imbarazzo quando erano costretti a rispettare l’etichetta. Ed era grave, è inutile nasconderlo, anche e soprattutto perché Cate era una giovane creatura curvilinea e Cardo un quasi-quarantenne ancora convinto di avere alcune frecce nel proprio arco.

Quale fosse la ragione (la ragione immediata, poiché quella più profonda era ben altra, e sarebbe passato del tempo prima che lui fosse in grado di riconoscerla), in quel momento Cardo diede un colpo di remi più deciso del solito, infilò la prua della iole fra due canne dall’aspetto particolarmente solido e si calò in acqua.

«La ringrazio», soggiunse Cate senza sapere che in quel modo non faceva altro che agitare il coltello nella piaga.

«Figurati; ma dammi del tu», si affrettò a rispondere Cardo.

Vediamo se insiste, pensò fra sé.

«Davvero, lei è molto gentile», insistette Cate.

Cosa ci vuole per smuoverla?, si chiese Cardo. La risposta, anche se applicata a una situazione un po’ diversa, non avrebbe tardato a farglisi chiara.

«Ho detto… diamoci… del tu», ripeté aggrappandosi alla poppa della sottile imbarcazione di Cate e tirando con forza. A quanto pareva, il kayak era penetrato con entusiasmo nell’intrico di vegetazione dell’isolotto. Il pensiero della determinazione con cui la ragazza doveva essersi lanciata contro l’ostacolo, della futilità del suo gesto (Una sfida con i suoi compagni? Ma in quel caso, dove sono gli altri? Cardo si guardò intorno con improvviso sospetto, ma non riuscì a scorgere nessuno), della pura forza muscolare che doveva aver applicato per riuscire nell’impresa di incagliare un siluro di fiberglass come un capodoglio in una secca, gli provocarono un’improvvisa ondata di eccitazione.

«Ma come è successo?», le domandò per cancellare il ronzio invadente dei propri pensieri.

Fu allora che Cate gli diede la risposta che finì di allarmarlo.

«Volevo vedere se riuscivo ad attraversare l’isolotto», disse. «Lo facciamo di continuo.»

E fu allora che Cardo si rese conto dell’erezione che prorompeva dai suoi calzoncini, e che era resa ancora più sfacciata dal fatto che non portava mutande (gli impedivano i movimenti sulla iole), che i calzoncini erano bagnati e che sbucavano dall’acqua di quel tanto da rivelare la presenza ingombrante del suo membro. Con il suo metro e settantotto, Cardo era infatti decisamente più alto della minuscola Cate, e nel tentativo di liberare il kayak si era portato in un punto in cui il fondale era meno profondo.

Piegò le gambe fingendo maldestramente di riprendere a tirare, («Forza!», riuscì persino a sibilare), ma con la coda dell’occhio si rese conto che a Cate il dettaglio non era affatto sfuggito. Una specie di fuggevole sorriso sembrò dipingersi per un attimo sulle labbra della ragazza, che subito dopo reclinò il capo come un cucciolo e domandò:

«Stai bene?»

Finalmente, si disse Cardo.

«Sì, tutto bene», rispose. «Ma l’hai proprio incastrata.»

Aveva appena terminato la frase e ripreso davvero a tirare che il kayak, quasi animato da una sua maligna volontà, decise all’improvviso di disincagliarsi. Cardo, impreparato a tanta malizia, perse naturalmente l’equilibrio, e altrettanto inevitabilmente (avrebbe pensato poi) finì per travolgere la giovane Cate, che nel frattempo gli si era portata alle spalle.

L’immersione forzata nelle acque limacciose dell’Idroscalo provocò in lui una prima reazione di ribrezzo, che peraltro non durò più di qualche rapido istante; perché subito dopo fu un’altra sensazione, ben più ambigua e sfuggente, a penetrargli nella coscienza con la stessa sottile invadenza di una chiazza di umidità sul muro di un appartamento.

La ragazza, nella caduta, si era aggrappata a lui, cingendogli le braccia attorno ai fianchi; e le sue piccole dita non sembravano dare particolare importanza al fatto, più o meno involontario, che stessero sfiorando la tenace tumescenza del suo maldestro soccorritore. Fu la loro stessa immobilità, la loro apparente decisione a non ritrarsi di fronte a nulla (nemmeno a un’erezione) a provocargli un brivido inedito.

Fu allora che Cate fece la seconda cosa che lo stupì: invece di imprecare, inanellando un secondo ahia, cazzo o dando magari fondo alla sua creatività, scoppiò semplicemente a ridere. La sua cristallina, sonante ilarità, accompagnata da un involontario spruzzo d’acqua sull’incavo della nuca di Cardo, che le dava ancora le spalle pur essendosi rimesso velocemente in piedi, gli provocò il secondo, curioso brivido nel giro di qualche istante; e lo spinse finalmente a voltarsi.

Cate non la smetteva di ridere (i suoi occhi erano ridotti a due fessure, e i capelli corvini le incorniciavano il volto come due grosse parentesi), e Cardo venne attraversato suo malgrado da un moto di spensierata allegria. Ciò che era successo, in realtà, era un’offesa all’abitudinarietà ossessiva e quasi ritualistica con cui lui affrontava le sue uscite all’Idroscalo; ripensandoci, Cardo avrebbe giustamente ricondotto quella reazione inaspettata al pulsare indefesso della parte del corpo che aveva provocato in primo luogo quella situazione, e si sarebbe chiesto quante cose, nella vita, vengono decise dall’affluenza più o meno decisa del sangue in un organo più o meno attivo. (Era una domanda futile e addirittura fuorviante; Cardo sapeva, in realtà, che il problema non era tanto l’irrigidirsi del membro in una specifica situazione, quanto l’importanza che vi si dava e le azioni che ne conseguivano – e che tali azioni avevano le loro origini in qualcosa di ben più lontano della semplice visione di due natiche tornite.)

Qualunque fosse la ragione immediata, ciò che accadde quel pomeriggio all’Idroscalo, subito dopo che Cardo si scoprì contagiato dalle risate di Cate, fu questo:

Cardo smise di ridere, guardò Cate negli occhi (le palpebre erano ancora socchiuse, e piccole, incongrue zampe di gallina agli angoli gli fecero pensare per un istante a cosa sarebbe stato di lei quando avesse avuto quarant’anni – ma fu una preoccupazione fugace, subito diradata dal precipitare degli eventi), tese la mano verso il volto della ragazza, le asciugò il labbro superiore bagnato di acqua paludosa, si chinò verso di lei, posò le labbra sulle sue, le fece scorrere le mani lungo la schiena e le fermò sulle natiche tonde e prominenti, che si rivelarono sode come aveva immaginato.

Cate, da parte sua, non fece niente. O meglio, non fece niente fino all’istante in cui le dita di Cardo si serrarono sulla curva inferiore delle sue natiche. A quel punto liberò un gemito sonoro e curiosamente gutturale, si produsse in un balzo che avrebbe stupito chiunque non l’avesse vista pagaiare lungo il perimetro del laghetto (e che pertanto non stupì Cardo, il quale peraltro, in quel momento, aveva altro a cui pensare) e allacciò le gambe dietro la schiena del suo maturo soccorritore, lo stesso a cui, fino a qualche istante prima, si era ostinata a dare del lei. Il fatto che avesse scambiato con lui a malapena qualche parola (e che avrebbe continuato su quella falsariga fino alla conclusione dell’avventura) non tragga in inganno: Cate era quella che si definisce una parlatrice. I suoi incitamenti più o meno luridi e più o meno sonori accompagnarono ogni gesto di Cardo, il quale peraltro non credeva davvero di averne bisogno, e allarmarono in modo non indifferente una famigliola di anatre che sguazzava intorno all’isolotto nel quale si era incagliato il lungo e sottile kayak della ragazza.

L’istante in cui riemerse dal primo bacio (a fatica, perché Cate, più giovane di lui di una ventina d’anni, sembrava avere una riserva di fiato considerevolmente maggiore, nonché una lingua di inquietante agilità), Cardo, che da buon romanziere era uomo di grande senso pratico, si guardò intorno alla ricerca di una superficie che fosse meno scomoda e primeva del fondo fangoso del laghetto. La individuò in una minuscola spiaggia di sassi nascosta al mondo da un albero, e vi si diresse, con Cate abbarbicata al suo fianco, come una sorta di domestico mostro della laguna con corredo di vittima. Qui giunto, si chinò con un notevole sforzo dei muscoli lombari (il suo punto debole, già lo sapeva), posò Cate sui sassi e venne sorpreso per la terza volta dalla sua reazione.

«Ahia, cazzo!», esclamò la ragazza. Un sasso le era evidentemente penetrato nella schiena, e Cardo non poté fare a meno di chiedersi se un’uscita del genere fosse davvero indicata per la situazione. Ma ormai i giochi erano fatti: Cate si era già sfilata il reggiseno da atletica, rivelando due seni piccoli e sodi dai capezzoli scuri e intirizziti, ed era intenta a calarsi i pantaloncini aderenti, i quali produssero, scivolando lungo i fianchi e le cosce, un lieve, umido fruscìo, un ffffttt vagamente osceno che Cardo non poté fare a meno di notare.

Per la seconda volta nel giro di pochi istanti ebbe un microsecondo di esitazione, e per la seconda volta lo superò d’istinto. Si sfilò i pantaloncini, non senza un attimo di difficoltà provocato dalla solita, ingombrante erezione su cui il tessuto bagnato sembrava essersi aggrappato come a un appendiabito, e si abbassò sul corpo della piccola Cate, obbedendo ai suoi poco discreti incitamenti. («Prendimi», giunse persino a dire con discreto orrore di Cardo.)

Ma non appena l’ebbe penetrata, si rese conto di quanto precipitosa fosse stata la scelta del luogo: perché se la minuta Cate aveva dimensioni perfette per la lingua di ghiaia, Cardo era troppo alto; e il fatto che lei non volesse ovviamente tenere i piedi a mollo, e che quindi si fosse portata verso la piccola scarpata che segnava il confine della spiaggia, lo costringeva a posare il mento sul ramo più basso dello stesso albero le cui fronde garantivano loro un minimo di riservatezza. Non sarebbe stato un problema irreparabile, se la sua partner avesse dimostrato una normale dinamicità. Ma Cate era tutt’altro che una ragazza ordinaria, e tutt’altro che un’amante rinunciataria. Le sue inesauste contorsioni e contrazioni costringevano Cardo a impegnarsi più di quello che – ne era sicuro – sarebbe stato necessario, con un effetto fastidioso e anche discretamente doloroso sul suo mento, costretto a strusciare – avanti e indietro, avanti e indietro – sull’inclemente corteccia del loro alleato vegetale. Presto Cardo si ritrovò a fare i conti con un’escoriazione che sembrava allargarsi e bruciare sempre di più con il passare dei secondi, e che pareva produrre l’indesiderato effetto secondario di ritardare l’orgasmo.

A ogni spinta pelvica corrispondeva un millimetro in più di pelle sbucciata, che a sua volta sembrava rendere necessario il successivo affondo, in una spirale che Cardo cominciava a temere non avesse fine. Non che i suoi pensieri fossero totalmente calamitati dal dolore al mento; a essere onesti, bisognava riconoscere a Cate una furente, atletica, adolescenziale carica sessuale, che si manifestava con contorsioni sempre più serpentine, contrazioni sempre più decise delle cosce attorno ai fianchi di Cardo e un’ininterrotta serie di incitamenti che al suo amante occasionale, nonché eterno outsider dell’agonismo acquatico, fecero venire in mente i comandi dei minuti timonieri dell’otto con.

Fu proprio nel mezzo di una serie di queste esortazioni (Dai! Sì! e Vieni! le più frequenti) che Cate lasciò partire un grido più secco e acuto del normale. Credendo che avesse raggiunto l’orgasmo, Cardo tradì un istante di confusione e si fermò; ma Cate, invece di abbandonarsi al godimento e rilasciare la stretta muscolare sulle stanche membra del suo amante, contrasse le cosce con forza ancora maggiore e liberò un altro strillo. Cardo la guardò in volto e si accorse che aveva spalancato gli occhi e stava fissando un punto alle sue spalle.

«Oddio!» esclamò Cate. «E quella cosa vuole?»

In preda a un improvviso attacco di panico, Cardo si raggelò per un istante; già si dipingeva una canoista o una vogatrice (una canottiera?) che, attirata dalle intemperanze sessuali della piccola Cate, si era avvicinata alla spiaggetta per sorprenderli in quell’intrico poco comprensibile a un occhio estraneo.

«C’è qualcuno?», domandò in un sibilo.

«Non qualcuno», rispose misteriosamente Cate, senza smettere di fissare il punto alle sue spalle. «Qualcosa.»

Qualcosa?, si chiese Cardo, alquanto distratto dal bruciore al mento.

«Dove?», chiese ruotando il collo.

«Là», indicò Cate puntando un dito verso un ceppo che spuntava dalle acque del laghetto, molto vicino a riva.

Cardo seguì la direzione del dito e udì, ancora prima di vedere, l’intruso che aveva distratto Cate. Lo strido nasale e ripetuto era alquanto inconfondibile: si trattava di un’anatra dal collo verde metallizzato, che si era appollaiata sul ceppo e sembrava osservarli con espressione di severo rimprovero.

«Quack!»

«È un germano reale», disse Cardo con immotivata puntigliosità.

«Germano o no, mi ha spaventata», protestò Cate. «E se ci attacca?»

«Le anatre non attaccano l’uomo», spiegò Cardo.

«Nemmeno le coppiette?», domandò Cate in tono a metà fra il preoccupato e il malizioso.

Fu, quello, il primo segnale di pericolo che Cardo percepì dal momento in cui si era lanciato in quell’assurda avventura. Il fatto che Cate, nel bel mezzo (o in quella che Cardo sperava fosse quasi la fine) del loro primo e unico rapporto sessuale, avesse accennato a loro come a una “coppietta” lo spaventò più di quanto avrebbe dovuto, se si tiene conto del fatto che il termine “coppietta” ha un significato ben diverso, decisamente più ambiguo, del più rigoroso “coppia”. Ma tant’è: in quel momento, Cardo comprese di essersi cacciato in una situazione pericolosa, e decise di fare il possibile per accelerare i tempi. Tutto si poteva dire di lui, d’altra parte, tranne che non fosse un gentiluomo, anche in una situazione estrema e vagamente lurida com’era quella in cui si era trovato (o meglio che aveva contribuito a creare) quel pomeriggio all’Idroscalo. E così, invece che sottrarsi alla stretta sempre tenace di Cate, la quale sembrava avere un paio di idranti al posto delle cosce, si mise di buona lena per concludere nel modo meno inglorioso ciò che aveva cominciato.

Cate, che non si aspettava una ripresa così decisa delle attività, reagì con un grido di sorpresa ma non certo di disappunto; affondò le unghie nella schiena di Cardo e cominciò a muoverle avanti e indietro in modo apparentemente casuale. Tutto ciò che Cardo percepì di tale attività fu un’insistenza tutt’altro che fastidiosa su un punto specifico del suo fondoschiena, come se fosse una regione per qualche motivo prediletta dalla ragazza. Guardandola in volto, quando il ramo su cui si stava consumando il mento glielo permise, Cardo la vide aprirsi in un sorriso, e ancora una volta interpretò il segnale in modo errato. Credette – di nuovo! – che ciò preannunciasse l’orgasmo, ma l’istante successivo comprese che il momento non era ancora arrivato. (In realtà, Cate stava sorridendo per il piccolo, innocente scherzetto che aveva appena fatto a Cardo, e di cui lui si sarebbe accorto quando era ormai troppo tardi.)

Vedendo che non accadeva niente, Cardo fu quasi sul punto di gettare la spugna; ma in quel momento Cate lanciò un grido che annunciò al mondo il suo piacere ormai prossimo.

È fatta, si disse qualche istante dopo, disteso scomodamente sulla ghiaia appuntita della spiaggetta accanto alla sua atletica amante.

«Sai, ti devo confessare una cosa.»

«Dimmi. Sono pronto a tutto.»

«Ti avevo già notato.»

«Nel senso…»

«Ti avevo visto mentre facevi canottaggio, sempre da solo, e mi ero chiesta il perché.»

«Perché facessi canottaggio o perché fossi sempre da solo?», domandò Cardo, che sapeva quanto potesse essere incolmabile la distanza fra una disciplina sportiva e l’altra.

Cate scoppiò a ridere.

«No, stupido. Perché mi eccitassi così tanto.»

Mio Dio, si disse Cardo, le nuove generazioni. Pur avendo vissuto la propria adolescenza negli anni del Movimento e della liberazione sessuale, non si era mai sentito rivolgere una frase simile.

«E adesso lo sai?», domandò non senza una traccia di malizia.

«Neanche per sogno», rispose Cate. «Ma lo scoprirò.»

È convinta che la tresca continui, si disse Cardo. Forse dovrei dirle che sono felicemente sposato. Il pensiero di Sol gli provocò una fitta di rimorso, e lo portò immediatamente ad accantonare ogni considerazione per Cate. Se è abbastanza matura per decidere di sedurmi – o di farsi sedurre – lo è anche per sopportare una delusione. Quello che poteva fare era evitare di dargliela subito. C’è sempre tempo per il disappunto, concluse in tono più alto di quanto richiedessero le circostanze.

In realtà, Cate non nutriva alcun progetto sul futuro con Cardo. Era perfettamente soddisfatta di com’erano andate le cose, e da buona ventenne qual era non pensava con eccessivo anticipo. Ciò che la divertiva, in quel momento, era l’idea che aveva avuto poco prima, la piccola sorpresa che aveva fatto a Cardo, di cui lui si sarebbe accorto soltanto nello spogliatoio.

Cate non poteva sapere che Cardo non si faceva mai la doccia all’Idroscalo, e che pertanto la sua “piccola sorpresa” avrebbe avuto un ruolo molto diverso da quello che lei stessa aveva previsto. Ciò che non riusciva a immaginare, nemmeno mettendosi d’impegno, era cosa dire a quello strano uomo che l’aveva eccitata così tanto, ora che i giochi, per così dire, erano fatti. Cate era una ragazza curiosa e intraprendente, ma non era certo una campionessa di profondità e acume psicologico, né una gran conversatrice. Riusciva a seguire la corrente di qualsiasi situazione con relativa facilità, ma era raro che prendesse l’iniziativa. E così, dopo la piccola confessione e la minacciosa dichiarazione d’intenti che le aveva fatto seguire, si abbandonò a un silenzio che Cardo interpretò come segno di imbarazzo, ma che in realtà era da imputare alla più semplice delle assenze: la mancanza di argomenti interessanti.

Se c’era qualcosa che Cardo, tipico figlio della sua generazione, non riusciva a sopportare era un prolungato silenzio, specialmente in una situazione che normalmente avrebbe dovuto stimolare – se non altro – qualche sparsa confidenza. E così, dopo qualche minuto di attesa, si decise a prendere in mano la situazione.

«Bene, Cate», disse. «Posso chiamarti Cate, vero?»

«Mi chiamo Cate», rispose lei.

«Pensavo fosse un diminutivo.»

«Hai ragione, è un diminutivo. Di Caterina.»

Meno male. «Bene, Caterina…»

«Chiamami Cate.»

Riusciremo mai a uscirne?, si domandò Cardo. «Volevo chiederti… cosa fai nella vita?» Nel momento stesso in cui le poneva la domanda, si rese conto di quanto fosse ridicolmente pretestuosa.

“Attiro sconosciuti sulle spiaggette dei laghi artificiali e mi faccio scopare fra mille insidie”, avrebbe potuto rispondere Cate senza che lui potesse fargliene una colpa. Fortunatamente, la piccola Cate non era sufficientemente esperta nell’arte del botta e risposta per sibilare una replica simile.

«Niente», rispose.

E anche questo argomento è esaurito, si disse Cardo con una punta di scoramento. Aveva sufficiente dimestichezza con i nuovi giovani (i suoi lettori, in fondo, erano “meno maturi” di quelli di qualsiasi altro scrittore italiano fra i trenta e i quarant’anni, o quanto meno così sosteneva l’inclemente ufficio marketing della sua casa editrice) per sapere che dietro quel “niente” si nascondeva in realtà un mondo di possibilità e combinazioni, ma che era perfettamente inutile cercare di esplorarlo. Non c’è niente di più impenetrabile di una ventenne, pensò Cardo senza essere nemmeno sfiorato dall’ironia di quella considerazione. Era un segno del disagio in cui si trovava in quel momento il fatto che si fosse abbandonato a un pensiero tanto ambiguo senza averne considerato in anticipo i possibili tranelli. Ma Cate continuava a fare scena muta, e Cardo cominciava a sentire una vaga pressione sul petto, una preoccupazione sottile che era ancora lontana dall’angoscia ma che, se quella situazione si fosse protratta troppo a lungo, avrebbe potuto bruciare le tappe.

«E tu come ti chiami?» domandò Cate in quel momento, alleviando la tensione.

«Cardo», rispose lui senza riflettere.

«Cardo?» ripeté lei, improvvisamente corrucciata.

«Riccardo», precisò lui. «Ma tutti mi chiamano Cardo.»

«Ah», fece Cate. Sembrava soddisfatta della spiegazione; in realtà l’importante per lei era sapere come si chiamasse, non scoprire il perché del suo nome. Era un altro argomento di possibile conversazione che se ne scivolava via come una foglia secca sulle acque del laghetto.

«E cosa fai?», tornò alla carica Cate.

Si vuole vendicare della mia curiosità, si chiese Cardo, o è veramente interessata? In un caso o nell’altro, era uno sforzo che le faceva onore, e lui decise di premiarlo con la verità.

«Lo scrittore.»

«Lo scrittore?», ripeté Cate, e Cardo si chiese se dovesse aspettarsi quel genere di replica per ciascuna delle sue affermazioni. Avrebbe rallentato notevolmente la conversazione – sempre che fossero mai riusciti a intavolarne una.

«Già», rispose vagamente piccato.

«E di cosa?»

Ottima domanda, pensò Cardo. Ma decise di darle la risposta condensata e non quella integrale. «Di romanzi.»

«Cazzo», esclamò Cate in tono non privo di ammirazione.

Se soltanto certi critici si esprimessero in toni così lusinghieri, si disse Cardo con una punta di autocommiserazione.

«Però», rincarò Cate. «Uno scrittore di romanzi.» E subito dopo sprofondò nel silenzio, come se la questione fosse risolta, come se la risposta avesse riempito ogni possibile casella libera della sua mente poco indagatrice.

Quanto avrebbe desiderato, Cardo, possedere quella stessa certezza; quanto avrebbe voluto che la semplice definizione “uno scrittore di romanzi” bastasse a dargli tutte le risposte. Si sentì attraversare da un brivido che inizialmente scambiò per una conseguenza di quel rimpianto, ma che subito dopo riuscì a interpretare per quello che era in realtà: un brivido. Il sole stava calando sul pomeriggio estivo, e sul lago artificiale si era sollevata una brezza serale che abbassava decisamente la temperatura. Cardo si volse verso Cate, la quale si era sollevata sui gomiti, in una posizione che gonfiava ulteriormente le sue spalle da atleta e che gli provocò un’inaspettata ondata di desiderio. Tese la mano verso di lei, ma in quell’istante Cate scoppiò in una risata cristallina e molto femminile. Cardo ritrasse la mano con gesto quasi offeso. Cos’avrà da ridere?, si chiese.

Il motivo era la sua iole, azzurra e slanciata, che navigava tranquilla verso il centro del laghetto. Confuso ed eccitato dalle circostanze, Cardo aveva fatto quello che non avrebbe mai dovuto fare: aveva tirato i remi in barca, e in tutta risposta la sua barca aveva preso il largo.

E così, una situazione che stava cominciando a diventare difficile – Cardo aveva sempre avuto dei grossi problemi con il distacco post-coitale – si risolse, come spesso accade, nel giro di qualche istante. Cardo indossò in fretta e furia i due o tre fradici indumenti che si era precedentemente sfilato e tornò a immergersi in quelle acque con le quali per quasi due anni era riuscito abilmente a evitare qualsiasi contatto. Fatto qualche metro, gli sovvenne di non aver neanche salutato la piccola Cate. Si voltò verso di lei con espressione contrita e mento bruciante, ma vide che lei sorrideva, fissando la zona del suo fondoschiena che ancora gli pizzicava, in particolar modo ora che era giunta a contatto con le misteriose componenti chimiche dell’acqua dell’Idroscalo. Si era già rivestita, dimostrando una rapidità da vera atleta, e stava agitando la mano come se si trovasse sulla banchina di un porto e lui fosse sul ponte di un transatlantico in procinto di salpare.

«Devo andare», disse Cardo. «Mi dispiace.» Fece una pausa. «È stato… è stato…», balbettò.

«Già», replicò lei come se avesse appena udito una profonda verità. Chissà come, Cardo non fu sorpreso dalla sua risposta. Ciò che lo sorprese – per l’ultima volta, sperava ardentemente – fu il modo in cui lei lo salutò.

«Arrivederci», gli disse.

 

 

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