Afrodite fra i bikers

Sulla Pacific Coast Highway, più o meno all’altezza del confine fra
le contee di Los Angeles e di Ventura, davanti a uno dei luoghi di surf
più amati dai corridori delle onde, la spiaggia detta County Line, si trova il Neptune’s Net, magica catapecchia di surfers e bikers che serve il peggior caffè della costa.

Suggestionato dalla visione epifanica di una bellissima surfista (sulle onde di un’altra spiaggia, ma mi si conceda la licenza poetica) mi sono dipinto la scena di una novella Afrodite che esce dalle acque e arriva in questo magnifico localaccio costiero. Sparsi fra i versi si ritroveranno riferimenti all’ilare Il Minotauro esce a fumarsi una sigaretta di Steven Sherrill, e ovviamente all’imprescindibile Big Wednesday di John Milius.


La colazione di Afrodite al Neptune’s Net

Sono pochi i testimoni nella rete di Nettuno

quando percorre di taglio l’ultima onda,

sfiorandone con le dita la parete verde

mentre l’altra mano, tesa all’infuori,

sembra imporre una pausa di attesa

alla vita che incrocia al di sotto, non vista;

pochi la vedono scivolare di lato, lustra

del suo stesso elemento, e in un solo gesto

abbracciare la lunga tavola di legno bucato

(è una kook boxHawaiian Hollow del ‘41,

rossa, pinna singola, due strisce avorio e arancione)

e sollevarla dalla schiuma che ricama County Line

come se il vecchio Tom Blake nel crearla avesse provato,

per ingraziarsi la cliente immortale che si aggirava

intenta fra cataste, banchi, pialle e vernici,

a forgiare il modello perfetto, capace di imporre

la sua sagoma sull’onda ma pronta a lasciare

all’acqua il proprio peso, docile sotto quello divino.

Non indossa il nero a proteggere le forme

della propria perfezione, tanto che nel momento

che l’occhio impiega a riconoscere realtà

in ciò che sembra immaginare la chiara nudità

della figura appare completa, e tanto più

numinosa quanto più esposta alle commosse

attenzioni dell’astro, agli arabeschi di pigmento

disegnati sul candore inumano della pelle,

alle fragili incrostazioni saline che tracciano

piccole repliche d’onde su una peluria

altrimenti invisibile, donandola all’occhio

abbagliato di chi non riesce a distoglierlo.

Avanza così verso la lingua sterrata davanti

alla veranda, la tavola ancora redolente di mare

lungo il fianco ondulato a clessidra dal capriccio

delle forme appena nate e rimaste nel tempo,

unità di misura dell’incanto che appartiene

da sempre a chi la vede arrivare, controluce.

Di fronte all’ingresso, accavezzate all’invisibile,

si pavoneggiano le creazioni biruote dei giganti

in pelle nera, irsuti di petto e ventre sfrenato,

le teste a prima vista rovesciate tanto è perfetta

la simmetria di assenza e abbondanza pilifera,

l’unisono rombo dei motori il loro saluto di rito;

nello spiazzo di lato alla cucina, insieme

ai cassonetti preda di quadrupedi notturni,

un’ombra così vasta e materica che potrebbe

far pensare al Minotauro soffia un refolo grigio

di Camel senza filtro verso la grazia bianca

in cammino, come a volerla carezzare con prensili

appendici di fumo: ma la brina continua a coprirla,

carezza insistita dei sargassi, e fa scivolare innocuo

tutto ciò che prova ad avvolgere stringere ghermire

colei che ora si offre di spalle, guizza le scapole

come creature nascoste sottopelle, si passa le dita

sui capelli accesi di rame e intagliando

un ultimo profilo indelebile nell’aria si lascia

inghiottire dal buio fragrante che le è noto,

e che ogni mattina la regala all’umano.

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